Negli Atti degli Apostoli e nelle lettere del Nuovo Testamento la Chiesa appare come una comunione di credenti animata dallo Spirito Santo e, nello stesso tempo, come una comunità dotata di una struttura ministeriale stabile. Gli apostoli annunciano il Vangelo, presiedono la comunità, celebrano i sacramenti, discernono le questioni comuni e trasmettono ad altri la missione ricevuta da Cristo.
La gerarchia ecclesiale si manifesta progressivamente attraverso il ministero degli apostoli, la costituzione dei presbiteri, l’istituzione dei diaconi e la presenza degli episcopi, mentre le lettere di san Paolo descrivono i compiti di coloro che insegnano, governano, presiedono e servono le comunità. Il ministero è uno, ma per istituzione divina è partecipato in tre gradi: episcopato, presbiterato e diaconato.
1. La Chiesa come comunione e società strutturata
Sulla terra la Chiesa è, nello stesso tempo, comunione e società strutturata dallo Spirito Santo attraverso la Parola di Dio, i sacramenti e i carismi. È una comunione di figli di Dio perché tutti sono battezzati e si comunicano con lo stesso Pane, che è Cristo. È una società strutturata perché tra i battezzati si stabiliscono delle relazioni permanenti grazie alle quali alcuni hanno la missione di guidare gli altri.
Come il pastore guida e si prende cura del gregge portandolo in luoghi sicuri nei quali si può cibare con della buona erba, secondo l’immagine biblica[1], così Cristo chiede a quelli che ha costituito pastori nella Chiesa di fare altrettanto[2]. La distinzione fra pastore e gregge e la dedicazione continua al gregge da parte del pastore, come Cristo che ha dato la vita per le pecore, è una immagine biblica che - pur nei suoi limiti logici - può aiutare a capire la presenza simultanea della comunione e della strutturazione sociale nella Chiesa.
Gli stessi sacramenti che costituiscono la Chiesa sono quelli che la strutturano perché sia sulla terra il sacramento universale di salvezza. In sostanza, attraverso i sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Ordine, i fedeli partecipano - con modalità diverse - alla missione sacerdotale di Cristo.
Dall’azione dello Spirito Santo nei sacramenti e nei carismi scaturiscono le tre grandi caratterizzazioni che si danno storicamente nella Chiesa: i fedeli laici, i ministri sacri (che hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine e formano la gerarchia della Chiesa: diaconi, presbiteri e vescovi) e i religiosi.
Dicendo che la Chiesa ha una struttura gerarchica non si vuole affermare che alcuni siano migliori di altri. Tutti, grazie al Battesimo, sono chiamati alla missione di portare a Dio gli uomini e il mondo. Questa missione proviene direttamente da Dio, senza che nessuno abbia bisogno del permesso di un altro per adempierla.
Tuttavia, per poterla portare a buon fine è indispensabile la grazia, perché senza Cristo non possiamo fare nulla[3]. Pertanto è necessario che alcuni - la gerarchia - rendano presente Cristo agli altri in modo sacramentale, affinché così tutti possano compiere la missione evangelizzatrice.
Il servizio alla missione di tutti è il motivo dell’esistenza della funzione gerarchica nella Chiesa. La relazione tra fedeli e gerarchia ha una dinamica missionaria ed è la continuazione della missione del Figlio nella forza dello Spirito Santo.
2. Gli Atti degli Apostoli e la nascita della struttura ecclesiale
Nel libro degli Atti degli Apostoli, la Bibbia racconta la storia della nascita del Cristianesimo, gli sforzi di proselitismo (evangelizzazione) da parte dei primi cristiani e, infine, alcuni dettagli sulla fondazione delle prime comunità, che saranno ben presto chiamate “chiese”.
Il libro degli Atti degli Apostoli è importante per capire le dinamiche di diffusione del messaggio di Gesù, gli ostacoli che esso incontra e, soprattutto, il consenso ottenuto presso molte popolazioni. Vi si può anche ravvisare una vera e propria strategia, da parte degli apostoli, per promuovere le nuove, rivoluzionarie idee.
Questo libro è, in un certo senso, il secondo volume dell’opera dell’evangelista Luca. Come il Vangelo che porta il suo nome, anche il libro degli Atti è dedicato dal suo autore a “Teofilo”. È facile riscontrare che i due libri sono opera dello stesso autore, poiché riportano lo stesso tipo di informazioni storiche, lo stesso schema e lo stesso vocabolario.
Luca evidenzia alcune figure importanti per lo sviluppo e la diffusione del Vangelo: Pietro, Stefano, Filippo, Cornelio, Barnaba e Paolo, ma i personaggi principali del libro sono Pietro e Paolo.
Il libro degli Atti fa “esplodere” il gruppo dei discepoli che si sparpagliano in tutto il mondo. L’immagine di quest’altro cammino si riflette in un altro percorso: quello da Gerusalemme a Roma.
Gli esordi del Cristianesimo sono più o meno difficili ed è tramite ciascuno dei personaggi principali di questo libro che passiamo da una situazione all’altra, da una tappa a quella successiva.
La Pentecoste e il dono dello Spirito
Il libro degli Atti si apre con una specie di nuova fase, durante la quale Gesù, risorto, trascorre quaranta giorni con i suoi discepoli: il tempo necessario per l’ultima iniziazione, quella definitiva, in vista della nuova missione che li attende.
Gesù, in questi quaranta giorni, passa il testimone ai discepoli, e la Chiesa diviene la continuazione del tempo evangelico. Se i discepoli attendono i tempi futuri per vedere compiersi le loro speranze, Gesù rifiuta tale atteggiamento e li esorta ad avere fiducia in Dio.
Poi Gesù scompare definitivamente, e la comunità dei credenti, rappresentata dalla Chiesa, vive i tempi della sua assenza “visiva”, che durerà fino al suo ritorno. In effetti, lo spettacolo continua e per gli apostoli è il momento di agire.
È durante questa festa, con cui si commemora il dono dei dieci comandamenti sul monte Sinai, che i discepoli ricevono il dono dello Spirito Santo. Gesù aveva annunciato che dopo la sua morte avrebbe inviato ai discepoli un dono speciale: la presenza, la consolazione e la potenza dello Spirito Santo.
Mentre i discepoli e molte altre persone si trovano riuniti in un luogo tranquillo, lo Spirito Santo li sorprende e li sconvolge. La Bibbia afferma:
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. (Atti 2:1-4)
Questo evento suscita un tale putiferio a Gerusalemme che la folla accorre in massa. Ora, in città c’è molto fermento perché gli Ebrei della diaspora sono radunati per la festa; e in quest’occasione Pietro tiene il suo primo grande discorso.
Inoltre, lo Spirito Santo permette ai discepoli di parlare in lingue diverse, che non conoscevano fino a un attimo prima, e il messaggio non incontra nessun problema di comunicazione. Gli ascoltatori lo intendono, lo capiscono e lo accolgono.
Nel suo messaggio di Pentecoste, Pietro spiega che il Messia annunciato dai profeti è venuto, si chiamava Gesù e il popolo l’ha crocifisso! La folla reagisce con il senso di colpa e il desiderio di rimediare e la domanda sorge spontanea: “E adesso che cosa possiamo fare?”.
Pietro replica con un appello al ravvedimento e alla conversione. Quando Pietro annuncia la necessità di convertirsi a Gesù e di battezzarsi nel suo nome, tremila persone, secondo Luca, compiono il grande passo.
Pietro conclude così il suo messaggio: “Per voi infatti è la promessa [di salvezza] e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro” (2:39).
Gli apostoli come autorità della comunità
Per vivere intensamente questo tipo di comunione e mettere in pratica l’amore per il prossimo, i primi cristiani mettono tutti i loro beni in comune e incaricano gli apostoli della ridistribuzione. Sarà questa nuova pratica a dare adito al primo serio problema nella Chiesa in via di formazione.
Dopo aver indicato un esempio positivo di generosità da parte di un certo Giuseppe-Bàrnaba, il libro degli Atti addita l’esempio negativo di una coppia che, dopo aver venduto un campo per consegnare il ricavato all’apostolo Pietro, ne trattiene di nascosto una parte per sé.
Ma Pietro, “illuminato dallo Spirito Santo”, non è uno sprovveduto e Anania e Saffira, la coppia di sposi in questione che persiste nella menzogna, sono colpiti da Dio e muoiono all’istante.
La popolarità dei discepoli comincia a disturbare le autorità religiose, che, dopo essersi liberate di Gesù, si ritrovano con gli stessi problemi. Pietro e Giovanni vengono arrestati e i capi religiosi intimano loro di non fare propaganda al messaggio di Gesù.
Pietro, però, si difende: “Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi”. Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini.
Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati.
E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono”.
Seguirono il suo parere e, richiamati gli apostoli, li fecero flagellare e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà.
Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. E ogni giorno, nel Tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo. (Atti 5:29-42)
3. La prima organizzazione dei ministeri
Tra i grandi avvenimenti descritti nel libro degli Atti vi sono le prime organizzazioni e la ripartizione dei ruoli: gli evangelisti e i diaconi.
La comunità cristiana, che si sta allargando, ha il privilegio di udire la predicazione dei testimoni diretti della vita e dell’opera di Gesù. Come ai tempi di Cristo, i loro discorsi sono accompagnati da “segni e prodigi” (cioè miracoli).
Si tratta, principalmente, di miracoli di guarigione ma anche di risurrezione! Nel libro degli Atti se ne riportano due: uno per opera di Pietro e l’altra di Paolo.
È evidente che questi segni e prodigi non possono non impressionare e stupire i primi uditori del Vangelo. Nel lessico di Luca i verbi tradotti con “guarire” e “salvare” sono gli stessi.
Si tratta dunque di espressioni ricche di significato che ci fanno comprendere che la guarigione operata da Gesù non tocca solamente il piano psico-fisico ma anche, e soprattutto, quello spirituale.
I sette e il servizio della comunità
Parimenti gli apostoli “dopo aver pregato, imposero le mani” (At 6,6) a sette uomini “di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza” (At 6,3). Sono i primi sette diaconi.
La loro costituzione mostra che la crescita della comunità richiede una distribuzione ordinata dei compiti. Gli apostoli restano il punto di riferimento della predicazione e della guida, mentre altri uomini vengono incaricati di un servizio riconosciuto dalla comunità e conferito mediante la preghiera e l’imposizione delle mani.
La trasmissione del ministero non è quindi presentata come una semplice assegnazione amministrativa. Essa avviene nel contesto della preghiera, dell’azione dello Spirito Santo e dell’imposizione delle mani.
4. La successione apostolica negli Atti e nelle lettere
La Chiesa è Apostolica perché Cristo l’ha edificata sugli Apostoli, testimoni scelti della sua Risurrezione e fondamento della sua Chiesa; perché, con l’assistenza dello Spirito Santo, insegna, custodisce e trasmette fedelmente il deposito della fede ricevuto dagli Apostoli.
È apostolica anche per la sua struttura, in quanto è istruita, santificata e governata, fino al ritorno di Cristo, dagli Apostoli e dai loro successori, i vescovi, in comunione con il successore di Pietro.
La successione apostolica è la trasmissione, mediante il sacramento dell’Ordine, della missione e della potestà degli Apostoli ai loro successori, i vescovi.
Questi non ricevono tutti i doni che Dio ha concesso agli Apostoli, ma solo quelli che essi hanno ricevuto per trasmetterli alla Chiesa. Grazie a questa trasmissione, la Chiesa si mantiene in comunione di fede e di vita con la sua origine, mentre nel corso dei secoli ordina tutto il suo apostolato alla diffusione del Regno di Cristo sulla terra[9].
La costituzione dei presbiteri
Sempre negli Atti degli Apostoli vediamo come gli Apostoli abbiano costituto per ogni comunità degli anziani (che in greco vengono chiamati presbiteroi, presbiteri, preti): “Dopo aver predicato il vangelo in quella città e fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiochia, rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede poiché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio.
Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani e dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto” (At 14,21-23).
A Tito scrive: “Per questo ti ho lasciato a Creta: perché tu metta ordine in quello che rimane da fare e stabilisca alcuni presbìteri in ogni città, secondo le istruzioni che ti ho dato” (Tt 1,5).
La costituzione dei presbiteri accompagna la diffusione del Vangelo e la formazione delle comunità locali. Gli apostoli non si limitano a predicare, ma organizzano stabilmente le Chiese e affidano a responsabili qualificati il compito di guidarle.
L’imposizione delle mani e la trasmissione del ministero
Si trova infatti una costante nella trasmissione dei divini poteri conferiti da Gesù. Chi li trasferisce, li trasferisce pregando e imponendo le mani sul candidato.
Così avvenne ad esempio per Paolo e Barnaba: “Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono” (At 13,2-3).
Paolo stesso trasmette ad altri il potere ricevuto dagli Apostoli nel medesimo modo. A Timoteo infatti scrive: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani” (2 Tm 1,6).
E a Timoteo raccomanda di essere prudente nel trasmettere ad altri il potere conferitogli: “Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui” (1 Tm 5,22).
Questi testi mostrano che la comunità apostolica conosce una trasmissione ordinata della missione. Il ministero è legato alla preghiera, all’imposizione delle mani, al discernimento e alla responsabilità personale di chi conferisce l’incarico.
5. I tre gradi dell’Ordine sacro
Nella Chiesa il ministero è uno, perché il ministero apostolico è uno, ma per istituzione divina è partecipato in tre gradi: episcopato, presbiterato e diaconato.
Questa unità del ministero si manifesta nella relazione interna tra i suoi tre gradi, che sono cumulativi: non si tratta di tre classi o tipi di ministri, ma di gradi di uno stesso e unico ministero, di un unico sacramento dell’Ordine.
Chi ha ricevuto il grado dell’episcopato non per questo non è più anche presbitero e diacono; chi ha ricevuto il presbiterato continua a essere diacono.
| Grado dell’Ordine | Funzione nella struttura ecclesiale |
|---|---|
| Episcopato | Possiede la pienezza del sacerdozio ministeriale, insegna, santifica e governa il popolo di Dio. |
| Presbiterato | Collabora con il vescovo nella cura pastorale, predica la Parola e celebra i sacramenti, specialmente l’Eucaristia. |
| Diaconato | È ordinato al servizio della comunità e collabora al ministero ecclesiale. |
Questo sacramento implica pure un’unità ecclesiale. È un ministero di comunione perché si esercita a favore della comunità e perché è strutturato internamente come una comunione ministeriale con quelli che hanno ricevuto lo stesso sacramento nei suoi diversi gradi.
Il rapporto tra episcopi e presbiteri
La bibbia di Gerusalemme nota come inizialmente vescovi e presbiteri sembrano identificarsi e fossero messi dagli Apostoli a capo delle varie comunità. Ma ben presto assunsero ognuno un significato proprio.
Gli «episcopi» (etimologicamente «sorveglianti», cf. At 20,28) che non sono ancora «vescovi» e appaiono in stretta relazione con i «diaconi» (Fil 1,1; ecc…) sembrano in certi testi (Tt 1,5.7; At 20,17.28) praticamente identici ai «presbiteri».
Può darsi che gli episcopi siano stati designati, forse a turno, nel collegio dei presbiteri, per occupare certe cariche attive (cf. 1 Tm 5,17).
In ogni modo, i presbiteri e gli episcopi cristiani non sono solo incaricati dell’amministrazione temporale, ma anche dell’insegnamento (1 Tm 3,2; ecc…) e del governo (1 Tm 3,5; Tt 1,7).
Stabiliti dagli apostoli (At 14,23) o dai loro rappresentanti (Tt 1,5) con l’imposizione delle mani (1 Tm 5,22; ecc…), essi hanno un potere carismatico (1 Cor 12,28) e di origine divina (At 20,28).
Avendo i loro titoli prevalso a poco a poco sui titoli analoghi di «presidente» (Rm 12.8; 1 Ts 5,12), di «pastore» (Ef 4,11) di «igùmeno» (Eh 13,7.17.24), questi capi di comunità locali sono gli antenati dei nostri «sacerdoti» e «vescovi», mentre i «diaconi» sono i loro ministri.
Il passaggio da questi episcopi-presbiteri al vescovo capo unico del collegio dei sacerdoti, così come appare chiaramente in sant’Ignazio di Antiochia, ha dovuto attuarsi con la trasmissione a un solo episcopo, in ciascuna comunità, dei poteri che gli stessi apostoli, poi i loro rappresentanti come Tito e Timoteo, esercitavano prima su molte comunità.
6. Cristo e l’origine del ministero apostolico
Il Sacramento dell’Ordine come tutti gli altri sacramenti è stato istituito da Cristo. I Vangeli riferiscono dell’istituzione degli apostoli da parte di Cristo: “Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici - che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni” (Mc 3,13-15).
Ad essi diede il comando di celebrare l’Eucaristia: “Fate questo in memoria de me” (Lc 22,19) e di rimettere i peccati “a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20,23).
Secondo la testimonianza degli evangeli tuttavia Cristo, negli anni della sua attività pubblica, dalla schiera dei settanta discepoli ha scelto dodici, i quali per il loro compito già nella chiesa primitiva vennero chiamati - secondo Luca dallo stesso Gesù - ‘‘apostoli‘‘, cioè inviati, incaricati, plenipotenziari (Mt 10,1-4; Mc 3,13-19; Lc 6,12-16).
Egli li istruì sui misteri del regno di Dio (Mt 13,11; Mc 4,11; Lc 8,10), diede loro incarichi particolari insieme a poteri speciali: essi dovevano annunciare il suo evangelo nel mondo intero (Mt 28,19; Mc 16, 15); dovevano amministrare il battesimo (Mt 28,19; Mc 16,16), celebrare l’eucarestia (Lc 22,19; 1 Cor 11,24: Fate questo in memoria di me!»), rimettere i peccati (Gv 20,23).
Egli promise loro un ampio potere di sciogliere e di legare, che comprende il potere pastorale di insegnare e di governare (Mt 18,18; cfr. Mt. 16,18s.). Trasmise la missione, che egli aveva ricevuto dal Padre, agli apostoli (Gv 17,18; 20,21) e li fornì della sua autorità (Mt 10,40; Lc 20,16).
Soprattutto il fatto che il risorto abbia ancora istruito e inviato i suoi apostoli (At 1,1-8; Mc 16,14-18; Mt 28,16-20) può farci comprendere che l’elezione e la missione riguardano soltanto questi dodici e nessun altro.
Essi costituiscono il fondamento della chiesa (cfr. Ef 2,20; 3,5), le dodici pietre fondamentali delle mura della nuova Gerusalemme (At 21,14).
La struttura fondamentale e la sua continuità
L’ecclesiologia ci farà vedere come fin dall’inizio Cristo abbia stabilito una certa struttura della chiesa e come questa struttura debba essere conservata lungo il tempo fino al ritorno del Signore.
Questa struttura fondamentale della chiesa dà il diritto di parlare di una «istituzione del sacramento dell’ordine da parte di Cristo» anche là dove gli apostoli abbiano desunto al riguardo un rito della prassi contemporanea di Israele, del popolo veterotestamentario di Dio, come segno del conferimento di un ufficio.
Il potere di fare ciò deve essere implicito nella missione data da Cristo agli apostoli, in quanto questa missione non significa soltanto una distinzione personale, ma piuttosto la destinazione a un ufficio che regge la struttura ecclesiastica creata da Cristo.
È sufficiente che mediante lo stesso rito in Israele venissero costituiti i rabbini e gli anziani, che venissero quindi investiti come successori di uffici essenziali del tardo giudaismo.
Il particolare senso simbolico del rito viene determinato dalla figura interna della chiesa stessa: con questa imposizione delle mani avviene l’investitura del ministero della chiesa istituito da Cristo, una investitura che rappresenta e opera insieme la comunicazione della grazia dell’ufficio che ne è connessa e la trasmissione dei doveri e diritti impliciti in questo ufficio.
7. Il ministero dei vescovi
Il collegio dei vescovi, in comunione con il Papa e mai senza di lui, esercita inoltre la potestà suprema e piena sulla Chiesa.
I vescovi hanno ricevuto la missione di insegnare come testimoni autentici della fede apostolica, di santificare dispensando la grazia di Cristo nel ministero della Parola e dei sacramenti, in particolare dell’Eucaristia; e di governare il popolo di Dio sulla terra[10].
Cristo ha istituito la gerarchia ecclesiastica con il compito di farlo presente a tutti i fedeli per mezzo dei sacramenti e attraverso la predicazione con autorità della Parola di Dio in virtù del mandato da Lui ricevuto.
I membri della gerarchia hanno ricevuto anche il compito di guidare il Popolo di Dio[11]. La gerarchia è formata dai ministri sacri: vescovi, presbiteri e diaconi.
Il ministero della Chiesa ha una dimensione collegiale, vale a dire, l’unione dei membri della gerarchia ecclesiastica è al servizio della comunità dei fedeli.
Ogni vescovo esercita il suo ministero come membro del collegio episcopale - il quale succede al collegio apostolico - e in unione con il suo capo, che è il Papa, rendendosi partecipe con lui e con gli altri vescovi della sollecitudine per la Chiesa universale.
Inoltre, quando gli viene affidata una chiesa particolare, la governa in nome di Cristo con l’autorità che ha ricevuto, con potestà ordinaria, propria e diretta, in comunione con tutta la Chiesa e sotto l’autorità del Santo Padre.
Il ministero ha anche un carattere personale, perché ognuno è responsabile davanti a Cristo, che lo ha chiamato personalmente e gli ha conferito la missione attraverso il sacramento dell’Ordine.
8. Il ministero dei presbiteri
Nella sua missione nella Chiesa particolare, il vescovo può contare sui presbiteri incardinati, che sono i suoi principali e insostituibili collaboratori.
I presbiteri sono rivestiti dell’unico e identico sacerdozio ministeriale del quale il vescovo possiede la pienezza. Lo ricevono attraverso il sacramento dell’Ordine, con l’imposizione delle mani del vescovo e la preghiera di consacrazione.
A partire da quel momento, entrano a far parte del presbiterio, un collegio stabile formato da tutti i presbiteri che, uniti al vescovo, condividono la stessa missione pastorale a favore del popolo di Dio.
Pertanto, quando il vescovo associa i presbiteri alla sua sollecitudine e responsabilità, non lo fa come una sua scelta o per convenienza, ma come conseguenza del fatto che condividono la stessa missione della quale egli è titolare e che proviene dal sacramento dell’Ordine.
I presbiteri sono i più diretti collaboratori del vescovo nella cura pastorale del popolo di Dio che gli è stato affidato. Essi fanno presente la sollecitudine del vescovo in un determinato luogo o ambito, predicano la Parola di Dio e celebrano i sacramenti, specialmente il sacramento dell’Eucaristia.
Le lettere pastorali e la responsabilità dei ministri
Le lettere di san Paolo mostrano che i responsabili delle comunità devono possedere qualità morali, spirituali e pastorali. Gli «episcopi» e i presbiteri cristiani non sono solo incaricati dell’amministrazione temporale, ma anche dell’insegnamento e del governo.
La responsabilità ministeriale comprende quindi l’annuncio della fede, la custodia della comunità, la correzione, il discernimento e la cura concreta dei fedeli.
Paolo raccomanda a Timoteo di essere prudente nel trasmettere ad altri il potere conferitogli: “Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui” (1 Tm 5,22).
La prudenza nella trasmissione del ministero indica che l’autorità ecclesiale non è separabile dalla responsabilità morale. Chi riceve un incarico deve essere riconosciuto idoneo e deve esercitarlo a servizio della comunità.
9. Il diaconato e il servizio ecclesiale
Il diaconato compare negli Atti nel contesto della crescita della comunità e della necessità di distribuire ordinatamente i servizi. Gli apostoli “dopo aver pregato, imposero le mani” (At 6,6) a sette uomini “di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza” (At 6,3).
Sono i primi sette diaconi. Il loro ministero nasce quindi all’interno della comunità apostolica, ma non è presentato come una semplice funzione privata o spontanea.
La scelta avviene nella comunità, secondo requisiti riconoscibili, ed è confermata dagli apostoli mediante la preghiera e l’imposizione delle mani.
Nella struttura ministeriale della Chiesa, il diaconato è ordinato al servizio. I diaconi collaborano alla vita della comunità e rendono visibile che l’autorità cristiana non è dominio, ma responsabilità e dedizione al popolo di Dio.
Diaconato, presbiterato ed episcopato non sono tre sacramenti distinti, ma gradi di un unico sacramento che ha la sua pienezza nell’episcopato ed è partecipato in modo meno completo ai presbiteri e poi, per il servizio, ai diaconi.
10. La dimensione collegiale e comunitaria
Il ministero della Chiesa ha una dimensione collegiale, vale a dire, l’unione dei membri della gerarchia ecclesiastica è al servizio della comunità dei fedeli.
Ogni vescovo esercita il suo ministero come membro del collegio episcopale - il quale succede al collegio apostolico - e in unione con il suo capo, che è il Papa, rendendosi partecipe con lui e con gli altri vescovi della sollecitudine per la Chiesa universale.
A partire da quel momento, entrano a far parte del presbiterio, un collegio stabile formato da tutti i presbiteri che, uniti al vescovo, condividono la stessa missione pastorale a favore del popolo di Dio.
Questo sacramento implica pure un’unità ecclesiale. È un ministero di comunione perché si esercita a favore della comunità e perché è strutturato internamente come una comunione ministeriale con quelli che hanno ricevuto lo stesso sacramento nei suoi diversi gradi.
La struttura gerarchica non elimina la partecipazione di tutti i battezzati. Al contrario, essa è ordinata a rendere possibile la missione dell’intero popolo di Dio.
Dicendo che la Chiesa ha una struttura gerarchica non si vuole affermare che alcuni siano migliori di altri. Tutti, grazie al Battesimo, sono chiamati alla missione di portare a Dio gli uomini e il mondo.
Il servizio alla missione di tutti è il motivo dell’esistenza della funzione gerarchica nella Chiesa. La relazione tra fedeli e gerarchia ha una dinamica missionaria ed è la continuazione della missione del Figlio nella forza dello Spirito Santo.
11. Pietro, Paolo e la guida delle Chiese
Pietro e il ministero di presidenza
Il Papa è vescovo di Roma e successore di san Pietro ed è il principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità della Chiesa. Cristo ha dato all’apostolo san Pietro l’incarico di presiedere il collegio apostolico e di confermare i suoi fratelli nella fede[4].
Tutte le Chiese particolari sono unite alla Chiesa di Roma e tutti i vescovi che presiedono quelle chiese sono in comunione con il vescovo di Roma, che le presiede nella carità.
La funzione di quest’ultimo è servire l’unità dell’episcopato e così servire l’unità della Chiesa. Per questo il Papa è capo del collegio dei vescovi e pastore di tutta la Chiesa, sulla quale detiene, per istituzione divina, la potestà piena, suprema, diretta e universale.
Negli Atti, Pietro appare come il principale portavoce del collegio apostolico. A Pentecoste tiene il primo grande discorso, interpreta l’evento alla luce delle Scritture, invita alla conversione e annuncia il compimento della promessa di salvezza.
Nel conflitto con le autorità religiose, Pietro parla insieme agli apostoli e difende la libertà dell’annuncio cristiano: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. La sua autorità non è separata dalla testimonianza, dalla sofferenza e dal servizio alla verità del Vangelo.
Paolo e la fondazione delle comunità
Saulo è colui che la cristianità conoscerà come l’apostolo Paolo, san Paolo!
La missione di Saulo, che si sta avvicinando alla città con i suoi uomini, viene arrestata in modo brusco e straordinario: Gesù stesso gli appare in visione come una luce abbagliante che soltanto lui è in grado di vedere.
La risposta giunge come un fulmine a ciel sereno: “Io sono Gesù, che tu perséguiti!”. Tale rivelazione sconvolge Saulo, che si converte all’istante.
Gli farà visita un uomo inviato da Dio, Anania, un responsabile della comunità cristiana di Damasco. Questi sarebbe stato una potenziale vittima del fanatismo religioso di Saulo, ma sarà proprio lui a guarirlo e a raccontargli tutto ciò che sa di Gesù.
Paolo riceve la missione apostolica e diventa uno dei principali strumenti della diffusione del Vangelo. Il libro degli Atti descrive i suoi tre viaggi missionari, la fondazione delle comunità, la predicazione, le controversie, gli arresti e il viaggio verso Roma.
Le sue lettere mostrano come le Chiese locali siano guidate da responsabili, presbiteri ed episcopi, e come la vita comunitaria richieda un ordine capace di custodire la fede e di coordinare la missione.
12. Il concilio di Gerusalemme e il discernimento comune
Tra i grandi avvenimenti descritti nel libro degli Atti vi è il primo concilio (assemblea dei capi delle varie chiese), a Gerusalemme.
La riunione di Gerusalemme mostra che le questioni riguardanti l’intera Chiesa non vengono risolte soltanto mediante iniziative individuali. Gli apostoli e gli anziani si riuniscono, ascoltano le testimonianze, discutono e cercano una decisione comune sotto la guida dello Spirito Santo.
Il collegio dei vescovi, in comunione con il Papa e mai senza di lui, esercita inoltre la potestà suprema e piena sulla Chiesa. La dimensione collegiale del ministero ha quindi una radice nella prassi apostolica del discernimento comune.
La comunità cristiana non è una somma di gruppi indipendenti, ma una comunione nella quale le Chiese locali sono legate dalla stessa fede, dalla stessa missione e dalla comunione dei ministri.
13. Parola di Dio, carismi e ministeri
Sulla terra la Chiesa è, nello stesso tempo, comunione e società strutturata dallo Spirito Santo attraverso la Parola di Dio, i sacramenti e i carismi.
Il libro degli Atti mostra che la vita della Chiesa nasce dalla predicazione apostolica, dalla conversione, dal battesimo, dall’Eucaristia, dalla comunione fraterna e dalla presenza attiva dello Spirito Santo.
Il ministero ordinato non esaurisce l’azione dello Spirito. Gli Atti ricordano figure diverse per origine, ruolo e carisma: Pietro, Stefano, Filippo, Cornelio, Barnaba, Paolo, Anania e i responsabili delle comunità locali.
Dall’azione dello Spirito Santo nei sacramenti e nei carismi scaturiscono le tre grandi caratterizzazioni che si danno storicamente nella Chiesa: i fedeli laici, i ministri sacri (che hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine e formano la gerarchia della Chiesa: diaconi, presbiteri e vescovi) e i religiosi.
La gerarchia e i carismi non sono realtà contrapposte. La struttura ministeriale custodisce la comunione e coordina la missione, mentre i carismi arricchiscono la vita della Chiesa e contribuiscono alla sua edificazione.
14. La lettura biblica della Chiesa e dei ministeri
Il tema della gerarchia ecclesiale va letto all’interno del rapporto tra Bibbia e consapevolezza ecclesiale. La riscoperta delle fonti bibliche costituisce uno degli elementi generatori e portanti dell’evento conciliare, e la nuova autocoscienza di chiesa è maturata a partire da un nuovo rapporto fra Parola di Dio e vita dei credenti, Bibbia e vita di chiesa, personale e comunitaria.
I nuovi metodi di approccio alla Scrittura costituiscono un processo di rinnovamento fondamentale per la comprensione e maturazione di una nuova visione di chiesa.
Esegeti e teologi conducono una serie di studi settoriali intorno ad alcune definizioni di chiesa, tratte dai testi neotestamentari, che poi consegneranno ai Padri conciliari e diventeranno portanti nella Lumen Gentium.
Se la definizione di chiesa allora più diffusa nei manuali era sicuramente quella di societas, società perfetta, nel senso di totalmente autosufficiente quanto al rapporto tra mezzi e fini, dei mezzi per il raggiungimento del fine, tra gli anni '30-'40 ci sono esegeti che cominciano a segnalare l'importanza del recupero della categoria di corpo di Cristo nel senso paolino e poi di popolo di Dio.
In ogni caso l'approccio alla Scrittura che noi troviamo nei documenti conciliari non è più in chiave giustificativa. Non c'è più, come avveniva nella manualistica, l'affermazione di principio su che cosa è chiesa, come vive, quali sono i soggetti, per poi ricercare a posteriori le giustificazioni tratte dai testi biblici.
I documenti conciliari mostrano che anche su questo aspetto è avvenuta una rivoluzione a livello di prospettive: si parte dai testi, dalla loro interpretazione per procedere poi ad una riflessione a livello teologico e alla elaborazione di documenti.
La comunità come soggetto ecclesiale
Negli anni '90 un apporto ulteriore è dato dagli studi di sociologia del cristianesimo primitivo. Si utilizzano lo strumentario, le categorie, le prospettive della sociologia per comprendere le dinamiche di carattere propriamente sociologico delle prime comunità cristiane.
Cercare di individuare, nella lettura dei testi biblici, quali sono le dinamiche costitutive del soggetto ecclesiale diventa essenziale per poter comprendere che cosa è transeunte e che cosa è essenziale nella vicenda storica delle prime comunità cristiane.
Soprattutto questo tipo di approccio permette di collegare l'esperienza, l'autocoscienza di chiesa neotestamentaria all'alveo del giudaismo dal quale l'esperienza cristiana nasce e al più vasto contesto dell'ellenismo del tempo.
Mi sembra importante l'acquisizione che non si può vivere un'esperienza cristiana, non si possono trovare le parole per dire la propria coscienza di chiesa se non si parte dal recupero più diretto e non ingenuo dei testi biblici, in particolare dei testi fondativi della comunità cristiana stessa.
15. La gerarchia come servizio alla missione
La gerarchia nella Chiesa non è frutto di circostanze storiche nelle quali un gruppo ha prevalso su di un altro imponendo la propria volontà.
Cristo ha istituito la gerarchia ecclesiastica con il compito di farlo presente a tutti i fedeli per mezzo dei sacramenti e attraverso la predicazione con autorità della Parola di Dio in virtù del mandato da Lui ricevuto.
Il servizio alla missione di tutti è il motivo dell’esistenza della funzione gerarchica nella Chiesa. La relazione tra fedeli e gerarchia ha una dinamica missionaria ed è la continuazione della missione del Figlio nella forza dello Spirito Santo.
Gli apostoli, i vescovi, i presbiteri e i diaconi non costituiscono una classe separata dal popolo di Dio. Il loro ministero è orientato alla comunione, all’annuncio, alla santificazione e alla guida della comunità.
I presbiteri sono i più diretti collaboratori del vescovo nella cura pastorale del popolo di Dio che gli è stato affidato. Essi fanno presente la sollecitudine del vescovo in un determinato luogo o ambito, predicano la Parola di Dio e celebrano i sacramenti, specialmente il sacramento dell’Eucaristia.
La distinzione tra i gradi dell’Ordine non sopprime l’unità della Chiesa, ma la serve. Il ministero è uno, la missione è una e il fine è comune: rendere presente Cristo e annunciare il Vangelo fino ai confini della terra.
