La Salve Regina è un’antifona mariana medievale, composta in latino e divenuta una delle preghiere più conosciute della tradizione cristiana. Il testo presenta Maria come Regina e Madre della misericordia, alla quale gli uomini, segnati dall’esilio, dalla sofferenza e dal peccato, si rivolgono con fiducia per ottenere consolazione e per essere condotti a Gesù.
La preghiera risale probabilmente all’XI secolo e viene comunemente attribuita a Ermanno di Reichenau, detto Ermanno il Contratto, benché nel corso dei secoli sia stata attribuita anche a Pietro di Mezonzo, Ademaro di Puy, Gregorio VII, sant’Anselmo da Baggio e san Bernardo. La forma attuale si è formalizzata nell’abbazia di Cluny nel XII secolo, mentre la sua diffusione liturgica fu favorita dai Cistercensi, dai Domenicani, dai Francescani e dagli altri Ordini mendicanti.
Il testo latino e la traduzione italiana
Il testo latino della Salve Regina è il seguente:
Salve, Regina, Mater misericordiae, vita, dulcedo, et spes nostra, salve.
Ad te clamamus, exsules filii Evae, ad te suspiramus, gementes et flentes in hac lacrimarum valle.
Eia ergo, advocata nostra, illos tuos misericordes oculos ad nos converte.
Et Iesum, benedictum fructum ventris tui, nobis, post hoc exilium, ostende.
O clemens, O pia, O dulcis Virgo Maria.
La traduzione italiana è:
Salve, Regina, madre di misericordia; vita, dolcezza e speranza nostra, salve. A Te ricorriamo, esuli figli di Eva; a Te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime. Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi. E mostraci, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo Seno. O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria!
In taluni casi viene aggiunto:
Ora pro nobis sancta Dei Genetrix. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.
Prega per noi Santa Madre di Dio. Affinché siamo resi degni delle promesse di Cristo.
Una preghiera mariana tra le più celebri
La Salve Regina è un’antifona mariana. La preghiera, composta in latino, risale al Medioevo. È tra le preghiere mariane più conosciute, insieme alla Regina Coeli, all’Ave Regina Coelorum e all’Alma Redemptoris Mater.
Tra le antifone rivolte alla Vergine Maria - Alma Redemptoris Mater, Ave Regina Coeli, Regina Coelorum - la Salve Regina è la preghiera senza dubbio più celebre e la più popolare. Sicuramente questo primato le viene dal fatto che al suo interno troviamo quell’atto di affidamento che tutti i cristiani hanno nel rivolgersi a Lei in qualità di corredentrice di salvezza.
Fiduciosi dell’amore e della tenerezza che ha sempre trasmesso essa viene tradotta nel termine misericordia, segno di speranza del perdono divino verso le miserie umane. Per questo motivo la supplica, nella quale si riflette la piena fiducia, dell’animo umano in uno slancio di grande sentimento, è per la sua ritmica un piccolo gioiello di lode dal punto di vista religioso-spirituale ma anche poetico-letterario.
L’origine medievale e le attribuzioni dell’autore
La storia di questa antifona è intricatissima, appunto per il suo uso universale. Le sue origini non sono certe, ed è stata attribuita un po’ a tutti: a Ermanno Contratto, morto nel 1054, ad Ademaro di Puy, morto nel 1098, all’arcivescovo di Compostella Pietro di Mezonzo, morto nel 1003.
Non sembra anteriore, comunque, al sec. XI. Leggendarie sono le aggiunte ascritte a S. Bernardo. L’origine della preghiera è fatta risalire al XI secolo. La tradizione più diffusa la attribuisce al monaco Ermanno di Reichenau.
Viene anche attribuita a papa Gregorio VII, sant’Anselmo da Baggio, morto nel 1086, san Pietro di Mezonzo, vescovo di Iria Flavia, e san Bernardo, durante la sua permanenza all’eremo dei Santi Jacopo e Verano alla Costa d’acqua.
Probabilmente è di san Bernardo solo l’ultimo verso “O clemens, o pia, o dulcis virgo Maria”. Oggi si ritiene che quasi sicuramente sia stata composta da Ermanno di Reichenau, meglio conosciuto come Ermanno il Contratto, autore anche dell’Alma Redemptoris Mater.
È per altro quasi certo che egli fu il compositore dello stupendo inno Salve Regina, dell’Alma Redemptoris, e di alcuni altri. La forma attuale si è formalizzata nell’Abbazia di Cluny nel XII secolo.
Ermanno di Reichenau, il possibile autore
Il suo autore non sembra essere la “tradizione popolare” a cui appartiene, ma già nella sua stesura completa questa preghiera a Maria nasce da un animo sensibile e profondo di un monaco tedesco, considerato una delle menti più luminose del suo secolo: Ermanno di Reichenau meglio conosciuto come Ermanno lo storpio.
I documenti che attestano circa la sua esistenza riportano di un uomo con gli arti talmente deformati da non poter camminare, stare seduto nella sedia per lui costruita appositamente e neppure sdraiato. Nacque il 18 luglio 1013 dal conte di Althausen di Svevia, Goffredo e Eltride.
Fu monaco presso l’abbazia di Reichenau, in un’isola nel lago di Costanza, dove trascorse la sua vita fra la preghiera e lo studio. Sappiamo comunque che studiò a san Gallo e a trent’anni ricevette l’ordinazione sacerdotale a Reichenau.
Per la sua grave malformazione fisica, non poteva stare eretto né tanto meno camminare, ed è soprannominato “il Contratto”, dal latino contractus, che significa appunto contratto, rattrappito, ma anche storpio.
All’età di sette anni lo troviamo nel monastero benedettino di Reichenau, presso l’isoletta del Lago di Costanza e vi rimane per tutta la vita, divenendo monaco nel 1043.
La formazione nel monastero di Reichenau
Nella biblioteca di Oxford, uno studioso gesuita, Cyril Martindale, in un volume latino chiamato Martindale, “riesuma” la storia di un “piccolo” affidato alle amorevoli cure della comunità dei monaci e divenuto poi monaco a sua volta.
Le notizie biografiche su Ermanno riferite in quelle pagine, racconta Martindale, non parlano di un disabile abbandonato, ma di un piccolo affidato alle amorevoli cure dei monaci e diventato presto un compagno prezioso per i religiosi.
In un mondo pagano egli sarebbe stato, senza esitazione di sorta, lasciato morire all’atto stesso della sua nascita, soprattutto considerando che il piccolo Ermanno era uno dei quindici figli e che i competenti di novecento anni fa lo dichiararono anche “deficiente”. Che cosa fecero quei poveretti ancor sommersi in quelle che abbiamo la faccia tosta di chiamare le “tenebre del medioevo”? Lo mandarono in un monastero e pregarono per lui.
Erano stati i monasteri a raccogliere e a sviluppare tutto quanto era stato possibile dell’antica cultura. In Germania la cultura del passato veniva non soltanto dal sud latino, ma anche dall’Inghilterra, san Bonifazio del Devoshire, e, certamente, dall’Irlanda.
Inoltre era largamente diffusa tra il popolo. La cultura latina, piuttosto ardua, era addolcita da piacevoli elmenti germanici. C’erano traduzioni in tedesco dei Vangeli, nelle chiese si predicava in tedesco e si può dire che tutti i grandi nomi delle letterature latina e greca giungevano, attraverso il pulpito, all’orecchio di tutti.
Fu in uno di tali monasteri che venne mandato il mostriciattolo deficiente. Reichenau sorgeva in una deliziosa isoletta nel lago di Costanza, dove il Reno corre impetuoso verso le sue cateratte.
Il monastero era stato fondato prima di Carlo Magno, esisteva cioè da più di duecento anni. Sulla strada maestra, sulla riva di fronte, transitavano continuamente viaggiatori italiani, greci, irlandesi e islandesi. Le sue mura ospitavano dotti famosi e una scuola di pittura.
Qui il ragazzo crebbe. Qui il ragazzo che poteva a mala pena biascicare poche parole con la sua lingua inceppata, trovò, chissà in virtù di quale psicoterapia religiosa, che la sua mente si apriva.
Una personalità colta e amabile
La biografia riferisce inoltre che Ermanno non è soltanto un ricercatore molto colto - conosce la matematica, il greco, il latino, l’arabo, l’astronomia, la musica - ma anche un uomo contraddistinto da un’umanità appassionata, di una persona «piacevole, amichevole, sempre ridente; tollerante, gaia», che scopre in monastero la bellezza dell’amicizia e il calore di una casa.
Il testo racconta di un uomo abitato dal desiderio, contraddistinto da un’umanità di spessore, appassionata. E ci raggiunge come una persona “piacevole, amichevole, sempre ridente; tollerante, gaio; sforzandosi in ogni occasione di essere galantuomo con tutti”.
Neppure per un solo istante, durante tutta la sua vita, egli può essersi sentito “comodo” o, per lo meno, liberato da ogni dolore: quali sono tuttavia gli aggettivi che vediamo affollarsi intorno a lui nelle pagine degli antichi cronisti? Li traduco dalla biografia in latino: “Piacevole, amichevole, conversevole; sempre ridente; tollerante; gaio; sforzandosi in ogni occasione” - ah, ecco una parola di difficile traduzione - “di essere galantuomo con tutti”, mi pare che sarebbe il nostro modo di esprimerci, oggi.
Con il risultato che tutti gli volevano bene. E frattanto quel coraggioso giovinetto - che, ricordate, non era mai comodo, né seduto su di una sedia, né sdraiato in un letto - imparò la matematica, il greco, il latino, l’arabo, l’astronomia e la musica.
Scrisse un intero trattato sugli astrolabi e nella prefazione scrisse: “Ermanno, l’infimo dei poveretti di Cristo e dei filosofi dilettanti, il seguace più lento di un ciuco, anzi, di una lumaca”… “è stato indotto dalle preghiere di “molti amici” già “tutti” gli volevano bene a scrivere questo trattato scientifico”.
Aveva sempre cercato di risparmiarsi lo sforzo, con ogni sorta di pretesti, ma, in realtà, soltanto a causa della sua “massiccia pigrizia”; tuttavia finalmente poteva offrire, all’amico al quale il libro è dedicato, la teoria della cosa, e aggiungeva che, se l’amico l’avesse gradito, avrebbe cercato, in seguito, di svilupparlo su linee pratiche e più particolareggiate.
E, lo credereste? con quelle sue dita tutte rattrappite, l’indomabile giovane riuscì a fare astrolabi, orologi e strumenti musicali. Mai vinto, mai ozioso!
Ermanno, la musica e la composizione della Salve Regina
In quanto alla musica - magari i nostri coristi d’oggi leggessero le sue parole! - egli afferma che un buon musico dovrebbe essere capace di comporre un motivo passabile, o almeno di giudicarlo, e poi di cantarlo.
In generale i cantori, egli dice, si curano del terzo punto soltanto, e non pensano mai. Essi cantano, o, per meglio dire, si sgolano, senza rendersi conto che nessuno può cantar bene se la sua mente non è in armonia con la sua voce.
Per tali cantanti da strapazzo una voce forte è tutto ciò che conta. È per altro quasi certo che egli fu il compositore dello stupendo inno Salve Regina, dell’Alma Redemptoris, e di alcuni altri.
Il suo nome è associato anche all’Alma Redemptoris Mater, anche se questa preghiera mariana sembra strutturata più sulla sequenza Ave Maris Stella.
La sofferenza e la serenità di Ermanno
Scopre in Monastero la bellezza dell’amicizia, il calore di una casa. E’ a Bertoldo che affida i pensieri più intimi, a lui che quotidianamente lo accompagna e aiuta nella pleurite che lo porterà alla morte.
All’amico del cuore Bertoldo, che quotidianamente lo accompagna e l’aiuta, affida i suoi pensieri più intimi nei giorni della pleurite che lo porterà alla morte. E l’amico si commuove e si tura le orecchie quando il piccolo monaco si dice «stanco di vivere».
La vita - come la scrive il biografo Bertoldo - è così piena di vita pulsante che Ermanno ne esce veramente vivo […] per il suo coraggio, la bellezza della sua anima, la sua serenità nel dolore, la sua prontezza a scherzare, la dolcezza dei suoi modi che lo resero “amato da tutti”.
Ermanno ci dà la prova che il dolore non significa infelicità, né il piacere la felicità.
Venne il momento di morire. Lascio al suo amico e biografo Bertoldo di parlarci di questo.
“Quando alfine l’amorevole benignità del Signore si degnò di liberare la sua santa anima dalla tediosa prigione del mondo, egli fu assalito dalla pleurite e trascorse quasi dieci giorni in continue e forti tribolazioni. Alfine, un giorno, nelle prime ore del mattino, subito dopo la Santa Messa, io, che egli considerava il suo più intimo amico, mi recai da lui e gli chiesi se si sentisse un poco meglio: - Non domandarmi questo, egli rispose, non questo!… Ascoltami bene. Io morirò certamente tra breve. Non vivrò, non guarirò più”.
Riferisce poi il cronista che il paziente gli disse che la notte precedente gli era parso di essere intento a rileggere il famoso Hortensius di Cicerone con le molte sagge osservazioni sul bene e sul male, e gli erano ripassate per la mente tutte le cose che egli stesso aveva avuto in animo di scrivere su quello stesso argomento.
“E sotto la forte ispirazione di quella lettura, tutto il mondo presente e tutto ciò che ad esso appartiene - questa stessa vita mortale era divenuta meschina e tediosa - e, d’altra parte, il mondo futuro, che non avrà termine, e quella vita eterna, sono divenuti indicibilmente desiderabili e cari, così che io desidero tutte queste cose passeggere non più che la impalpabile calugine del cardo”.
“Sono stanco di vivere”. All’udire queste parole di Ermanno, Bertoldo non seppe più trattenersi e, dice, “ruppi in grida scomposte e pianti!”.
Ma Ermanno dopo un poco tutto indignato mi rimproverò tremando un poco per l’ira e guardandomi di sottecchi con aria di meraviglia: - Amico del mio cuore, - diss’egli - non piangere, non piangere per me!
Dopo di che chiese a Bertoldo di prender le tavolette per scrivere onde annotare alcune ultime cose.
“E - aggiunse il morente - ricordando ogni giorno che anche tu dovrai morire, preparati con ogni energia per intraprendere lo stesso viaggio, poiché, in un giorno e in un’ora che tu non sai, verrai con me, con me, il tuo caro, caro amico”.
E furono queste le sue ultime parole.
Senza dubbio, allevare bene il corpo è cosa importante, tuttavia subordinata; l’educar bene la mente è la cosa principale. In questo povero, contorto ometto del Medioevo, brilla il trionfo della Fede che ispirò l’amore e il trionfo dell’amore che fu leale alla Fede professata.
La diffusione liturgica
L’uso liturgico pare sia dovuto ai domenicani, e poi ai francescani. La Salve Regina si cantava come inno processionale a Cluny, al tempo dell’abate Pietro il Venerabile, morto nel 1156, che l’aveva stabilita durante la processione della festa dell’Assunta e nelle altre grandi feste.
Gli «Statuti della Congregazione Cluniacense», redatti verso il 1135, prescrivevano: «È stato stabilito che nella festa dell’Assunzione, durante la processione, venga cantata dalla comunità l’antifona composta per la santa Madre del Signore, che inizia con le parole: Salve, Regina mater misericordiae.
Lo stesso si faccia nelle processioni che dalla chiesa principale degli Apostoli si dirigono, secondo la tradizione, alla chiesa della medesima Madre Vergine […]. Il motivo di questa prescrizione è che, dopo il Creatore di tutte le cose, verso la Madre del Fattore dell’universo si deve nutrire un amore sommo e massimo da parte di ogni creatura razionale».
L’uso presso i Cistercensi
La Salve, inoltre, era usata dai Cistercensi, e ciò spiega perché una delle attribuzioni più diffuse sia stata anche quella a san Bernardo di Clairvaux, morto nel 1153.
L’Antifonario cistercense, riformato tra il 1135 e il 1145, prevedeva il canto della Salve come antifona al Benedictus o al Magnificat, e nelle quattro feste medievali di santa Maria: Purificazione, 2 febbraio, Annunciazione, 25 marzo, Assunzione, 15 agosto, Natività, 8 settembre.
Con una serie di interventi legislativi, dal 1174 al 1251, i Capitoli generali dell’Ordine ne ampliarono progressivamente l’uso, conferendogli maggiore importanza e solennità.
L’introduzione presso i Domenicani
Ben presto la Salve Regina fu adottata dagli Ordini mendicanti. I Domenicani introdussero il canto quotidiano della Salve dopo compieta nel 1221, prima a Bologna e poi negli altri conventi della Provincia di Lombardia, da dove si estese rapidamente in tutto l’Ordine.
I Domenicani hanno introdotto la Salve Regina nella preghiera di compieta nel 1221. I Cistercensi la utilizzano dal 1251. I Certosini la cantano ogni giorno, dal XII secolo, ai vespri.
Nel 1250 papa Gregorio IX la approvò e prescrisse il suo canto a conclusione della preghiera di Compieta. Tradizionalmente viene anche recitata a conclusione del rosario.
Francescani e Servi di Maria
Per quanto attiene ai Frati Minori si è informati che, in seguito alla riforma liturgica compiuta dal Ministro generale fra Aimone di Faversham, morto nel 1244, la Salve Regina era annoverata tra le quattro antifone che, secondo i vari tempi dell’anno liturgico, si cantavano dopo compieta.
Tra gli Ordini mendicanti, i Servi di Maria si distinsero per un uso frequente. Le Costituzioni antiche redatte nel 1280 prescrivevano nel Capitolo I: «Non si ometta in nessun tempo dell’anno liturgico la Salve Regina alla fine di ogni ora e dopo la mensa comune, eccetto che nel triduo della Parasceve.
Ogni sera la Salve sia cantata con grande devozione dopo la terza lettura della Vigilia di Nostra Signora, quando questa è in canto; se poi la Vigilia non è cantata, la Salve Regina si canti a conclusione della compieta.
Vi devono partecipare sin dall’inizio tutti i frati presenti in convento, compresi i provinciali e gli altri ufficiali, tralasciato qualsiasi altro impegno; e affinché i frati non possano avanzare scuse, si suoni la campana».
Al canto della Salve i Servi inchinavano il capo e piegavano un ginocchio alle parole Salve Regina, fino al secondo salve.
Nella chiesa di Santa Maria dei Servi a Bologna si può contemplare la dolce icona della Madonna della Salve, di autore anonimo del XIII secolo. La tradizione vuole che sia stato san Filippo Benizi, morto nel 1285, a donarla ai frati del convento bolognese.
A questa icona la comunità si recava in processione, cantando appunto la Salve. David Maria Turoldo, il più famoso frate dei Servi di Maria, in un brano poetico presenta in modo suggestivo il rapporto filiale tra la Vergine e i suoi Servi in relazione alla nostra antifona: «Quanti frati e quale coro di voci a salutarmi ogni sera! Ed io senza fare che si accorgessero, con lieve sorriso, a salutarli ogni sera uno per uno».
La collocazione nella Liturgia delle Ore
Antifona del breviario in onore della Vergine Maria, ma divenuta popolarissima come preghiera comune. Nell’uso liturgico, è recitata alla fine del breviario o di una sua parte, dai Primi Vespri della Trinità sino a Nona del Sabato innanzi l’Avvento, e dopo la Messa per ordine di Leone XIII, nel 1884.
Queste quattro melodie venivano cantate - in maniera alternata nel corso dell’anno, a seconda del periodo liturgico - a conclusione della recita della compieta; nello specifico, la Chiesa cattolica di Roma prescrive che il Salve Regina sia adottato nella liturgia a partire dal sabato dell’Ottava di Pentecoste fino alla prima domenica di Avvento.
La forma attuale della Salve assunse la forma corrente grazie ai monaci dell’abbazia di Cluny intorno al XII secolo. Questa abbazia introdusse l’orazione nel servizio liturgico intorno al 1135, in seguito se ne servirono pure i cistercensi e i domenicani, costituendone l’ultimo canto serale per molte comunità monastiche.
Nel secolo XIV ne ha visto l’introduzione nell’Ufficio Divino che anticipa l’attuale Liturgia delle Ore, al termine della compieta. Nel XIX secolo e successivamente all’interno della riforma liturgica del Concilio Vaticano II, è abitualmente intonata dopo la S. Messa.
I vari pontefici che si sono succeduti sul trono di Pietro da questo momento in poi, hanno avuto molta cura nel raccomandare la recita del Salve Regina alla fine di ogni giorno, come atto di affidamento completo alla Madre di Dio.
Anche il Santo Padre S. Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, esorta alla recita della Salve e delle Litanie Lauretane al termine della preghiera del Santo Rosario con queste parole: Come stupirsi se l’animo sente il bisogno alla fine di questa preghiera, in cui ha fatto intima esperienza della maternità di Maria, di sciogliersi nelle lodi per la Vergine Santa sia nella splendida preghiera del Salve Regina che in quelle delle Litanie Lauretane.
La musica gregoriana
Il tema musicale gregoriano è considerato originario dell’XI secolo, e rappresenta uno degli esempi più antichi di musica sacra tuttora in uso. Il patrimonio gregoriano, nel Liber Usualis, conserva due differenti melodie scritte su questo testo.
La prima, un po’ più melismatica, è in I modo, Dominica ad Completorium; la seconda è in V modo, tonus simplex, molto più semplice, ed è quella abitualmente cantata dai fedeli.
Il Liber Usalis, il libro liturgico che contiene i testi e i canti liturgici gregoriani, contiene le due versioni dell’antifona mariana: una nel Tonus Simplex, che è ancora oggi più diffuso e forse uno dei pochi canti gregoriani conosciuto in tutte le comunità parrocchiali, l’altra nel Tonus Sollemnis, è più diffuso nelle comunità benedettine, risulta essere più solenne e suggestiva.
Numerosissimi, poi, sono i compositori che, nel corso della storia, hanno musicato questo testo.
- Marc-Antoine Charpentier
- Pierre de La Rue
- Gabriel Fauré
- Georg Friedrich Händel
- Franz Joseph Haydn
- Leonardo Leo
- Franz Liszt
- Jean-Baptiste Lully
- Giovanni Battista Pergolesi
- Niccolò Porpora
- Francis Poulenc
- Antonio Salieri
- Alessandro Scarlatti
- Franz Schubert
- Antonio Vivaldi

La struttura poetica della preghiera
Queste esemplificazioni evidenziano uno degli aspetti che si potrebbero analizzare della Salve Regina, ritenuta un piccolo gioiello letterario e religioso, per l’originalità ritmica, lo slancio dei sentimenti, la supplica piena di fiducia.
La Salve Regina, afferma Calabuig, per il suo contenuto è contemporaneamente espressione di saluto, forma di “clamore”, voce di supplica.
- Saluto dei servi alla Regina di misericordia; saluto solenne, espresso con felice disposizione letteraria: lo stesso termine apre e chiude la prima strofe: «Salve, Regina […] spes nostra, salve».
- Clamore nel senso biblico-liturgico di grido di un popolo oppresso che sale fino al cielo; clamore, quindi, che si leva dai servi alla loro Avvocata - oppressi dalla coscienza del peccato e gementi in terra di esilio - perché intervenga in loro favore ed ottenga per essi liberazione e ritorno alla patria.
- Supplica dei servi alla Madre di Gesù, perché «dopo questo esilio» mostri ad essi il Figlio, «frutto benedetto» del suo seno.
Il testo procede attraverso una dinamica precisa: comincia con un saluto, si trasforma in grido e approda alla supplica. La prima parte contempla la dignità di Maria; la seconda descrive la condizione umana; la terza invoca il suo intervento; la conclusione indirizza lo sguardo verso Gesù.
Analisi dei principali termini
«Salve, Regina»
Il termine Regina viene utilizzato in tre delle quattro antifone mariane: nel Salve Regina, nel Regina coeli e nell’Ave Regina Coelorum.
Inoltre, nella recita del Santo Rosario, il quinto mistero Glorioso, che viene generalmente recitato la domenica e il mercoledì, declama l’incoronazione di Maria, Regina del cielo e della terra.
Da ultimo, moltissime sono le Litanie che appellano Maria come Regina; in particolare, Maria viene pregata Ora pro nobis in quanto Regina degli Angeli, Regina dei Patriarchi, Regina dei Profeti, Regina degli Apostoli, Regina dei Martiri, Regina dei veri cristiani, Regina delle Vergini, Regina di tutti i Santi, Regina concepita senza peccato originale, Regina assunta in cielo, Regina del santo Rosario, Regina della famiglia e Regina della pace.
Maria Regina è ricordata dalla Chiesa il giorno 22 agosto.
Nel suo Trattato della vera devozione a Maria, al capitolo 1, articolo II, S. Luigi Maria Grignion di Montfort, scrive che Maria è Regina dei cuori.
Maria è la regina del cielo e della terra per grazia, come Gesù ne è il re per natura e per conquista. Ora, come il regno di Gesù Cristo consiste principalmente nel cuore, secondo quel che è scritto: «Il regno di Dio è dentro di voi», così il regno della santissima Vergine sta principalmente all’interno dell’uomo, cioè nella sua anima.
È soprattutto nelle anime che essa è glorificata insieme col Figlio, più che in tutte le creature visibili, tanto che possiamo chiamarla con i Santi: Regina dei cuori.
«Madre di misericordia»
Il titolo di Madre della misericordia giustamente la celebra in quanto Madre di Colui che è misericordia in Cristo Gesù, come affermava il papa S. Giovanni Paolo II nell’enciclica Dives in Misericordia.
Maria è madre carnale di Cristo, in virtù del suo “Fiat voluntas Tua”, ma è anche Madre della Chiesa e di noi tutti, in quanto ha cooperato all’opera di Dio e con il suo esempio di obbedienza, fede, speranza e carità si è resa modello di vita cristiana.
Secondo quanto riportato nella Lumen gentium, una volta “assunta in cielo ella non ha deposto questa missione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua ad ottenerci i doni della salvezza eterna. Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice”.
Questo concetto viene ribadito nel Catechismo della Chiesa Cattolica, al numero 2675, dove si legge che la Vergine ha una “singolare cooperazione all’azione dello Spirito Santo”: ecco quindi che è molto utile pregare la Madre affinché interceda con noi presso Dio.
Il Santo Padre ha inoltre posto attenzione al significato letterale di misericordia, termine focale di tutta la preghiera, che significa l’avere un cuore sensibile a tutte le miserie altrui.
Essere pronti a soccorrere il fratello nella necessità, l’atteggiamento del buon samaritano che concretamente aiuta il nemico bisognoso, è l’atteggiamento consapevole che ognuno di noi deve avere e che il cristiano è chiamato a compiere ogni giorno.
«Vita, dolcezza e speranza nostra»
Tra i commenti con cui è stata onorata la Salve Regina segnaliamo quelli di Goffredo di Auxerre, morto intorno al 1188, San Lorenzo da Brindisi, morto nel 1619, e Sant’Alfonso M. de Liguori, morto nel 1787.
Secondo Goffredo Maria è nostra vita perché con gli esempi della sua esistenza santa genera ed educa alla vita. È nostra dolcezza perché portatrice di valori d’immensa amabilità, quali l’amore alla contemplazione, la gioia al suo ricordo, la fiducia che infondono i suoi occhi misericordiosi rivolti verso di noi.
Maria è speranza nostra anzitutto perché è «speranza di risurrezione». Contemplando già compiuto in lei ciò che attendiamo con intimo e struggente desiderio - la vittoria sulla morte e la felicità eterna -, ci sentiamo rincuorati e pieni di fiducia.
È inoltre «speranza di misericordia» perché, considerando la Vergine quale icona della misericordia divina, confidiamo di ottenere per sua intercessione ciò che non meritiamo per il nostro peccato, e soprattutto di vedere «dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del suo grembo».
I tre attributi hanno un’eco intensa nel cuore del cristiano: lo richiamano al fatto misterioso della sua esistenza, vita, al suo bisogno di consolazione nell’amarezza, dulcedo, alla necessità di vivere in un’attesa che non deluda, spes.
Goffredo non affronta la difficoltà che rappresenta l’uso di questi termini applicati alla Vergine. Certo non ignora che, rigorosamente parlando, vita nostra è solo Cristo, lui solo la sorgente della suprema dolcezza, lui la nostra unica speranza.
Ma per Goffredo, come per il suo maestro Bernardo, tutto ciò è dato per acquisito: in Maria non vi è luce che non sia riflesso di quella di Cristo. La Vergine è vita, dolcezza, speranza nostra solo in quanto efficace riverbero dell’azione salvifica di Cristo.
«A te ricorriamo, esuli figli di Eva»
Il richiamo ad Eva non è casuale. Tutti sapevano, fin da bambini, che solo grazie al “Sì” di Maria era stata possibile la redenzione dell’umanità, che era caduta nel peccato dopo che Adamo ed Eva avevano violato le prescrizioni divine ed erano quindi stati cacciati dal Paradiso Terrestre.
Un’altra importante sottolineatura concerne il fatto che “Eva” è l’esatto contrario di “Ave”, ossia la parola con cui l’Arcangelo Gabriele saluta la Piena di Grazia quando va a visitarla per annunciarle che diventerà la madre dell’Altissimo.
Il sì di Maria ha reso possibile la redenzione dell’umanità dal peccato originato da Adamo ed Eva, Maria è la nuova Eva.
«A te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime»
Gli uomini sono sulla terra solamente di passaggio. Per i cristiani la vita vera è quella vissuta dopo la morte, al cospetto di Dio per l’eternità: solo in Paradiso gli uomini saranno completamente felici e potranno godere della pace eterna, ormai purificati da ogni macchia di peccato e illuminati e trasfigurati nel Salvatore.
Nel mondo gli uomini sono affranti dal peccato originale. Questa macchia primigenia spezzò la totale armonia dell’uomo con Dio e con essa “la morte entra nella storia dell’umanità”.
Da questa prima disobbedienza a Dio compiuta da Adamo ed Eva il male e la sofferenza sono diventati elemento imprescindibile nella vita degli uomini, che, da allora, sono sempre e intimamente peccatori.
Ecco quindi spiegato il perché della sofferenza, del male, della caduta nel peccato, eccetera: la felicità vera non è di questa terra. Tutta la vita dell’uomo è una lotta contro il peccato, come testimoniano anche le vite dei santi.
«Valle di lacrime», così è chiamato il nostro mondo e la nostra vita. Mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia e profondo conoscitore dell’animo umano, in un recente scritto sulla Salve Regina, giunto all’espressione «valle di lacrime» commenta:
«Le lacrime sono la caratteristica più profonda della nostra vita: lacrime di angoscia, di paura; lacrime di chi è lasciato, maltrattato, deriso, colpito, violentato; lacrime di chi non ha più nessuno, di chi ha fame, di chi ha freddo, di chi ha subito ingiustizia.
Le lacrime diventano invocazione di liberazione, di riscatto. Si entra così nella realtà delle beatitudini: “Beati voi che piangete”».
Il pianto. Le lacrime. Un tema ricorrente nei discorsi e nelle omelie di papa Francesco; un tema che si inserisce nella plurisecolare tradizione della Chiesa.
Don Luca Saraceno, rettore del santuario «Madonna delle lacrime» di Siracusa, nel suo libro La saggezza delle lacrime ha individuato sette tipologie di lacrime secondo papa Francesco: lacrime di gioia, di perdono e di pentimento, d’inquietudine per amore, di fedeltà, di compassione, di consolazione, di beatitudine.
Considerando quanto afferma il Papa - continua don Saraceno - è possibile scorgere una sorta di settenario, sette genitivi che, mentre interpretano il segno delle lacrime, ci introducono nel cammino di conoscenza del mistero di Dio, della Chiesa, dell’uomo.
«Avvocata nostra»
La Vergine interviene in nostro favore in qualità di mediatrice, ausiliatrice e soccorritrice in nostro favore presso il Padre, così che i suoi occhi sono dapprima rivolti verso Dio per supplicarlo, poi verso noi per la certezza del perdono.
La Salve Regina, inizialmente espressione di pietà monastica e adottata dagli Ordini mendicanti ha un posto rilevante nella pietà popolare, riscuotendo grande simpatia tra la gente.
La coscienza della propria miseria e del proprio peccato si unisce all’anelito alla liberazione e alla vita. Dinanzi al trono della Regina misericordiae Goffredo e i suoi monaci sono poveri che cercano aiuto, peccatori che chiedono perdono.
«Rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi»
La preghiera insiste sullo sguardo di Maria. Gli occhi misericordiosi non sono soltanto un’immagine di tenerezza, ma indicano la relazione personale tra la Vergine e coloro che la invocano.
Il beato Ermanno venne raffigurato in un dipinto del soffitto della distrutta chiesa di Montecassino come il Doctor Marianus, esperto di Maria, perché in pochi hanno messo in risalto quegli occhi misericordiosi con i quali la Vergine si rivolge ai cristiani.
La supplica chiede che Maria guardi la condizione concreta dell’umanità e presenti davanti a Dio la miseria dei suoi figli. La misericordia diventa così uno sguardo capace di riconoscere il dolore e di aprire una via verso il perdono.
«Mostraci Gesù, il frutto benedetto del tuo seno»
È in questa frase l’essenza di tutta l’invocazione, mostrare agli uomini Dio che si è fatto veramente uomo e si è rivelato al mondo, grazie alla maternità di questa donna che ha portato in grembo il frutto benedetto dell’amore di Dio.
Questo ha permesso all’uomo di uscire dall’esilio cioè dal peccato. La preghiera non si arresta alla consolazione offerta da Maria, ma conduce al Figlio.
La richiesta finale chiarisce che il fine dell’intercessione mariana è la contemplazione di Gesù. Maria è invocata perché mostri il frutto benedetto del suo seno e renda visibile il compimento della speranza cristiana.
L’ispirazione biblica: Eva e Maria, la nuova Eva
La Salve Regina richiama indirettamente due riferimenti biblici, giocati sulla tipologia patristica Eva - Maria, nuova Eva, che però determinano tutto il clima poetico della preghiera.
Da una parte c’è la sciagurata situazione dei “figli di Eva” in conseguenza del peccato dei primi progenitori, dall’altra c’è il riscatto operato dalla misericordia divina grazie a Maria, Avvocata nostra, Regina di misericordia.
Possiamo capire il clima spirituale in cui è nata la Salve Regina attraverso le parole dell’abate cistercense Guerrico d’Igny: «L’antica Eva, più matrigna che madre, perché diede ai figli la morte prima ancora di generarli, fu sì chiamata “la madre di tutti i viventi”, ma in verità si potrebbe chiamare piuttosto assassina dei viventi, perché il suo generare non fu altro che ingenerare morte.
Essa dunque non poté realizzare quanto il suo nome significava. Invece Maria diede piena attuazione a quel mistero di cui è espressione. È infatti madre di tutti coloro che rinascono alla vita, proprio come la Chiesa di cui è modello.
È madre di quella vita di cui tutti vivono. Generando la Vita, ha come rigenerato tutti coloro che di questa vita dovevano vivere». Non stupisce allora che la Regina di misericordia sia chiamata “vita, dolcezza, speranza nostra”.
La dialettica tra Genesi 3 e Luca 1
La Salve Regina presenta gli oranti afflitti dalle conseguenze infauste del peccato di Genesi 3, cacciati dal paradiso in esilio e allontanati dall’albero della vita, ma lo fa senza dimenticare l’annuncio pieno di speranza di Genesi 3,15.20 che si è compiuto con l’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele a Maria.
Questo permette di rivolgersi a Maria come la Nuova Eva che ci ha portato il frutto benedetto del ventre suo, il frutto dell’albero della vita di nuovo accessibile, il quale ha cambiato la maledizione, conseguenza del peccato, in nuova benedizione.
In sottofondo, nelle figura di Maria nuova Eva, si delinea anche il mistero dell’Immacolata concezione, di colei che è stata preservata dal peccato originale per la grazia della redenzione compiuta da suo figlio, il “frutto benedetto”.
Naturalmente sono proprio questi due capitoli biblici, Genesi 3 e Luca 1, letti tipologicamente dai Padri della Chiesa a fornire la struttura teologica della Salve Regina.
- Exsules filii Hevae: dopo la cacciata dal paradiso terrestre, dopo l’esilio inflitto a coloro che sono stati infedeli al comandamento di Dio che aveva concluso l’Alleanza.
- Gementes et flentes: il dolore del parto e la fatica del lavoro.
- In hac lacrimarum valle: l’espressione è presa dal Salmo 84,7, ma dice bene la situazione “dopo il peccato”.
- Post hoc exilium: il riferimento è a Dio che rinnova l’Alleanza poiché egli è già e sempre pronto ad offrire il riscatto e la redenzione appena dopo il peccato.
- Benedictum fructum ventris tui: il frutto benedetto del ventre di Maria è Gesù, secondo il saluto di Elisabetta nel Vangelo di Luca.
Le conseguenze del peccato di Adamo ed Eva sono espresse biblicamente dalla Salve Regina come esilio, gemiti, pianti e lacrime, probabilmente intendendo anche le lacrime davanti alla morte delle persone care, morte che è un’altra conseguenza del peccato originale.
Alla maledizione è succeduta la benedizione all’annuncio dell’angelo a Maria: Ave mutans Evae nomen, nell’inno Ave maris stella. E grazie al suo “sì” Maria è diventata “Advocata nostra” e “Regina misericordiae”, che ci difende dalla condanna subita con il peccato originale e ci protegge con il suo manto misericordioso.
L’apice della preghiera si raggiunge con “Eia ergo” che esprime l’urgenza del riscatto, oltre il Salve che voleva ricordare alla “Dolce Signora” la sua misericordia.
Ma “Eia ergo” esprime anche la fiducia di un intervento materno che proprio perché è divino e non umano, avverrà certamente, senza alcun dubbio, nonostante la situazione terribile, ma non disperata, spes nostra, in cui ci si trova.
Questa supplica accorata e fiduciosa si esprime nuovamente nel “Et Iesum”: guardando a lui, mentre Maria ce lo mostra, siamo certi di essere salvati.

La Salve Regina e il Carmelo
I Carmelitani erano poi certi che, grazie a Maria e al Figlio suo, il loro stesso Ordine si sarebbe salvato, “minacciato” com’era, lungo tutto il XIII secolo, dalla soppressione ad opera dell’autorità della Chiesa, Concili e Papi.
Invocando Maria perché “cambi la loro sorte”, i suoi “fratelli” del Monte Carmelo ripensano a lei che all’Annunciazione “cambiò le sorti di Eva”.
Il mistero dell’Annunciazione fu uno dei prediletti dai Carmelitani appena sbarcati in Europa, vista pure la vicinanza del Monte Carmelo con Nazareth.
Inoltre i Carmelitani furono anche tra i grandi difensori e messaggeri del titolo mariano di Immacolata concezione, quando ancora si discuteva della sua opportunità.
Progressivamente, dalla prima alla terza parte di questa riflessione, emergono corrispondenze storiche, poetiche e bibliche tra la Salve Regina e la spiritualità dei primi Carmelitani.
La Salve Regina nella pietà popolare
La Salve Regina, inizialmente espressione di pietà monastica e adottata dagli Ordini mendicanti ha un posto rilevante nella pietà popolare, riscuotendo grande simpatia tra la gente.
Per andare incontro a tale devozione, nel XVI secolo si stabilisce che nei giorni festivi l’antifona sia eseguita subito dopo i Vespri e non a compieta.
Nel XVII secolo, per rendere più popolare l’ossequio serale alla Vergine, si diffonde la consuetudine presso gli Ordini religiosi, di aspergere con acqua benedetta - durante il canto della Salve i frati e il popolo.
Tradizionalmente viene anche recitata a conclusione del rosario. Il testo della Salve Regina come saluto e invocazione alla Vergine, chiude la Liturgia delle Ore e della recita del S. Rosario.
Il mese di maggio è notoriamente il mese mariano dedicato alla madre di Dio e madre di tutti i credenti, e non a caso viene festeggiata anche la festa di tutte le mamme. Ci capiterà di ascoltare o recitare questa meravigliosa preghiera che è il Salve Regina.
Il significato della preghiera per il tempo presente
Abbiamo visto che l’ambiente culturale, sociale, il linguaggio e l’aspetto spirituale in cui nasce e si sviluppa la Salve Regina, riflette una concezione teologica medievale basata sulla coscienza del bisogno alla misericordia di Dio, con un ricorso quindi fiducioso all’intercessione alla Madre di Misericordia.
Per questo motivo La Salve è stata molto amata da generazioni di fedeli perché in Lei viene riconosciuta quella tenerezza materna della misericordia del Padre.
Il titolo di Madre della misericordia giustamente la celebra in quanto Madre di Colui che è misericordia in Cristo Gesù, come affermava il papa S. Giovanni Paolo II nell’enciclica Dives in Misericordia.
Inoltre questo titolo ci viene ricordato anche nel Vangelo di Giovanni quando sulla croce Gesù esclama al discepolo che Egli amava: Ecco tua Madre quale guida e conforto a tutti i figli, ed ancora: Donna, ecco tuo figlio, come tutti i figli bisognosi di avere accanto una madre nei momenti di necessità.
Nella Bolla Misericordiae Vultus, con cui è stato indetto il Giubileo straordinario della misericordia, Papa Francesco afferma al n. 24: «Rivolgiamo a lei la preghiera antica e sempre nuova della Salve Regina, perché non si stanchi mai di rivolgere a noi i suoi occhi misericordiosi e ci renda degni di contemplare il volto della misericordia, suo Figlio Gesù».
Le parole del Papa sollecitano all’uso orante della Salve Regina in questo anno dedicato alla misericordia. La preghiera viene così presentata come una forma sempre attuale di affidamento, capace di dare voce alla fragilità umana e di orientarla verso il volto misericordioso di Cristo.
Tra le antifone mariane, la Salve è la più celebre ed ha sempre goduto di larga popolarità fra i cristiani, che si rivolgono fiduciosi alla Regina della Misericordia con parole profondamente umane: «gementi e piangenti in questa valle di lacrime».
Il Santo Padre ha inoltre posto attenzione al significato letterale di misericordia, termine focale di tutta la preghiera, che significa l’avere un cuore sensibile a tutte le miserie altrui.
L’atteggiamento espresso dalla Salve Regina non consiste soltanto nella richiesta di protezione, ma anche nell’impegno ad imitare Cristo nella via che Maria, modello di perfezione, ci traccia come esempio da percorrere.
La Salve Regina in Dante
La Salve Regina è citata da Dante nel VII canto del Purgatorio, quando si trova quindi ancora nella zona dell’Antipurgatorio. In questo canto compare nuovamente la figura di Sordello da Goito, uno dei più insigni trovatori italiani.
Il luogo che ora appare, che ospita un nuovo ed ultimo gruppo di spiriti relegati in attesa del cosiddetto Antipurgatorio, è una piccola valle incavata nel fianco del monte che Dante dipinge come adorna di ogni bellezza naturale, ricca di erbe e fiori di vaghissimi colori e profumi.
Essa ha tutte le caratteristiche del «locus amoenus», ed è evidentemente un luogo privilegiato. Qui stanno raccolti, e Sordello li indica ai due poeti dal margine rialzato della valle, i principi della cristianità, cantando quell’inno dell’esilio cristiano che è la preghiera Salve Regina.
I loro atti, quasi di statue viventi, sono mesti, e l’atteggiamento pensoso. Ognuno di loro lamenta - come spiega Sordello nella sua rassegna - la degenerazione della propria discendenza.
Dante scrive:
Tra erto e piano era un sentier schembo, che ne condusse in fianco de la lacca, là dove più ch’a mezzo muore il lembo.
Oro e argento fine, cocco e biacca, indaco, legno lucido e sereno, fresco smeraldo in l’ora che si fiacca, da l’erba e da li fior, dentr’a quel seno posti, ciascun saria di color vinto, come dal suo maggiore è vinto il meno.
Non avea pur natura ivi dipinto, ma di soavità di mille odori vi facea uno incognito e indistinto.
‘Salve Regina’ in sul verde e ‘n su’ fiori quindi seder cantando anime vidi, che per la valle non parean di fuori.
Purgatorio, VII, versi 70-84.
Molto importante è sottolineare il fatto che Dante citi il Salve Regina non sia casuale, come sempre avviene nelle occorrenza della Commedia ove vi sono riferimenti musicali.
Il testo di tale inno mariano, infatti, appare molto adatto per delle anime che si stanno purgando e che sanno che prima o poi giungeranno al cospetto di Dio, in Paradiso, grazie all’infinita misericordia divina che in virtù di “una lagrimetta”, simbolo di un sincero pentimento, consente agli uomini di vedersi risparmiata la dannazione eterna.
Il tema della misericordia è, assieme ai temi della libertà e dell’amore, una delle tre parole chiave della seconda cantica dantesca.
Già nel V canto del Purgatorio Dante aveva incontrato delle anime che andavano cantando “a verso a verso” Miserere, che altro non è che l’attacco del salmo 50; il concetto viene quindi ulteriormente ribadito dalla declamazione del Salve Regina, che fa un passo ulteriore nel chiedere, dopo essere stati purificati, di giungere al cospetto di Dio.
Un aspetto che appare quantomeno singolare riguarda il fatto che le anime cantano stando sedute, come se si stessero dilettando in un canto profano.
Da ultimo, è doveroso sottolineare come, quasi certamente, la melodia che aveva in mente Dante mentre scriveva questi versi era quella in I modo, la più ornata e quindi la più complessa da eseguire.
La cosa appare comunque plausibile, in quanto ad intonare il canto sono tutte persone di altro rango e che quindi avevano, con ogni probabilità, una cappelletta privata con dei cantori che eseguivano quotidianamente la melodia del Salve Regina nel suo registro più impegnativo.
Salve Regina (Simple Tone)
Le traduzioni del titolo
Il titolo della preghiera suona nelle varie lingue:
| Lingua | Titolo |
|---|---|
| Tedesco | Sei gegrüßt, o Königin |
| Inglese | Hail Holy Queen |
| Esperanto | Saluton Reĝino |
| Francese | Salut, ô Reine |
| Portoghese | Salve Rainha |
| Vietnamita | Lạy Nữ Vương |
| Croato | Zdravo, Kraljice |
| Russo | Славься, Царица Slav‘sja, Tsaritsa |
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