Lorenzo Lotto non rappresenta sempre la Resurrezione attraverso la figura esplicita del Cristo risorto: spesso la suggerisce nelle scene della Crocifissione, della Pietà, della Madonna con il Bambino e nelle ultime opere realizzate a Loreto. La sua pittura individua nel dolore, nella partecipazione della Vergine, nella speranza di Giovanni e nella conversione dei personaggi il passaggio dalla morte alla vita nuova.
Il tema della Resurrezione emerge soprattutto come una promessa già contenuta nella Passione. Nel linguaggio di Lotto, il corpo sofferente di Cristo, il gesto dei discepoli, le lacrime dei presenti, la luce e perfino alcuni oggetti simbolici diventano segni di una salvezza che non è ancora pienamente visibile, ma che l’immagine lascia intuire.
Lorenzo Lotto e il tema della vita oltre la morte
Il pittore Lorenzo Lotto nasce a Venezia nel 1480. Diventerà uno dei principali esponenti del rinascimento veneziano del primo cinquecento insieme al Giorgione, a Tiziano e a Palma il Vecchio. Sviluppa la sua arte tra Treviso, Bergamo e le Marche.
La capacità di rappresentare la realtà, l’attenzione per i particolari, i comportamenti e la psicologia dei singoli danno vita a personaggi presi dalla quotidianità, figure a volte malinconiche ma sempre con lo sguardo dolce e sereno. Il suo modo di guardare la condizione umana, la vicinanza all’esistenza dei marginali, dei poveri, influenza la sua arte.
Nel 1509 Lotto viene chiamato a Roma da Papa Giulio II per decorare con altri artisti, le sale del palazzo apostolico. La sua esperienza romana dura poco e termina improvvisamente, forse per non cedere a compromessi e limitazioni; rafforza però il suo modo di esprimersi attraverso la pittura, con un linguaggio, uno stile e una ispirazione propri, rifiutando ogni imposizione, mantenendo sempre le proprie caratteristiche.
A Bergamo, ove si trattenne lungamente fino al 1525, manifestò la pienezza del proprio valore. Il culmine di questo periodo viene raggiunto nel 1521 con le pale di S. Spirito e di S. Bernardino, per delicatezza di sentimento, per ricchezza di colorito, per luminosità e ariosità dei fondi, nella seconda in particolare per effetti di luce.
Ma da quest'anno il L., già vecchio e dominato da pensieri religiosi, si sentì attratto a ritirarsi a Loreto per terminare i suoi giorni presso la venerata immagine della Santa Casa. A Loreto egli dipinse fino all'ultimo anche opere di gran mole come l'enorme Assunzione di Ancona (1550), ora tutta ridipinta, e la pala d'altare di Mogliano; ma l'occhio e la mano si andavano gradatamente indebolendo, come si vede dalle sue ultime tele con le quali il pio vecchio andava decorando il coro della basilica lauretana.
Sono visioni sintetiche ed espressive, ma spente di colore; solo la Circoncisione ha ancora un guizzo potente di genialità e rivela una visione cromatica precorritrice di conquiste venture. Lorenzo Lotto continuerà a esprimere e trasmettere, attraverso le sue opere, i valori e i sentimenti che lo hanno ispirato fino alla sua morte (1556/57).
La Crocifissione di Monte San Giusto: la Resurrezione già presente nel dramma

La Crocifissione (1529-1534) di Monte San Giusto è un’opera grandiosa, collocata in una piccola chiesa marchigiana. Lorenzo Lotto trascina chi entra nel suo campo visivo in un senso di smarrimento.
Subito in primo piano rappresenta il dolore della madre e delle persone care a Cristo. I crocifissi sono arretrati, in secondo piano, in alto, lambiti dal sopraggiungere dell’oscurità che squarcerà la terra. Vicino alle croci c’è una barriera di soldati, cavalli e lance, intrecci di gesti e di sguardi.
Questa grande pala del Lotto è considerata la crocifissione più spettacolare e tragica che l’arte italiana del Rinascimento abbia prodotto. Forse per le grandi dimensioni, per i livelli e gli spazi in cui sono collocati i personaggi, oppure perché il Lotto ha saputo ben rappresentare lo stato d’animo dei protagonisti.
All’osservatore sembra di entrare nel dipinto, come se fosse partecipe dell’evento, soprattutto con i personaggi in primo piano. L’opera può essere suddivisa in tre parti: la prima raggruppa le persone in primo piano, la seconda è relativa ai personaggi sotto la croce e l’ultima, che occupa quasi la metà della tela, che rappresenta Gesù con i due ladroni, resi bene in evidenza da un cielo scuro e minaccioso.
L’opera è ricca di personaggi, ognuno con ruolo, atteggiamento e stato d’animo definiti. Fu commissionata dal vescovo Niccolò Bonafede, raffigurato inginocchiato sull’estrema sinistra. Il Lotto non amava raffigurare i committenti nelle proprie tele, ma qui ha fatto una eccezione.
Gesù in croce e la promessa della vita nuova
Al centro della tela c’è Gesù. Raffigurato agonizzante, ha da poco ricevuto il colpo con la lancia. Il Lotto ha voluto innalzare queste croci in modo esagerato, sembrano irraggiungibili. Forse per meglio evidenziare i personaggi e distinguerli.
Gesù, con le braccia allargate in modo smisurato, sembra voler abbracciare tutti coloro che sono sotto la croce, incluso l’osservatore. Gli occhi di Gesù sono chiusi, il capo reclinato verso il basso. Il corpo e soprattutto il volto mettono in evidenza l’immenso dolore di quest’uomo crocifisso, ma anche tutta la sua dignità nel viverlo.
Gesù è al centro e domina la scena, composto, inerme, pacificato, a differenza dei due ladroni che si contorcono e si agitano per liberarsi dei legacci ai piedi. La sua immobilità non è soltanto il segno della morte: diventa il punto di equilibrio dell’intera scena e prepara la lettura del sacrificio come passaggio verso la gloria.
I due ladroni: il destino di Tito e Dimaco
Tito rappresentato a destra di Gesù e Dimaco a sinistra, si differenziano per il movimento delle gambe. Tito sembra interagire con Gesù lo guarda e sembra che voglia raggiungerlo, camminare verso di lui.
Abbiamo presente ciò che dice a Gesù: “ricordati di me quando sarai nel tuo regno” e Gesù che risponde “oggi sarai con me nel paradiso”. Il suo corpo è illuminato, come quello di Gesù, e sembra già prefigurare la risurrezione.
Dimaco, invece, con il volto inghiottito dalle tenebre, divincola le gambe con un gesto di ribellione; inveisce contro Gesù con strafottenza e arroganza. Il suo sguardo, nella penombra, dice tutto il suo dramma e la sua solitudine.
Il contrasto tra i due ladroni rende visibile la diversa risposta dell’uomo davanti al Cristo: da una parte l’apertura alla promessa del paradiso, dall’altra il rifiuto e l’isolamento. La luce che avvolge Tito, accostata alla figura di Gesù, introduce nella scena il tema della Resurrezione come destino già annunciato nel momento della morte.
Longino e la conversione dello sguardo
Longino è rappresentato in sella a un cavallo bianco, forse per creare lo spazio per isolarlo, per renderlo più vicino a Gesù e tributargli tutta l’importanza che gli compete. Sappiamo che questo centurione romano, un pagano, guardando Gesù che muore, esclama: “veramente questi era il figlio di Dio”.
Che cosa ha visto Longino per giungere a questa professione di fede? Ricordiamo che la crocifissione era la morte dei maledetti da Dio, non c’era morte più ignominiosa, eppure Longino dichiara in modo eclatante la sua convinzione, con tutto il suo corpo: arretra con il suo busto, con le braccia allargate come in un abbraccio.
È rivolto verso Gesù, le mani aperte nell’accoglienza piena del dono. Il Lotto ha saputo rendere con i gesti, la postura, gli atteggiamenti, lo stupore e la meraviglia del centurione. È come se avesse già visto il Cristo nella gloria, già risorto.
Longino è già proiettato in una conversione fulminea. Protende le braccia verso la luce di Cristo in croce. Il suo cavallo volge il capo in direzione di chi sta al di fuori della scena.
Lotto cerca di innescare un collegamento con chiunque abbia bisogno di trovare conforto, come Longino, entro la visione esatta di una luce superiore. Qualcun altro rimane impietrito a osservare ciò che resta del proprio auto-disperdersi in questo evento drammaticamente enigmatico.
Maria, Giovanni e la partecipazione alla Passione
Di solito i committenti amavano essere inseriti nelle tele; il Lotto non concedeva spesso questo privilegio. Ma in questa tela il committente, il vescovo Niccolò, viene raffigurato in ginocchio, vestito elegantemente, con le braccia incrociate sul petto; lo sguardo assorto e contemplativo sembra non poter assistere alla scena della crocifissione.
È l’unico personaggio statico, che non esprime vitalità ma solo preghiera (raccoglimento). Non alza il suo sguardo, sembra contemplare la madre di Gesù, come se vedesse il dolore di Gesù in croce attraverso la sofferenza di Maria, il dolore immenso di una madre di fronte alla morte del proprio figlio.
Un angelo sotto la croce non si era mai visto! Qui lo osserviamo mentre dialoga con il committente. L’angelo con l’espressione del volto e le braccia tese sembra redarguire il vescovo per la sua staticità, come se volesse spronarlo ad agire: “ma non vedi ciò sta accadendo? Datti da fare!”
Questo pensiero sembra confermato da Giovanni che si volta verso di lui e lo invita a partecipare, a esprimere prossimità di cuore all’avvenimento.
Come sempre, Giovanni è rappresentato giovane. Qui sta mettendo in pratica l’invito ricevuto da Gesù: “Figlio ecco tua madre”. Ha preso su di sé la madre, è l’accoglienza di un profondo legame d’amore.
Si china su Maria e la sostiene con tutta la sua forza; la gamba sinistra in avanti per meglio reggerla e sostenerla, il suo sguardo rivolto al committente che non partecipa, che non esprime vicinanza: a volte quando si vive un grande dolore si può rimanere inermi, senza parole, si crea una distanza, si fugge da ciò che accade… perché il dolore è insostenibile.
Giovanni con il suo voltarsi ci richiama alla partecipazione, alla compassione, ma è difficile partecipare al dolore. Pensiamo agli stessi apostoli, gli amici di Gesù, che nei momenti drammatici fuggono; a volte è sufficiente stare vicini, vivere la prossimità, anche senza dire una parola: l’importante è esserci, rimanere perché chi ama, rimane, partecipa, condivide.
Giovanni, il discepolo amato, viene rappresentato dal Lotto con i suoi colori tradizionali: il rosso della passione e il verde della speranza. È l’unico che non è fuggito dallo scandalo della croce, è l’uomo della speranza, non vive il suo dolore in modo drammatico, ma sa scorgere in questa morte lo spiraglio della risurrezione.
Chi ama sa che l’ultima parola non è della morte, l’amore non può morire, è eterno. E Giovanni lo ha conosciuto direttamente ponendo il proprio orecchio sul cuore di Gesù, ha sentito i battiti del suo cuore.
La madre di Gesù Maria, è raffigurata in croce, con le braccia allargate, come suo figlio Gesù. È colta nello svenimento, quasi accasciata, con il capo reclinato a dimostrare tutto il suo strazio e il suo dolore.
Dalla sua mano sinistra ha lasciato cadere a terra un fazzoletto e il suo corpo è abbandonato senza più forze. Il suo strazio è reso ancora più forte dal colore scuro del mantello e dalla veste.
Le donne ai piedi della croce
Lo sguardo di questa giovane donna esprime compassione e partecipazione alla sofferenza della madre di Gesù. Entra nel dolore di Maria, sua sorella, e lo esprime in una immagine di intensa emotività, attraverso gesti molto concreti: nel momento dell’abbraccio con cui sostiene Maria insieme ad altre persone tra cui Maria di Cleopa.
Dal suo volto scende una lacrima, in un intreccio di braccia e di mani. Questa lacrima appartiene alla dimensione della sofferenza, ma anche a quella della rivelazione: il pianto rende visibile una verità interiore che la sola vista non riesce a cogliere.
Questa giovane donna, Maria di Cleopa, si preoccupa di Maria, la sostiene con un braccio e allo stesso tempo dialoga con Maria Maddalena.
Maria Maddalena, la veste azzurra come il colore del cielo, è la più indaffarata e preoccupata nel gruppo ai piedi della croce. Anche lei, come Maria, ha le braccia allargate: spesso la vicinanza e la condivisione del dolore rendono simili le persone.
La sua funzione è quella di collegare i personaggi che sono in primo piano con quelli sotto la croce. Sono due gruppi molto diversi e lontani nel vivere questo evento: in uno vediamo il massimo della compassione e della condivisione del dolore; nell’altro solo oltraggio, rifiuto, maledizione.
Con il suo darsi da fare, Maria cerca di tenere unite queste due realtà, ma dal suo volto traspaiono agitazione e resa. La Maddalena è una donna che ha ricevuto molto da Gesù, ora sembra anticipare ciò che avverrà il giorno della risurrezione: è chiamata ad annunciare a tutti che il Cristo è risorto.
In un tempo in cui le donne non venivano considerate persone e la loro testimonianza non era valida, Gesù affida il suo messaggio proprio a lei, a Maria Maddalena.
La Resurrezione come trasformazione del dolore
Resilienza: l’amore oltre il dolore
Nella crocifissione di Lorenzo Lotto le figure di Giovanni e Maria sono centrali rispetto agli altri personaggi e a tutta la composizione; centralità ed essenzialità che si evidenziano nei versetti dello stesso evangelista: “Donna ecco tuo figlio, figlio ecco tua madre”.
Ma da dove prende origine la figura del discepolo amato? Dove nasce la sua chiamata? Quando riposa sul petto di Gesù, durante l’ultima cena o sotto la croce, mentre si sta consumando questo dramma?
Apparentemente ciò avviene in entrambi gli eventi, ma solo sotto la croce il discepolo amato è davvero chiamato, perché solo sotto la croce l’amore di Gesù si manifesta pienamente nel dono di sé agli uomini.
È questa esperienza affettiva che vive con il Signore che permette al discepolo amato di “stare” sotto la croce, di non fuggire come gli altri discepoli e di giungere così al compimento della sua vocazione.
Sotto la croce non muore la speranza, perché Gesù non è ripiegato sul suo dolore, sulla sua sofferenza, in quel momento non chiede consolazione su di sé, ma trasforma il proprio dolore, insieme a quello della madre e del discepolo amato.
Lo fa donando un nuovo legame d’amore, affidandoli reciprocamente l’uno all’altra e accendendo una nuova relazione di maternità e di figliolanza. Nel momento di maggiore angoscia e dolore, Gesù permette loro di trovare una nuova forza.
La “resilienza”[1] resiste alle avversità e matura attraverso di esse. Affidandoci l’uno all’altro, ci può permettere di comprendere e appassionarci a un nuovo legame d’amore, ad una vita nuova.
Gesù dalla croce chiama: lo stesso evangelista afferma: “quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me”. È l’attrazione della bellezza, dell’amore perché solo l’amore ha questo potere.
Nella esperienza vocazionale il dolore più profondo si può trasformare in un amore di sequela, che diventa storia di salvezza per sé e per gli altri. “Perché la vita non è quello che ci accade, ma quello che facciamo con ciò che ci accade”[2].
Qui si accende la possibilità di saper trasformare anche gli eventi più negativi e drammatici in un cammino di positività e speranza. Dalla morte nasce la vita, un nuovo modo di gustarla, di assaporarla, di viverla e quindi di rileggere la propria storia cogliendo il passaggio di Dio, la sua vicinanza che crea nuovi legami, nuove relazioni.
Le lacrime come segno di rivelazione
“Una perla è un tempio costruito dal dolore intorno a un granello di sabbia. Quale anelito ha costruito i nostri corpi, e intorno a quali granelli?”[3].
L’affermazione di Kahlil Gibran mette in evidenza la forza della resilienza: la bellezza e la preziosità di una perla ha origine da un granello di sabbia, da un dolore; la perla diventa tempio, spazio sacro, perché nasce dal patire, dalla sofferenza e dal dono di sé.
Nell’esperienza vocazionale il dolore si trasforma in amore. Papa Francesco lo esprime bene in Evangelii gaudium: “Sulla croce, quando Cristo soffriva nella sua carne il drammatico incontro tra il peccato del mondo e la misericordia divina, poté vedere ai suoi piedi la presenza consolante della Madre e dell’amico.
In quel momento cruciale, prima di dichiarare compiuta l’opera che il Padre gli aveva affidato, Gesù disse a Maria: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse all’amico amato: «Ecco tua madre!» (Gv 19,26-27).
Queste parole di Gesù sulla soglia della morte non esprimono in primo luogo una preoccupazione compassionevole verso sua madre, ma sono piuttosto una formula di rivelazione che manifesta il mistero di una speciale missione salvifica.
Gesù ci lasciava sua madre come madre nostra. Solo dopo aver fatto questo Gesù ha potuto sentire che «tutto era compiuto» (Gv 19,28).
Ai piedi della croce, nell’ora suprema della nuova creazione, Cristo ci conduce a Maria. Ci conduce a Lei perché non vuole che camminiamo senza una madre, e il popolo legge in quell’immagine materna tutti i misteri del Vangelo”[4].
Gesù sulla croce rivela se stesso e nel contempo svela il mistero e la grande potenzialità della croce. In Maria trasforma il dolore della perdita, rendendola madre di molti figli.
Nella Crocifissione di Monte San Giusto, le lacrime segnano il punto in cui la sofferenza fisica e la comprensione spirituale si incontrano. Il passaggio dalla morte alla vita non viene mostrato come una scena separata, ma viene preparato attraverso gli sguardi, le mani, le posture e i gesti di coloro che circondano Cristo.
La Pietà di Lorenzo Lotto: morte apparente e speranza della Resurrezione

Lorenzo Lotto così scriveva nel suo LIBRO DI SPESE DIVERSE nel febbraio 1545: “Una pietà, la vergine tramortita in brazo de San Joanne et Jesù Cristo morto nel gremio de la madre, et dua anzoleti da capo e da piedi, sustenar el nostro Signor”.
La Pietà, il grande dipinto su tela (185×150) fu commissionato dalla Superiora del convento domenicano di San Paolo in Treviso, da cui la provenienza. Conservato ai giorni nostri nella Pinacoteca di Brera, oggi è esposto a Venezia fino al 26 febbraio presso le Gallerie dell’Accademia.
Le cinque figure, dal Lotto stesso nominate, sono tutte poste in primissimo piano benché non manchi un secondo piano con la roccia semierbosa del calvario e la base della croce e un tenebroso sfondo di cielo solcato da scure nubi.
Uno dei due angioletti è in ginocchio e scruta la mano sinistra di Maria. Lei con gli occhi quasi girati in alto, collassata dal dolore, è sostenuta da un repentino gesto del nuovo figlio San Giovanni.
L’altro angioletto invece, a fatica solleva con gesto scomodo la testa di Cristo puntando il piede sinistro a terra ed è l’unico a guardarci con gli occhi arrossati e l’espressione di muto dolore.
Il corpo di Cristo e la morte non definitiva
Secondo i francescani, Maria sotto la croce subiva una morte spirituale come la morte fisica di Cristo e così, da “tramortita”, veniva dipinta. Per i domenicani invece, avendo Maria la prescienza della resurrezione del figlio, sopportava con composto stoicismo il dolore della morte apparente.
A questo punto immaginiamo che da una parte la committente Superiora avrà insistito nel naturale dolore di Maria come “Madre”, identificandosi piamente e pienamente con essa, dall’altra però il due volte MASTRO Vincentio sorvegliava il blindato ambiente domenicano.
Fu così che, in accordo col pittore, crearono un sorprendente “passaggio preferenziale” noto alle sorelle del convento, a padre Vincenzo, a me e da oggi anche a tutti voi…
Il quasi adolescente angioletto alato, sulla destra del quadro, con le mani sembra voler aprire le gambe di Cristo per indicarci l’umana natura del figlio di dio, ma con le sopracciglia aggrottate legge la mano della Madonna che la pone al suo sguardo indagatore come uno specchio.
La scena riunisce così due aspetti inseparabili del mistero cristiano: la piena umanità di Cristo morto e l’attesa della sua vittoria sulla morte. Il corpo abbandonato non è presentato come una conclusione assoluta, ma come il corpo del Figlio destinato alla Resurrezione.
La mano di Maria e il destino del Figlio
Prima che la chiromanzia diventasse una pratica considerata dalla chiesa superstizione e sacrilega magia, la lettura della mano aveva una sua nobile e sacra dignità. Nella Bibbia troviamo dal Libro dei Proverbi (3,16) “La sapienza ha scritto nella mano destra la lunga vita, e nella sinistra le ricchezze e la gloria“; nel Libro di Giobbe (37,7) “Il Signore pone nella mano di ciascuno un segno,affinchè ciascuno conosca le Sue opere“.
Nella Pietà di Lotto, la mano destra “morta” di Maria indica la mano sinistra nella quale l’angioletto verifica la lunga vita e il glorioso destino attraverso l’interpretazione delle linee che noi intravvediamo nello scorcio.
La mano destra del Cristo, in primissimo piano sull’altare, esibisce l’artificiale stigmata del chiodo, segno perenne della sua morte e resurrezione.
Dunque se agli occhi dei devoti il dolore di Maria era quasi una morte disperata, per i devoti avveduti ed istruiti dall’angelo sapiente, era solo un mistero doloroso di breve durata e di verificabile istantaneità proprio perché stava scritto nella sua mano, sulla lunga linea della vita.
Maria sarebbe vissuta a lungo ed assunta in cielo dopo un’apparente e profumata morte simile al sonno. Questa Pietà è una delle ultime rivincite domenicane sull’ormai diffuso e più coinvolgente dettato francescano, sostenuto dalla controriforma, più coerente con L’UMANITA’ DI MARIA, oscurando il divino volto di Lei che era anche SEDE DELLA SAPIENZA e dunque preveggente.
A Lei non serviva leggersi la mano, ma a noi serviva leggere la Sua, così come ci insegna l’angelo, per non trasecolare senza speranza nel momento del lutto in questa “valle di lacrime”.
La divinazione del futuro dalle linee della mano per Lotto e” DIVINA AZIONE!
La Madonna con il Bambino nella Pala di Sedrina
La pala di Sedrina, realizzata a Venezia nella prima metà del 1542, rappresenta una Madonna con il Bambino in gloria e i Santi Giovanni Battista, Francesco, Girolamo e Giuseppe.
La Vergine appare su un portentoso trono di nubi, cui il pittore ha destinato la parte superiore della tela; pur irradiando luce sovrannaturale, le nubi calano a quota così bassa che ai quattro santi quasi non riesce di sollevare il capo.
Maria è coronata da sette faccine angeliche, abbigliata di rosso e di blu; la sua destra sostiene appena, con tocco leggero, il Bambino; la sinistra stringe un pomo.
Si sporge dall’alto sollecita, nell’atto di prestare attenzione; ma lo sguardo le rimane muto, chiuso in se stesso: turbato, persino.
Il Bambino, in equilibrio sul ginocchio rialzato della Vergine, si mostra pieno di iniziativa; solleva una delle manine nel tradizionale gesto di benedizione e tende l’altra, palmo aperto, sul pomo impugnato dalla madre, senza sfiorarlo.
Il pomo e l’annuncio della Passione
Il dipinto rappresenta una Madonna con il Bambino in gloria e i Santi Giovanni Battista, Francesco, Girolamo e Giuseppe. La Vergine appare su un portentoso trono di nubi, cui il pittore ha destinato la parte superiore della tela.
Il Bambino, in equilibrio sul ginocchio rialzato della Vergine, si mostra pieno di iniziativa; solleva una delle manine nel tradizionale gesto di benedizione e tende l'altra, palmo aperto, sul pomo impugnato dalla madre, senza sfiorarlo.
Di questo destino annunciato il Bambino dipinto da Lotto sembra avere piena coscienza, tanto più che la madre stringe tra le dita il frutto, simbolo della sua futura, dolorosa passione.
Ma lungi dal rimanere confuso e dal cercare rifugio nel seno materno come pure accade in molti quadri di devozione quattro-cinquecenteschi Gesù si svincola arditamente dalla presa malferma di Maria, impartendo, con estrema padronanza, la benedizione che si confà ad un Cristo ormai adulto.
Nel contempo stende il palmo sopra il pomo premonitore, lasciando però che sia la madre a impugnarlo: accordandole il permesso di quel gesto e delegandole tutta la responsabilità che esso comporta.
Il pomo diventa quindi un segno anticipatore della Passione e, nello stesso tempo, della Resurrezione. Il Bambino benedicente non è soltanto una figura infantile: è il Cristo che conosce il destino della morte e lo assume come via alla salvezza.
I santi come testimoni del destino pasquale
Giovanni Battista, Francesco, Girolamo e Giuseppe sono disposti a semicerchio tra due ali di mura imponenti; il pavimento a lastroni che reca la firma di Lotto e sul quale tutti e quattro muovono d'istinto un passo in avanti cede bruscamente posto a una verde vallata digradante sul fondo.
Laggiù scorre un fiume solcato da un ponte e pascolano pecore sorvegliate da pastori solerti; più oltre, su una piccola cresta, si erge persino un paesello con la sua chiesa ben in vista.
L'attenzione dei santi è concentrata sulla Vergine: e ciascuno la implora come sa. Per comodità, forse nel timore di non riuscire abbastanza persuasivo, Giovanni ha appoggiato la croce alla spalla e tende entrambe le palme all'esterno, accompagnando il gesto, eloquente di per sé, con uno sguardo accorato.
L'agnello, compagno nonché attributo iconografico del Battista, se ne sta accovacciato quietamente ai suoi piedi.
Francesco è a mani giunte, con il volto supplichevole oscurato dalle nubi incombenti; veste il semplice saio che mostra, all'altezza del costato, lo squarcio netto della ferita ricevuta sulla Verna.
Girolamo ha smesso i ricchi panni da Cardinale per vestire quelli del penitente: il prezioso cappello gli fa capolino tra i piedi, negligentemente abbandonato a terra; la croce e il sasso con cui percuote il petto, tenuti in bella vista, ribadiscono il mutamento d'abito e di vita.
Sembra che l'apparizione divina lo lasci esterrefatto: la bocca gli si spalanca in un moto di sorpresa tra i bei riccioli della barba canuta.
A Giuseppe riconoscibile per l'intera gamma di attributi solitamente conferitigli: il bastone, la verga fiorita, la colomba che gli plana alle spalle basta un mano per essere convincente; rispetto al Battista egli può vantare con Maria, in qualità di sposo, ben altra dimestichezza.
Fatta eccezione per Giuseppe, gli altri colmato nella finzione pittorica lo iato cronologico tra le singole avventure terrene sono qui a rammentare allo spettatore, per forza d'esempio, la passione di Cristo.
Giovanni annuncia l'arrivo del Messia: ovvero la redenzione dell'uomo e l'avvio di un'era nuova. Ma redenzione ed era nuova sono vincolate entrambe, come ben si sa, all'immolazione del Messia annunciato; pertanto quella del Battista è una profezia di vita/morte, pagata, per di più, col martirio personale.
Girolamo è un dottore della Chiesa: esegeta e traduttore della Sacra Scrittura. La tradizione figurativa lo mostra spesso intento alla lettura e alla meditazione dei testi in cui è narrato il mistero del Dio fatto uomo e ucciso per la salvezza dell'uomo.
Francesco accetta nella propria carne il rinnovarsi delle piaghe del Messia; è il Cristo moderno, il santo per il quale l'imitazione diviene, infine, identificazione.
E non è un caso che l'ombra delle nubi su cui siede la Vergine si addensi sul volto di Francesco: è al destino di morte e resurrezione che attende il piccolo Gesù, destino di resurrezione ma intanto di morte, che l'ombra allude, minacciosa.
Le opere di Loreto e il tramonto riflessivo di Lotto

Le nove opere di Lorenzo Lotto custodite nel Museo - Antico Tesoro della Santa Casa di Loreto per la prima volta lasciano, tutte insieme, la prestigiosa sede marchigiana per un’esposizione temporanea.
La più antica pala con San Cristoforo tra i Santi Rocco e Sebastiano, destinata a un altare laterale della Basilica, è il primo contatto tra il pittore e il santuario marchigiano, risalente al quarto decennio del Cinquecento.
Seguono i quadri andati invenduti alla lotteria organizzata dal pittore ad Ancona nel 1550 (Cristo e l’adultera, Adorazione del Bambino, Sacrificio di Melchisedech e San Michele caccia Lucifero) e quelli eseguiti appositamente per il coro della Basilica (Battesimo di Cristo, Adorazione dei Magi e Presentazione al Tempio).
Completa l’esposizione la piccola tela - di collezione privata ma custodita nello stesso Museo Pontificio - raffigurante il Combattimento tra la Fortezza e la Fortuna infelice, testimonianza di una delle ultime incursioni del pittore veneziano nel “cielo delle divinità pagane”.
La possibilità di vedere riunito l’intero corpus di opere lottesche provenienti da Loreto è un’occasione straordinaria per ripercorrere, in parallelo, la vicenda biografica dell’autore.
«La mostra è un’occasione importante per vedere radunate insieme le ultime opere di Lotto» commenta Simone Facchinetti, Curatore dell’esposizione.«Sono quadri che aprono uno spiraglio sulla vicenda finale del pittore. In qualche modo sono state lette come delle opere “testamento”.
In particolare la stupefacente “Presentazione al Tempio” si è prestata a questa lettura interpretativa, sia sotto l’aspetto compositivo, sia per quello stilistico.
Si è sempre scritto che i migliori anni della sua vita Lotto li avrebbe trascorsi a Bergamo. Credo sia interessante conoscere anche il capitolo estremo.»
Il contrasto tra Bergamo e Loreto
Lorenzo Lotto è una sorta di beniamino per Bergamo, la città in cui l’artista ha vissuto una delle stagioni più felici della sua vita, dal 1513 al 1525.
Qui ha lasciato un numero significativo di opere, in gran parte ancora conservate nel luogo d’origine, in chiese della città e del territorio, oppure raccolte nell’Accademia Carrara.
Chi ha ammirato i dipinti luminosi e stupefacenti del periodo bergamasco di Lotto sarà colpito dalla povertà dei mezzi impiegati nei dipinti estremi di Loreto.
Vanno visti alla luce di una vita vissuta, errabonda, alla ricerca della verità. Forse è questo l’aspetto che più colpisce degli ultimi di dipinti di Lotto: essi non sono solo strepitose opere d’arte ma corrispondono a un periodo particolare della vita del pittore, crepuscolare e introspettivo, caratterizzato dal declino fisico e dalla povertà.
Guardandoli con una prospettiva diversa, essi ci consentono di rivivere, attraverso la struggente emozione che trasmettono, la vicenda ultima di uno straordinario uomo di inarrivabile talento che vive il periodo finale nella debolezza e in un incipit di quell’oblio, protrattosi poi per quattro secoli fino alla doverosa riscoperta del secondo Novecento.
L’esposizione a Bergamo dell’intera collezione dei dipinti di Lotto che si conservano nel Museo - Antico Tesoro della Santa Casa di Loreto dà luogo ad un dialogo con le grandi tele che l’artista veneziano aveva dipinto e con le tarsie che aveva progettato negli anni della sua permanenza nella città.
Possiamo sperare che l’evento promosso a Bergamo permetta una riflessione sulla qualità delle opere di Lotto - la cui grandezza è stata messa in risalto solo in tempi relativamente recenti - in due fasi molto diverse della sua vita artistica: quella della maturità più feconda, a Bergamo, e quella del tramonto riflessivo e silenzioso, a Loreto.
La Presentazione al Tempio e il senso dell’ultima stagione
Negli ultimi anni il Lotto esegue altre opere, in particolare dipinge per il coro del Santuario di Loreto una serie di tele raffiguranti Storie della vita del Cristo aiutato nell’impresa da alcuni allievi che tiene presso di sé nella bottega lauretana.
A Loreto egli dipinse fino all'ultimo anche opere di gran mole come l'enorme Assunzione di Ancona (1550), ora tutta ridipinta, e la pala d'altare di Mogliano.
Le ultime tele con le quali il pio vecchio andava decorando il coro della basilica lauretana sono visioni sintetiche ed espressive, ma spente di colore.
La Presentazione al Tempio può essere letta come una delle immagini in cui il tempo della vita di Cristo e quello della vita del pittore si incontrano. La scena dell’infanzia contiene già il destino della Passione, mentre la condizione tarda di Lotto conferisce alla pittura un tono raccolto, povero e meditativo.
La Resurrezione non appare dunque soltanto come un evento futuro narrato dalla tradizione evangelica, ma come una struttura profonda dell’immagine: ciò che sembra finire viene trasformato in attesa, memoria, speranza e promessa.
La Resurrezione attraverso composizione, luce e gesto
In questa visione, a livello simbolico, compositivo e pittorico, il pittore veneziano mostra un punto impercettibile nell’ampio spettro dell’universale. Tutto freme come una scossa elettrica, che scorre di figura in figura, di mano in mano, fino a spingersi al di là dagli spazi immaginabili di una dimensione celeste, verso un luogo che non è mostrato, al confine col mondo divino.
Il dipinto induce il fedele a perdersi nella prigione o nel vasto universo del suo sguardo, per considerare quel che è in confronto a quello che esiste. Lotto rende visibile un enigma di ciò che lui ha percepito dentro l’immaginazione, cercando di andare oltre il limite del suo pensiero.
Si affida alla visionarietà per percepire, anche attraverso i sensi, una rivelazione. La cerca attraverso la realtà, come fosse una sfida, in un corpo a corpo continuo con la tangibilità delle cose.
Però nelle sue opere intende fissare qualcosa che abbia la forza di durare di più di quanto faccia il tempo della realtà stessa. Per questo, aderente alla verità delle cose e della vita stessa, insegue qualcosa che illumini da fuori.
Ricerca una sorta di intuizione dell’estasi. L’impianto della Crocifissione di Monte San Giusto è un lavoro immenso per ricercare una risposta, un senso della verità nell’istante reale di un evento drammatico come l’uccisione del figlio di Dio.
La grandezza di Lotto sta nel trasformare la scena sacra in un’esperienza di partecipazione. Lo spettatore non osserva da lontano: viene raggiunto dagli sguardi, dalle mani e dai gesti, ed è invitato a riconoscere nel dolore rappresentato la possibilità di una trasformazione.
Il corpo, lo sguardo e le lacrime
Nella messa in scena della crocifissione, le smorfie dei soldati tradiscono la pietà per l’uomo che hanno crocifisso. Dalle fessure degli occhi del centurione posto sotto la croce partono domande che raggiungono ogni spettatore: “Che cosa è accaduto? Che sta accadendo? Cosa accadrà da qui in avanti? In quale tempo siamo proiettati qui dentro?”
Il gesto dietro la schiena mostra qualcosa che rimane un enigma, forse un senso di colpa inesprimibile a parole, forse un segno in codice. Solo sguardo e gesto per il malumore dell’animo.
Lo sguardo melanconico del centurione pare aprirsi a domande sempre più universali: “Chi può tergere questa ferita? Perché siamo così infelici sotto questa croce?”
E il fruitore è continuamente chiamato in causa, portato nella scena, condotto sempre più dentro ogni dettaglio lenticolare.
L’irrequietezza spirituale, nella scena, dà luogo a una gamma di stati d’animo che va dalla malinconia alla disperazione, dallo stupore all’indifferenza, descritta con un’eloquente trasparenza.
La vertigine travolge le persone in primo piano. Non vi è più nulla di saldo al mondo nello svenimento della madre di Cristo. Tutto è cosparso di frammenti passionali e di tensione emotiva.
Il sacrificio di Cristo sulla croce è strettamente legato alle lacrime che sgorgano dai volti di chi l’ha amato profondamente. In questo pianto della visione primordiale emerge sia una “verità degli occhi” sia l’apparire di qualcosa che porta profonde emozioni.
Lotto mette in opera una possibilità per chi è disabituato a vedere l’essenza dell’essere. Mostra che la lacrima è un viatico per saper vedere oltre il velo delle apparenze.
In questa prospettiva costruisce la sua visionarietà, e la offre ai suoi spettatori, per spingerli a deformare il presunto reale che continua a scorrere, e ancora oltre, per indurli all’apertura verso il teatro dell’anima, alla pietà e alla comprensione, negli innumerevoli collegamenti della memoria.
Il bene e il male nel cammino verso la gloria
C’è una forza sottile, un’entità fluttuante, come se scorresse di cuore in cuore a toccare tutte le forze messe in campo nel momento drammatico. Lotto indaga la presenza delle rivelazioni fulminee.
I volti dei suoi attori - nella pala commissionata dal vescovo di Chiusi e legato apostolico Niccolò Bonafede per l’altare maggiore della chiesa di Santa Maria della Pietà in Telusiano - lasciano intravvedere qualcosa che non riescono ancora a comprendere, fremono per qualcosa, come di un’inaccessibilità delle passioni, lì sul confine con il tramontare delle cose.
I parenti, gli amici e gli apostoli di Cristo paiono distanti da sublimi pensieri, soffocati dalla potenza inaspettata dei sentimenti e del dolore. Paiono fissati come in un frame momentaneo, entro una vasta infinità che attende la ripresa dello svolgimento cinetico della rappresentazione sacra.
In secondo piano, i soldati sembrano compressi uno vicino all’altro in uno spazio troppo ristretto per contenere tutti i loro pensieri taciuti. Noi possiamo scorgere qualcosa, osservando i loro gesti.
Lotto dispone i personaggi nella sua pala d’altare come fosse un elaborato calcolo matematico, però con l’ausilio della libertà e del caso, per giungere alla costruzione visiva atta a far scorrere lo sguardo dei fruitori nei vari passaggi delle espressioni, dei gesti, dei rumori e dei silenzi.
Lotto non vuole volutamente dire se vi sia qualcosa che è più sbilanciato verso il male o se tutto ciò che sta accadendo sia un male necessario per far trionfare qualcosa di infinitamente compiuto, nella condizione meravigliosa della necessità e della chiarezza.
I soldati che hanno crocifisso Gesù hanno l’animo vile o sono solo incolpevoli strumenti del volere di Dio? A Lotto interessa mostrare che essi si dolgono, indicano, cercano sguardi di complicità o di comprensione, provano vergogna, sono adombrati dal rimorso, morsi dalla paura, frustrati dal senso di colpa, dopo essere stati posseduti dall’odio e dall’impulsività o dopo aver obbedito a ordini dei loro superiori.
Qualcuno, in questo affanno dell’anima, riesce a fare un salto in un’esperienza mistica. Longino è già proiettato in una conversione fulminea.
Qualcun altro rimane impietrito a osservare ciò che resta del proprio auto-disperdersi in questo evento drammaticamente enigmatico. Un uomo si aggrappa al legno della croce del ladro non redento, cerca con lo sguardo il perdono di Cristo, persuaso a cedere all’illusione di essere salvato dall’alterazione del pensiero e dall’abbrutimento dell’anima.
Lotto, insomma, rappresenta il mescolarsi del male e del bene, le contraddizioni della nostra civiltà, la manifestazione morale di un evento molto complesso, seguendo una strada nascosta, a buona distanza dal curialismo pedante del suo tempo.
Il significato della Resurrezione nell’immagine lottesca
Nelle opere di Lorenzo Lotto, la Resurrezione si manifesta come una tensione interna alla scena. Cristo è morto, ma il suo corpo conserva i segni della vita futura; Maria è svenuta, ma la sua sofferenza è attraversata dalla promessa; Giovanni piange, ma resta sotto la croce; la Maddalena è sconvolta, ma già appartiene al momento dell’annuncio.
La luce che circonda Tito e il gesto aperto di Longino trasformano la Crocifissione in un’immagine di passaggio. Il dolore non viene cancellato, ma diventa il luogo nel quale si apre una possibilità nuova.
Nella Pietà, la mano di Maria e la ferita di Cristo collegano la morte alla continuità della vita. Nella Pala di Sedrina, il Bambino benedice e accetta il frutto della Passione, mentre la Vergine diventa partecipe del destino salvifico. Nelle opere di Loreto, infine, la meditazione sulla vita di Cristo acquista il tono silenzioso dell’ultima stagione dell’artista.
La Resurrezione, quindi, non è soltanto un’immagine da identificare in una scena evangelica. È il principio attraverso cui Lotto organizza il rapporto tra tenebra e luce, morte e speranza, dolore e amore, solitudine e legame.
È anche il modo con cui il pittore guarda alla propria esistenza. Le opere tarde, caratterizzate dal declino fisico e dalla povertà, non cancellano la grandezza della sua ricerca, ma la concentrano in immagini più essenziali e introspettive.
La pittura di Lotto continua a interrogare lo spettatore perché non offre una risposta semplice al mistero della morte. Lo conduce invece dentro l’evento, tra sguardi smarriti, gesti di compassione, lacrime e improvvise aperture alla fede.
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