Forma Urbis: sinonimi e significato della grande pianta di Roma antica

Il principale sinonimo di “Forma Urbis” è “pianta marmorea di Roma antica”; sono usate anche le espressioni “Forma Urbis Romae”, “Forma Urbis Severiana” e “Forma Urbis Marmorea”. Il termine latino forma urbis significa propriamente “pianta della città”.

La Forma Urbis Severiana, ovvero Forma Urbis Romae, o Pianta marmorea severiana, ovvero Forma Urbis Marmorea, è una pianta di Roma antica incisa su lastre di marmo risalente all’epoca di Settimio Severo, tra il 203 e il 211, che era collocata nel Tempio della Pace (o "Foro della Pace"). Si tratta di uno dei più rari documenti giunto a noi dall’antichità, che restituisce un panorama unico del paesaggio urbano di Roma antica.

Forma Urbis: sinonimi principali

EspressioneSignificato o uso
Forma UrbisDenominazione latina tradizionale, traducibile come “pianta della città”.
Forma Urbis RomaeForma estesa del nome, cioè “pianta della città di Roma”.
Forma Urbis SeverianaDenominazione riferita all’edizione realizzata o aggiornata sotto Settimio Severo.
Forma Urbis MarmoreaEspressione che sottolinea il supporto costituito dalle lastre di marmo.
Pianta marmorea severianaSinonimo descrittivo italiano della Forma Urbis Severiana.
Pianta di Roma anticaDefinizione divulgativa che ne indica direttamente il contenuto.

Che cosa indica il termine Forma Urbis

Con questo nome si suole indicare la grande iconografia marmorea di Roma antica giunta a noi in un gruppo di poche centinaia di frammenti, il cui complesso non rappresenta che una piccola parte dell'intera pianta dell'Urbe. Una delle più rare e importanti testimonianze giunte fino ai giorni nostri dall’antichità è la Forma Urbis Romae: una meravigliosa pianta della Roma Antica incisa su marmo tra il 203 e il 211 d.C., sotto l’imperatore Settimio Severo, che consente di ammirare un panorama unico del paesaggio urbano della città.

La Forma Urbis era la versione monumentale dei documenti catastali del tempo depositati negli archivi della Prefettura, collocata nel Foro da Settimio Severo nel 211. La pianta di Roma antica, su lastre di marmo, frammentaria, appartenente al periodo flavio e rifatta sotto Settimio Severo tra il 203 e il 209, in cui l’orientamento SO-NE fu cambiato in S-N.

Dimensioni, lastre e scala della pianta

Era incisa su 150 lastre di marmo e misurava circa 13 metri di altezza e 18 in larghezza, per una superficie di circa 235 metri quadrati. Nella sua integrità, su di una superficie di 18x13m circa erano rappresentati almeno 13.550.000 m2 di città attraverso una moltitudine di sottili incisioni che raffiguravano le planimetrie degli edifici di Roma, a una scala media di circa 1:240.

Era costituita da 140 lastre e occupava una superficie di circa 235 m² (13×18 m); ne è stato recuperato un migliaio di frammenti e vari sono stati i tentativi di ricomposizione. La pianta occupava una superficie di mq. 360 (m. 18 di lunghezza per m. 20 di altezza), ed era divisa in 140 lastre marmoree, disposte in fasce alternate secondo l’altezza o la larghezza di ogni lastra, corrispondenti in media la prima da m. 1,70 a m. 2, la seconda da m. 0,80 a m.1, e imperniate mediante arpioni di bronzo, i cui fori esistenti sulla parete hanno permesso di riconoscere il numero e l’ampiezza delle lastre.

Considerata la posizione, la difficile leggibilità e la generale assenza di dettagli, è probabile che la pianta marmorea avesse, più che una finalità pratica, una funzione di propaganda e di celebrazione del potere, fornendo all’osservatore una visione generale della città e dei suoi grandiosi monumenti, le cui sagome erano facilmente individuabili anche grazie all’uso del colore. I monumenti vennero delineati su una scala media di1:250 circa.

Origine e collocazione nel Tempio della Pace

Originariamente era esposta sulla parete di un’aula del Forum Pacis. La Forma Urbis era collocata originariamente sulla parete di un’aula nel Foro della Pace. Era incisa su 150 lastre di marmo applicate alla parete con perni di ferro e occupava una superficie di circa 18 metri per 13 e vi erano rappresentati almeno 13.550.000 m2 di città attraverso una moltitudine di sottili incisioni che raffiguravano le planimetrie degli edifici di Roma, a una scala media di circa 1:240.

Il settore più conservato del Foro della Pace è oggi inglobato in due monumenti: Tor de' Conti, posta all’inizio di via Cavour, al di sotto della quale è ancora visibile la struttura in opera quadrata di una delle esedre del portico, e la chiesa dei Santi Cosma e Damiano, edificata tra il 526 e il 530, sull’angolo meridionale del Foro all’interno dell’aula retrostante il muro della Forma Urbis. Il nucleo più imponente dei resti del Foro è dunque addossato alla Basilica di Massenzio, giunto finora a noi perché inglobato dalla chiesa dei Santi Cosma e Damiano.

La parete che accoglieva la Forma Urbis è ancora riconoscibile: della prima aula inglobata resta la parete sud-occidentale alta 18 m. x 13, (in piedi romani circa 61 piedi di larghezza per 43 di altezza), in cui si scorgono i fori per le grappe che sostenevano le lastre marmoree orientate in modo da alternarsi in senso verticale e in senso orizzontale, con incisa la mappa di Roma. Il disegno della pianta venne inciso sulle lastre dopo che erano state collocate sul muro.

parete del Tempio della Pace Forma Urbis

Datazione e rifacimento severiano

La datazione della pianta è posteriore al 203, data della costruzione del Settizonio, la cui pianta si conserva su uno dei frammenti, e anteriore al 211, anno della morte di Settimio Severo. Questi viene infatti citato come regnante, insieme al figlio maggiore Caracalla nella dedica conservata su uno dei frammenti (SEVERI ET [AN]TONINI AV[GG] NN [. ], ossia "A Severo e Antonino, nostri augusti").

La mancanza dell'altro figlio, Geta, che fu associato al trono nel 209, potrebbe far propendere per una datazione anteriore a tale data. La Forma doveva essere connessa con la pianta catastale ufficiale di Roma, forse conservata nella medesima sala, che doveva però essere redatta su papiro, più facilmente aggiornabile, e riportare inoltre i dati riguardanti i proprietari degli edifici e le loro misure, un vero e proprio Catasto.

La pianta venne probabilmente eseguita in occasione della ricostruzione di alcuni settori del Tempio della Pace che erano stati danneggiati da un incendio nel 192. È possibile che la pianta severiana ne rimpiazzi una più antica dell’epoca di Vespasiano, il costruttore del complesso monumentale. La nuova edizione fu resa necessaria dal grave danno derivato alla pianta dall’incendio del 191 d. C., che distrusse quasi totalmente il Forum Pacis, e certo danneggiò grandemente l’edificio del catasto urbano, detto, almeno dal tempo dei Severi, Templum Sacrae Urbis.

Orientamento e contenuto della Forma Urbis

La pianta rappresenta in una scala di 1:240 (ossia un piede corrisponde a 2 actus) ed è orientata, diversamente dagli usi moderni, con il sud-est in alto. Viene rappresentato in dettaglio il piano terra di tutti gli edifici, compresi colonnati e scale interne.

Ma oltre che un restauro, la nuova edizione rappresentò anche un aggiornamento della pianta e un mutamento di criterio per quanto riguardava l’orientamento. Nell’edizione dei Flavi, questo era da SO. a NE. secondo l’antica tradizione, determinata dalla divisione regionale serviana e nuovamente sancita nell’ordine progressivo delle regioni augustee, di cui la prima (Porta Capena) corrispondeva alla più meridionale.

Il nuovo orientamento fu invece nettamente da S. a N., prendendo come punto centrale di riferimento l’asse maggiore del Circo Massimo il quale, con la Via Appia e il Settizonio, costituì il punto fondamentale della pianta. Il nuovo orientamento è attestato principalmente dai frammenti della delineazione del Circo Massimo, la cui didascalia, in grandi lettere, è disposta verticalmente lungo l’asse maggiore; tale disposizione delle didascalie si ripete per tutti i monumenti il cui asse si trovi parallelo a quello fondamentale dell’orientamento.

Che cosa rappresentava

Se pensate che Google Maps rappresenti l’apice della mappatura urbana, preparatevi a ricredervi. C’è stato chi nel III secolo d.C. ha deciso di incidere sul marmo tutta la città di Roma: ogni casa, strada, palazzo, ponte. Non era esattamente tascabile, date le dimensioni colossali, ma oggi per noi rappresenta una straordinaria finestra sul passato di Roma.

Sovrastimare l’importanza della Forma Urbis non è possibile: si tratta della sola rappresentazione in pianta di una città antica che sia giunta fino a noi. E non di una città qualsiasi, ma di Roma caput mundi! Vi erano rappresentati oltre 13 milioni di metri quadri dell’antica città a una scala media di 1:240: si riescono a vedere persino le singole stanze degli edifici!

Pur con le sue gravi lacune, la Forma Urbis, che riproduceva i monumenti e le case della città alla scala di circa 1:240, è un documento insostituibile per la conoscenza della topografia di Roma. Più che in ogni altro museo, qui si percepisce Roma come urbs, come città, vasta e immensa, fatta non solo di grandi monumenti che ancora oggi possiamo parzialmente ammirare, ma di strade, vicoli, condomini, magazzini, mercati, caserme.

Frammenti conservati e ritrovamenti

Anche se rinvenuti a centinaia, a partire dal 1562 e fino ai pezzi scoperti più di recente, i frammenti della Forma Urbis costituiscono circa un decimo della pianta originale, in uno stato di conservazione che varia da piccole schegge a settori di lastra con interi quartieri, case, portici, templi e botteghe. Attualmente si conservano 1.186 frammenti delle lastre, che corrispondono a circa il 10-15% del totale.

Solamente per circa 200 frammenti circa è stato finora possibile raggiungere un’identificazione e un’ideale collocazione sulla topografia moderna. I frammenti delle lastre, tutte rettangolari e di marmo, anche se di dimensioni diverse, erano in tutto 151, divise per 11 filari, e sono stati rinvenuti a partire dal 1562.

I frammenti furono rinvenuti a più riprese, a partire dal primo ritrovamento del 1562, talvolta anche in luoghi non corrispondenti all’originaria collocazione. Alcuni dei frammenti ritrovati nel XVI secolo andarono perduti prima del loro trasferimento ai Musei Capitolini: di alcuni di essi tuttavia possediamo disegni rinascimentali.

I frammenti della Forma Urbis furono scoperti nel 1562; molti di essi andarono perduti, ma fortunosamente oltre 600 di essi furono ritrovati di nuovo tra il 1888 e il 1891. Attualmente sono conservati al Museo della Civiltà Romana in attesa di essere definitivamente ricomposti in sede appropriata.

Non si conoscono le vicende del monumento nel più antico Medioevo. I primi frammenti furono scoperti in occasione di restauri alla chiesa dei Ss. Cosma e Damiano, ordinati da Pio IV all’architetto Giovanni Antonio Dosio tra il 1559 e il 1565, nell’orticello di Torquato Conti, duca di Poli, compreso tra la parete postica di S. Cosma e la via Alessandrina, la via in Miranda e la basilica di Costantino.

Sembra che allora alcune lastre si trovassero ancora affisse alla parete. I frammenti ricuperati furono temporaneamente esposti per cura di Onofrio Panvinio, e riprodotti in disegno in 11 tavole da Fulvio Orsini nel suo codice Vaticano 3439 (ff. 13-23). I disegni orsiniani riproducono solo 92 pezzi; altri furono delineati nel Cod. Barb. XLIX, 32 (ff. 45-48) e da Stefano Du Pérac nel Cod. Par. 389.

Dopo la morte del Panvinio gli originali, custoditi a Palazzo Farnese, andarono dimenticati e in parte perduti; furono riesumati da mons. Bianchini nel 1704, e trasportati prima in Vaticano, poi nel Museo Capitolino nel 1742, assai diminuiti e manomessi. Però G.B. Bellori nel 1673 aveva già pubblicato 169 frammenti, tra cui i 92 dell’Orsini; a questa seguirono le altre edizioni ricalcate sulla prima, e cioè quelle del 1682, 1693, 1697, 1699, 1732, 1764.

Nel primo ventennio del sec. XIX, l’architetto A. de Romanis fece una riduzione all’8° dal vero. La migliore edizione è tuttora quella di H. Jordan, Forma Urbis Romae, Regionum XIII (Berlino 1874), in 35 tavole e commento.

Nuovi ritrovamenti e ricostruzione digitale

Ma già nel 1888 furono ritrovati 14 frammenti inseriti come materiale in un muro presso il Palazzo Farnese; nel 1899 altri 451 frammenti si rinvennero similmente in una casa già dei Farnese in via Giulia, e nello stesso anno nel Foro si rinvenne il frammento raffigurante il tempio dei Castori. Nel 1867 un tentativo di scavo di A. Castellani nell’orto dei Ss. Cosma e Damiano fruttò i frammenti importantissimi riferibili alla Porticus Liviae.

Il frammento è stato scoperto nel 2014, durante i lavori a Palazzo Maffei Marescotti, un edificio di proprietà del Vaticano, ed è relativo alla lastra 31 della Forma, che rappresenta l’odierna area del Ghetto, uno dei settori monumentali della città antica, dominato dal Circo Flaminio, edificato nel 220 a.c., per ospitare i ludi plebei, e sul quale si affacciavano numerosi importanti monumenti pubblici.

Tra questi sono ancora oggi noti e visibili il portico di Ottavia e il teatro di Marcello. Oltre che una sezione del teatro, il nuovo frammento vaticano reca un’iscrizione che completa la dicitura Circus Flaminius, agganciandosi come il pezzo di un grande puzzle ai frammenti già noti e scoperti nel 1562.

frammento Forma Urbis Circus Flaminius

Un progetto della Stanford University (San Francisco, California) sta mirando alla creazione di un data-base on-line dei frammenti esistenti con un tentativo di ricostruzione della pianta con l’ausilio di tecnologie informatiche. E in California, l’Università di Stanford ha digitalizzato tutti i 1.186 frammenti esistenti della Forma Urbis originale.

Sono appena il 15 per cento della mappa severiana; ma anche se «conservata solo in minima parte», essa «costituisce il documento più importante per la conoscenza della topografia di Roma antica», spiega l’archeologo Filippo Coarelli.

Monumenti identificati grazie alla Forma Urbis

I principali frammenti sicuramente identificati, ma non compresi nell’edizione del Jordan perché posteriormente scoperti, sono quelli relativi alle Terme di Traiano; alle arcuazioni dell’acquedotto claudio-neroniano; al Circo Massimo; a una Statio Cohort. Vigilum; al Ludus Magnus; al Tempio di Marte Ultore; ai templi del Foro Olitorio, al Teatro di Balbo; all’Iseo Campense; al Trigarium; alle Terme di Agrippa, ecc., tutti illustrati da R. Lanciani, che identificò molti monumenti raffigurati nella Forma, e tra essi due dei quattro templi dell'"area sacra" del Largo Argentina, confermata dalla scoperta dell’area medesima.

Altri risultati importanti, dovuti alla ricomposizione dei frammenti della Forma Urbis severiana, sono l’identificazione del portico circostante al tempio di via delle Botteghe Oscure col tempio delle Ninfe e con la Porticus Minucia Frumentaria, ove avvenivano le distribuzioni di grano alla plebe romana.

Ne deriva, come logica conseguenza, che la vicina "area sacra" di Largo Argentina va identificata con la Porticus Minucia Vetus, costruita dopo il 107 a.c. da M. Minucio Rufo, vincitore degli Scordisci. Inoltre la Forma Urbis ha permesso la localizzazione del Diribitorium lungo il lato sud dei Saepta Iulia e del tempio di Minerva Calcidica nell’aerea della chiesa di S. Marta, in piazza del Collegio romano.

Va inoltre ricordata l’identificazione della Curia di Pompeo (ove avvenne l’uccisione di Cesare) con l’edificio la cui parte posteriore è visibile dietro il Tempio B di Largo Argentina. Ecco un esempio tratto dal Lanciani dove si vede nella Forma Urbis, il Mausoleo di Augusto, con l'Ustrinum dove si bruciavano i morti comuni, i Lupanares cioè la via dei bordelli, e gli schiavonia dove sicuramente alloggiavano gli schiavi di stato.

Qui invece c'è il Mausoleo di Adriano, l'odierno Castel S. Angelo che sorgeva sugli Horti di Domizia, con la zona aldilà del Tevere detta posterula Domitia e i porti sul fiume della posterula domitia.

Il ruolo di Rodolfo Lanciani

Rodolfo Lanciani fu uno studioso dell'antica Roma e segretario della Commissione Archeologica Comunale, dalla sua fondazione nel 1872, e ingegnere della Direzione Generale dei Musei e Scavi presso il Ministero della Pubblica Istruzione tra il 1887 e il 1890. In questi ruoli poté seguire tutti i numerosi ritrovamenti avvenuti nel corso dei lavori per Roma capitale, che descrisse con grande vivacità.

I risultati dei suoi studi sulla dislocazione dei monumenti antichi della città furono pubblicati tra il 1893 e il 1901 con il titolo di Forma Urbis Romae: si tratta della pianta di tutti i resti conosciuti dell'epoca romana e fino al VI sec., composta da 46 tavole in scala 1:1000. Benché nel tempo alcune interpretazioni di Lanciani siano state messe in discussione, l'opera ha il grande pregio di evidenziare le sovrapposizioni moderne sugli edifici degli antichi romani.

Il Museo della Forma Urbis

Allestito all’interno dell’Ex Palestra della Gioventù Italiana del Littorio, il Museo della Forma Urbis custodisce i frammenti superstiti di una grande planimetria di Roma incisa su 150 lastre di marmo tra il 203 e il 211 d.C., originariamente esposta sulla parete di un’aula nel Tempio della Pace, in seguito inglobata nel complesso dei SS. Cosma e Damiano.

Ed è proprio nel neonato Parco archeologico del Celio che la Forma Urbis ha trovato la sua dimora definitiva in un Museo tutto per lei. Stiamo parlando della Forma Urbis, il capolavoro cartografico tornato da poco visibile a tutti nel Museo della Forma Urbis sul Celio, a due passi dal Colosseo.

A distanza di un secolo dall’ultima sistemazione complessiva degli originali nel Giardino del Palazzo dei Conservatori, tra il 1903 e il 1924, il nuovo allestimento del Museo della Forma Urbis restituisce la pianta marmorea a una piena fruizione tanto per la comunità scientifica quanto per i visitatori, con un progetto espositivo mirante a favorire la leggibilità di un documento che per ingombro e condizioni frammentarie poco si presta a una comprensione immediata.

Negli spazi interni dell’edificio museale, sui pavimenti delle sale sono collocati i frammenti della Forma Urbis, sovrapposti, come base planimetrica, alla Pianta Grande di Giovanni Battista Nolli del 1748. I visitatori possono così effettuare un vero e proprio viaggio nella città antica, apprezzando i particolari delle planimetrie con una visione il più possibile ravvicinata e zenitale.

Oggi, la gigantesca planimetria della Roma Antica torna visibile al pubblico, dopo 100 anni, in un allestimento innovativo ed emozionante: i frammenti della Forma Urbis sono stati infatti collocati sul pavimento della sala principale del museo, sovrapposti alla Pianta Grande incisa da Giovanni Battista Nolli nel 1748, la prima pianta scientifica di Roma.

La grande stanza in cui la pianta è ospitata si trasforma in una capsula immersiva in cui perdersi. È proprio come passeggiare per la Roma antica: si può smarrire l’orientamento per poi ritrovarlo, provare a riconoscere un monumento o un altro, lasciarsi stupire dalla precisione della realizzazione, dalla vastità della città antica.

frammenti Forma Urbis pavimento museo

Il confronto con la pianta di Giovanni Battista Nolli

Per esporla, quindi, serviva un’altra pianta che andasse a completare le parti mancanti. Ma quale scegliere? È qui che entra in gioco Giovanni Battista Nolli, star nel mondo della cartografia perché autore nel 1748 della prima grande pianta di Roma moderna.

La prima pianta, cioè, frutto di lunghissimi lavori di rilievo settoriali eseguiti a grande scala. Ebbene, la Forma Urbis si incastra con una precisione millimetrica con la pianta settecentesca: ci sono voluti più di 1500 anni perché si realizzasse un’opera comparabile per rigore e precisione alla pianta marmorea romana!

Le due planimetrie, sovrapposte, sono completamente calpestabili grazie ad una superficie trasparente che le protegge: è davvero come passeggiare tra le strade della Roma Antica, tra interi quartieri, case, portici, templi, terme e botteghe e ritrovando punti di riferimento che ancora oggi sono parte della città di Roma.

Il significato storico e urbano

Appesa su una parete nel Foro della Pace, alta come un edificio di quattro piani, la Forma Urbis non doveva essere molto leggibile nei suoi dettagli. Gli antichi romani, che conoscevano bene la loro città, ne coglievano a pieno la grandezza e il potere che rappresentava, e non dovevano essere così interessati ai dettagli raffigurati.

Noi, al contrario, siamo attirati da ogni solco nel marmo che delinea strade e palazzi ed è per questo, per potere apprezzare la pianta nella sua meticolosità, che nel Museo la pianta è stata traslata in orizzontale e posizionata al di sotto di un pavimento in vetro.

È un’esperienza di visita veramente straordinaria. Questa visita guidata è quindi un’occasione imperdibile per “camminare” tra le vie e i monumenti della Roma Imperiale, alcuni ancora esistenti ed altri andati perduti, come il Colosseo, l’adiacente Ludus Magnus - la principale palestra dei gladiatori, l’Area Sacra di Largo Argentina, il Circo Massimo, il Teatro di Pompeo, il Tempio dei Dioscuri, la Basilica Ulpia ed altre meraviglie.

Informazioni per la visita

Il Museo della Forma Urbis si trova nel Parco Archeologico del Celio, in viale del Parco del Celio 20 e Clivo di Scauro 4. Il museo è accessibile ai disabili motori. Nel museo è presente il bagno per disabili.

InformazioneDettaglio
Giorni di aperturaAperto dal martedì alla domenica
Orario solareDalle 10.00 alle 16.00, ultimo ingresso alle 15.00
Orario legaleDalle 10.00 alle 19.00, ultimo ingresso alle 18.00
Giorno di chiusuraChiuso il lunedì
Altre chiusure25 dicembre, 1° maggio
Biglietto intero non residente€ 11,00
Biglietto ridotto non residente€ 6,50
Residenti a Roma e nell’area metropolitanaGratuito mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza
Prima domenica del meseIngresso libero e gratuito compatibilmente con la capienza del sito

È possibile acquistare il biglietto d’ingresso online, tramite il call center 060608, con diritto di prevendita € 1,00 oppure presso la biglietteria del Museo. L’acquisto in biglietteria di biglietti per date successive è consentito solo con carta di credito con diritto di prevendita € 1,00.

Per i gruppi: Informazioni e prenotazioni obbligatorie per gruppi/scuole call center 060608 (tutti i giorni ore 9.00-19.00). I gruppi, da 5 a 25 persone più guida, accedono esclusivamente tramite prenotazione gratuita allo 060608 con la frequenza di un gruppo ogni ora.

I gruppi possono prenotare massimo 5 turni a trimestre di cui 2 nei fine settimana e festivi + 3 in giorni infrasettimanali. All’interno del museo la permanenza del gruppo non potrà superare i 60 minuti. La visita potrà continuare all’esterno nel Parco Archeologico del Celio.

Fortuna critica e conservazione

Roma perde la sua Forma e la sua memoria. Un’antichità tra le più importanti e prestigiose, un «unicum» che tramanda e descrive minuziosamente come era la città 18 secoli fa, verso l’anno 200, giace nascosta, invisibile, per decenni riposta in un magazzino: in un’epoca in cui tanto si parla di come «valorizzare i beni culturali».

E la Forma Urbis, una pianta d’età severiana, è davvero importante se Rodolfo Lanciani, uno dei maggiori archeologi dell’Ottocento, ne esegue una copia in gesso. Una copia ormai anch’essa celata in un deposito (è stata smontata dal Campidoglio, dove si trovava, quando vi fu ricoverato il Marc’Aurelio).

Era ai Fori, nel Tempio della Pace; su un muro che c’è ancora, vicino alla Basilica dei Santi Cosma e Damiano: se ne possono vedere le perforazioni delle grappe per fissarla. Ma, dopo tanti traslochi e nascondimenti, lo straordinario reperto è come di nuovo sepolto: sta al Museo della Civiltà Romana all’Eur dal 1998, oggi accessibile solo agli studiosi.

Nel frattempo, però, godiamoci il lusso straordinario di poter tornare a vedere con i nostri occhi questi frammenti marmorei così preziosi e così a lungo tenuti nascosti. Il Museo della Forma Urbis, pur essendo appena nato, sa già di casa: un luogo dove tornare più e più volte per assaporare ogni volta una sfumatura di luce diversa, scoprire un angolo che era sfuggito, abbracciare un nuovo punto di vista.

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