La seconda domenica di Pasqua, detta anche Domenica della Divina Misericordia, presenta il Vangelo dell’apparizione di Gesù risorto ai discepoli e dell’incontro con Tommaso. Il messaggio centrale dell’omelia di Ermes Ronchi è che la Risurrezione non cancella le ferite, le paure e i dubbi, ma entra proprio dentro di essi per trasformarli in luoghi di pace, libertà e vita.
La seconda Pasqua in tempo di Covid è segnata da stanchezza e disillusione. «L’anno scorso eravamo scioccati, quest’anno siamo più provati», ha detto Papa Francesco all’Angelus della Domenica delle Palme.
Eppure la Pasqua è il momento più bello e più importante per un cristiano: come parlare di speranza e di gioia in questo clima? «La speranza è un atto di fede e non ha nulla dell’ottimismo legato all’andamento positivo della curva pandemica o alla ripresa economica», spiega padre Ermes Ronchi.
La speranza come corda tesa verso Dio
Il cristiano «non è un ottimista; ha speranza. E la speranza è una corda tesa: un capo è saldo nelle mani di Dio, l’altro raggiunge me», prosegue spiegando che in ebraico speranza ha la stessa radice di corda.
Sono affascinato dalla Lettera agli Ebrei che dice: «Casa di Dio siete voi cristiani, se custodite libertà e speranza». Dobbiamo essere costruttori e custodi di speranza e libertà.
La speranza è tendere a qualcosa, custodire germogli dentro di me. Si tratta di seminare occhi nuovi per guardare in modo nuovo il mondo, per essere pronti a un nuovo inizio.
La domenica di Pasqua è il primo giorno della settimana, un nuovo inizio, ma per coglierlo occorre avere gli occhi dell’esploratore che anche nel quotidiano non dà nulla per ovvio o scontato ma cerca ogni giorno l’inedito.
A casa mia, nel mio giardino, cammino in modo abitudinario o con l’atteggiamento dell’esploratore? Ho la capacità di vivere in modo diverso le stesse cose?
La novità non è nelle cose che accadono ma nel vederle con occhi nuovi.

Speranza e libertà
La mia speranza è poter vivere in piena libertà. Gesù era l’icona limpidissima della libertà.
Il Dio dell’Antico testamento è il Goèl, il liberatore, e Gesù dice: «La verità vi farà liberi».
Noi siamo a immagine di Dio quando riusciamo a non subire i condizionamenti, ad affrancarci dagli ergastoli interiori nei quali ci incateniamo da soli.
Libertà e speranza sono, insieme all’amore, i grandi motori della vita.
Pasqua: il passaggio dalla croce alla vita
Pasqua in ebraico significa passaggio; per i cristiani segna l’inizio di una nuova vita.
Si parte dalla croce, e quindi dal dolore, dalle ferite, dalle parti oscure di noi stessi, per incamminarsi verso la bellezza, la guarigione, la libertà.
Pasqua è il passaggio dalla prigionia alla libertà, dalla sterilità alla fecondità, dalla solitudine all’abbraccio, e la forza viene da Colui che si è precipitato per amore dentro le nostre contraddizioni, dentro i nostri tradimenti e abbandoni.
Dio è lì dentro; è passato attraverso la Croce e cammina con noi e con le nostre croci, ci incoraggia ad andare avanti, nonostante la fatica, verso la bellezza e l’armonia.
Il Vangelo della seconda domenica di Pasqua
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».
Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».
Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.
Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso.
Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!».
Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».
Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro.
Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Le porte chiuse della paura
I discepoli erano chiusi in casa per paura. È un momento di disorientamento totale: l’amico più caro, il maestro che era sempre con loro, con cui avevano condiviso tre anni di vita, quello che camminava davanti, per cui avevano abbandonato tutto, non c’è più.
L’uomo che sapeva di cielo, che aveva spalancato per loro orizzonti infiniti, è ora chiuso in un buco nella roccia. Ogni speranza finita, tutto calpestato (M. Marcolini).
E in più la paura di essere riconosciuti e di fare la stessa fine del maestro.
Hanno tradito, sono scappati, hanno ancora paura: che cosa di meno affidabile di quel gruppetto allo sbando?
Una comunità chiusa dove non si sta bene, porte e finestre sbarrate, dove manca l’aria e ci si sente allo stretto.
Casa di buio e di paura, mentre fuori è primavera: e venne Gesù a porte chiuse.
Ma quegli uomini e quelle donne fanno una scelta sapiente, forte, buona: stanno insieme, non si separano, fanno comunità.
Forse sarebbero stati più sicuri a disperdersi fra la folla e le carovane dei pellegrini. Invece, appoggiando l’una all’altra le loro fragilità, non si sbandano e fanno argine allo sgomento.
Sappiamo due cose del gruppo: la paura e il desiderio di stare insieme.
E in quella casa succederà qualcosa che li rovescerà come un guanto: il vento e il fuoco dello Spirito.
Germoglia la prima comunità cristiana in questo stringersi l’uno all’altro, per paura e per memoria di Lui, e per lo Spirito che riporta al cuore tutte le sue parole.
Quella casa è la madre di tutte le chiese.
Gesù sta in mezzo ai discepoli
Venne Gesù e stette in mezzo a loro. Nel centro della loro paura, in mezzo a loro, non sopra di loro, non in alto, non davanti, ma al centro, perché tutti sono importanti allo stesso modo.
Lui sta al centro della comunità, nell’incontro, nel legame: “lo Spirito del Signore non abita nell’io, non nel tu, egli abita tra l’io e il tu” (M. Buber).
In mezzo ai suoi, come apertura, schema di aperture continue, passatore di chiusure e di frontiere, pellegrino dell’eternità.
In mezzo a loro, senza gesti clamorosi, solo esserci: presenza è l’altro nome dell’amore.
Non accusa, non rimprovera, non abbandona, “sta in mezzo”, forza di coesione degli atomi e del mondo.
Gli avvenimenti di Pasqua, non sono semplici “apparizioni del Risorto”, sono degli incontri, con tutto lo splendore, l’umiltà, la potenza generativa dell’incontro.
Gesù, il Vivente, si ferma tra i suoi discepoli e li costituisce comunità cristiana, come fa ancora in ogni comunità riunita nel nome di Cristo e non una comunità sociologica o psicologica.
In quel giorno della resurrezione Gesù ha inaugurato un altro modo di presenza: sta in mezzo ai suoi non più come prima, uomo tra gli uomini, ma come Risorto vivente per sempre.
È sempre lui, Gesù, il figlio di Maria, l’inviato da Dio nel mondo, ma ormai non più in una carne mortale, bensì in una vita eterna nello Spirito di Dio.
Questa nuova presenza è più forte e più potente della presenza fisica, perché vince ogni porta chiusa e ogni muro, e diventa credibile, sperimentata, vissuta nel quadro di una vita fraterna, di una vita di comunione: la chiesa.
«Pace a voi»: una parola sulle paure
Pace a voi, annuncia, come una carezza sulle vostre paure, sui vostri sensi di colpa, sui sogni non raggiunti, sulla tristezza che scolora i giorni.
Non si tratta di un augurio o di una promessa, ma di una affermazione: la pace è, ora, qui.
E questo ci consola: tu, Signore, non ti fermi davanti alle nostre porte chiuse.
E ci porti una parola di pace: “Pace a voi”. E ci mostri le mani e il costato.
E c’è bisogno di pace.
Voi mi capite, certo di una pace anche dalla guerra e non possiamo non guardare con preoccupazione il riaccendersi di focolai di guerra in questi giorni.
Ma c’è bisogno di pace dentro di noi, una pace che liberi anche noi - come un giorno gli apostoli - dalle paure, dalle paure che ci bloccano dentro.
A volte mi capita di pensare che i discepoli erano barricati sì anche per la paura dei Giudei, ma forse erano anche barricati dentro da un’altra paura, ancora più devastante, che era la paura per come avevano reagito, per come si erano comportati nei giorni della cattura e della crocifissione del loro maestro.
Bloccati, come a noi succede, dalla delusione verso se stessi, una delusione che genera inquietudine, genera frustrazione, genera paura.
E Gesù che, come prima parola, dice una parola di pace.
E anche la Chiesa dovrebbe dire come prima parola sempre questa: non una parola di condanna, ma di pace: “Non temere, va in pace”.
Le ferite del Risorto
Dopo duemila anni, sappiamo ancora stupirci davanti alla Risurrezione?
Per me lo stupore non è davanti al sepolcro vuoto ma davanti al crocifisso perché è lì che il volto di Cristo appare in tutto il suo splendore: il suo corpo oltraggiato e abbruttito dai flagelli, dagli sputi, dai chiodi è qualcosa di meraviglioso.
Io resto stupito davanti a un Dio che ama da morire, da morirci.
Un amore che fa venire i brividi e tremare le mani… Gesù è morto amando e l’amore continua a risuscitare in noi la vita.
La Risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite.
Perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto dell’amore, e allora resteranno eternamente aperte.
Su quella carne l’amore ha scritto il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, indelebili ormai come l’amore stesso.
Ai discepoli ha fatto vedere le sue ferite, tutta la sua umanità. E dentro c’era tutta la sua divinità.
Gesù è vivente, è risorto da morte, ma non cessa di essere il Crocifisso: quella morte, destino di ogni uomo ma anche morte violenta data a Gesù dall’ingiustizia di questo mondo, è stata da lui vissuta e assunta, fa parte della sua umanità ormai trasfigurata in Dio ma sempre presente, non cancellata né dimenticata.
Sì, Gesù risorto è vita eterna, divina, ma anche vita umana trasfigurata, sicché ormai non è più possibile pensare a Dio, dire Dio, senza pensare anche all’uomo.
È sorprendente, ma anche ricca di significati, nel brano, la connessione tra pace e segno delle ferite.
Disse loro: “Pace a voi”. Detto questo mostrò loro le mani e il costato.
Disse: “Pace a voi”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani, stendi la tua mano e mettila nel costato”.
La visione di quelle ferite, che potrebbe ingenerare paura - la paura e lo sconforto per i nostri tradimenti - dà invece pace.

Il costato come dimora di pace
L’evangelista Giovanni ricorda il costato “metti la tua mano nel costato”.
Non possiamo dimenticare che Giovanni, unico evangelista, ha parlato nel suo vangelo della lancia che ha aperto il costato del Signore sulla croce.
Attraverso quella ferita - dicono i mistici - attraverso l’apertura del costato, tu hai accesso al cuore di Cristo: un territorio ora invaso, invaso da tutti, una dimora per tutti noi, una dimora di pace, per tutti.
Le ferite, proprio perché vi leggi l’amore di un Dio che ci ha amati sino alla fine, quelle ferite, ci danno pace.
Metti qui la tua mano: qualche volta mi perdo a immaginare che forse un giorno anch’io sentirò le stesse parole, anch’io potrò mettere, tremando, facendomi condurre, cieco di lacrime, mettere la mia mano nel cuore di Dio.
E sentirmi amato.
Tommaso, il dubbio e la ricerca della fede
A questa esperienza, manca Tommaso che aveva detto di voler andare a Gerusalemme per morire con Gesù (cfr. Gv 11,16), ma che poi era fuggito come gli altri.
Tommaso non crede al racconto degli altri discepoli ma, otto giorni dopo, quando ancora una volta, nel primo giorno della settimana, la Domenica, il giorno del Dominus, del Signore, la comunità è riunita, Gesù si fa vedere ancora, sta nuovamente in mezzo a loro, rivolge a tutti il saluto di pace e mostra a Tommaso le mani bucate e il costato trafitto, i segni della passione nel suo corpo ora trasfigurato.
Tommaso non si era accontentato delle parole degli altri dieci; non di un racconto aveva bisogno, ma di un incontro con il suo Signore.
Gesù e Tommaso, loro due cercano. Si cercano.
Otto giorni dopo, erano ancora lì tutti insieme.
Gesù ritorna, nel più profondo rispetto: invece di imporsi, si propone; invece di rimproverarli, si espone alle loro mani: Metti, guarda; tendi la mano, tocca.
Invece di rimproverarli, si mette a disposizione delle loro mani.
Tommaso allora non può fare altro che invocare: “Mio Signore e mio Dio!”, pronunciando la confessione di fede più alta di tutto il quarto vangelo.
Allora la risposta: Mio Signore e mio Dio.
Mio, come lo è il respiro e, senza, non vivrei. Mio come il cuore e, senza, non sarei.
Quel Risorto è Kýrios e Dio per la chiesa!
Il Vangelo non dice che Tommaso abbia toccato. Gli è bastato quel Gesù che si ripropone, ancora una volta, un’ennesima volta; quel Gesù che non molla i suoi, neppure se l’hanno abbandonato tutti.
Il vangelo non dice che Tommaso abbia davvero toccato e messo il dito nel foro.
A lui è bastato quel Gesù che si propone, ancora una volta, un’ennesima volta, con questa umiltà, con questa fiducia, con questa libertà, che non si stanca di venire incontro, che non molla i suoi, neppure se loro l’hanno abbandonato.
È il suo stile, è Lui, non ti puoi sbagliare: mio Signore e mio Dio.
La fede come libertà
Grande educatore, sostiene Ermes Ronchi, Gesù.
Educa alla libertà, a essere liberi dai segni esteriori.
Grande educatore, Gesù. Forma i suoi alla libertà, a essere liberi dai segni esteriori, alla ricerca personale più che alla docilità e all’obbedienza.
Che bello se anche nella Chiesa, come nella prima comunità, fossimo educati più alla consapevolezza che all’ubbidienza; più all’approfondimento che alla docilità.
Questo occorre credere senza aver visto nulla, ma accogliendo l’annuncio della comunità del Signore e il dono di Dio che rivela la vera identità di Gesù risorto per sempre.
La fede nasce da una corsa e porta a correre perché ha origine da un’esplosione, da un innamoramento urlato a piena voce del Dio fatto dolore.
La fede è il rischio di essere felici.
Una vita non certo più facile, ma più piena e vibrante. Ferita sì, ma luminosa.
La beatitudine di chi non vede
Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!
Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! L’ultima beatitudine è per noi, per chi fa fatica, per chi cerca a tentoni, per chi non vede e inciampa, per chi ricomincia.
Una beatitudine per noi che non vediamo, che cerchiamo a tentoni e facciamo fatica, e che finalmente sento mia, alla mia portata.
L’ultima beatitudine è per noi, per chi fa fatica, per chi cerca a tentoni, per chi non vede e inciampa, per chi ricomincia.
Troppo facile credere a Pasqua, nello splendore della pietra vestita di luce.
Fede vera è quando Gesù, pur provando il senso dell’abbandono di Dio, continua la sua donazione d’amore.
L’Onnipotente ridotto al nulla, la Parola ridotta al silenzio, ha scelto di essere dove io non vorrei mai essere.
E proprio là, dove noi fuggiamo, ci aspetta per camminare insieme.
La corsa pasquale
La mattina di Pasqua corrono tutti: Maria di Magdala corre da Pietro, Pietro e Giovanni corrono al sepolcro, come se avessero dentro un fuoco che li spinge.
C’è un dinamismo straordinario.
Non si corre così per andare da un morto; corrono perché percepiscono qualcosa di incomprensibile ma di immenso.
Corrono perché la notizia non può aspettare, Gesù merita l’urgenza.
Di fronte alla Pasqua ci sentiamo inadeguati, in ritardo; anche noi sentiamo il bisogno di correre interiormente.
Forse non è ancora fede ma una speranza, un’ansia illogica e antica come le montagne.
Gesù dice alle donne di avvertire i discepoli che lo troveranno in Galilea: anche lui corre per precederli.
È un Dio migratore, che avanza e apre cammini.
Gesù di Nazareth - Maddalena
Il sepolcro vuoto e la vita che rinasce
Il sepolcro è vuoto. Vuoto di un corpo, ma ci sono i teli, il sudario, 30 kg di aloe e mirra che profumano tutto l’ambiente: è abitato dall’impronta delle mani amorose di uomini e donne, dall’eco della fede e della speranza (forse illogica) di discepoli e discepole che con grande delicatezza vi avevano deposto il corpo di Gesù.
Gesù è morto amando e l’amore continua a risuscitare in noi la vita.
Credere è l’opportunità di essere più vivi e più felici, di avere più vita: «Ecco io credo: e carezzo la vita, perché profuma di Te!» (Rumi).
Così termina il Vangelo, così inizia il nostro discepolato: con una beatitudine, con il profumo della gioia, col rischio della felicità, con una promessa di vita capace di attraversare tutto il dolore del mondo, e i deserti sanguinosi della storia.
Così termina il Vangelo, così inizia il nostro discepolato: col rischio di essere felici, portando come Tommaso le nostre debolezze, non più ostacoli ma opportunità per l’incontro.
Maria di Magdala e lo sguardo sulle lacrime
Da Maria, la Madre, inizia la storia della salvezza. Con un’altra Maria si compie l’annuncio: Gesù risorto appare per primo a una donna.
Perché? Questo incontro di Gesù con Maria di Magdala mi commuove sempre.
Perché una donna? Perché gli uomini avevano paura e il contrario della paura non è il coraggio ma l’amore.
Maria è uscita per prima mentre era ancora buio, come l’amata del Cantico dei cantici in cerca dell’amato.
Con quali occhi Gesù l’avrà guardata? Con quale delicatezza le avrà parlato? «Donna perché piangi?».
Dove va il primo sguardo di Gesù? Si posa sulle lacrime.
Il mondo è un immenso pianto e Gesù guarda le lacrime, le conta ad una ad una e le raccoglie.
Come dice il salmista: «Nell’otre tu raccogli le mie lacrime».
Le lacrime sono dichiarazioni d’amore, come quando Gesù piange per la morte di Lazzaro.
Sentiamoci guardati quando piangiamo; il primo sguardo di Gesù va sul nostro dolore, su questa goccia d’acqua che contiene il sale del mare e della vita, e sulla quale si posa la luce di Pasqua.
Quando la luce si posa su una goccia d’acqua nasce l’arcobaleno.
Forse, anche negli occhi di Maria di Magdala è sorto quella mattina un arcobaleno.
Lo Spirito Santo e il mandato del perdono
Il Risorto “alita” sui discepoli impauriti, ma ora gioiosi perché vedono, e li costituisce “apostoli”: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.
Lo Spirito Santo, il soffio di Gesù Risorto, “manda”, invia, i discepoli.
Per quale missione? Per dare a tutti gli uomini, senza alcuna distinzione, la possibilità di sperimentare la salvezza nella remissione dei peccati.
Rimettere i peccati, rimettere i debiti, perdonare: questo è il mandato missionario.
Dio perdona i peccati degli uomini perché anche essi si perdonino tra loro.
Inviati per cosa? Nel quarto vangelo questi discepoli resi apostoli sono inviati per dare agli uomini la possibilità di sperimentare la salvezza nella remissione dei peccati: rimettere i peccati, rimettere i debiti, perdonare, questo è il mandato missionario.
Nient’altro, nient’altro!
Perché questo è ciò di cui gli uomini hanno bisogno: il perdono, la remissione dei peccati, la cancellazione dei peccati da parte di Dio e da parte degli uomini loro fratelli.
La comunità, il dubbio e l’accoglienza
Tommaso è il grande assente quando Gesù “la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana” entra a porte chiuse nel luogo dove sono riuniti i discepoli ancora sconvolti dall’arresto del loro Maestro, dalla sua crocifissione e dalla sua morte, e “sta in mezzo a loro”.
Il Signore si fa riconoscere da Tommaso non quando è separato dalla comunità, ma quando finalmente, “otto giorni dopo” è di nuovo con i suoi fratelli.
D’altro canto l’incredulità di Tommaso si era dimostrata proprio nel non accogliere la testimonianza della comunità: quella di Maria di Magdala prima, e quella degli altri discepoli poi.
Tommaso non vuole credere, sulla parola dei suoi fratelli, alla presenza di Gesù risorto e vivente, ma otto giorni dopo, quando la comunità è nuovamente radunata nel primo giorno della settimana, egli è presente.
Non possiamo non sottolineare che la chiesa degli inizi, per chiusa che fosse, non aveva chiuso la porta in faccia all’uomo del dubbio… non l’aveva messo alla porte.
Il non credente, l’uomo del dubbio è in mezzo a loro.
Un’accoglienza che ha qualcosa da suggerire alla chiesa di oggi.
La misericordia come identità di Dio
Questa è anche la Domenica della Divina Misericordia, stabilita da San Giovanni Paolo II nel Giubileo dell’anno 2000.
La Domenica in albis, la Domenica di Tommaso coincide anche con la Domenica della Misericordia di Dio!
La Misericordia è la identità del nostro Dio!
Nel Vangelo di oggi, abbiamo letto: “Gesù, in presenza dei suoi discepoli fece molte altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”.
Chiediamo al Signore Risorto che, con la sua Misericordia, aumenti la nostra fede in Lui.