Don Giuseppe Dossetti, politico e sacerdote: fede, Costituzione e responsabilità civile

Giuseppe Dossetti (1913-1996) è stato giurista, dirigente della Democrazia Cristiana, deputato alla Costituente, sacerdote, fondatore di comunità monastiche e punto di riferimento morale nel dibattito pubblico italiano. La sua vicenda unisce politica, spiritualità e responsabilità civile in un percorso nel quale l’impegno istituzionale non fu mai separato dalla ricerca religiosa.

La sua figura aiuta a comprendere il rapporto tra fede e politica, tra istituzioni e coscienza, tra storia e responsabilità. Dossetti fu protagonista della Resistenza e della stagione costituente, ma scelse poi di lasciare la politica attiva, dedicandosi al sacerdozio, alla vita monastica e alla riflessione sulla Chiesa e sul mondo contemporaneo.

La formazione giuridica e gli anni della Resistenza

Nato a Genova il 13 febbraio 1913 e cresciuto a Reggio Emilia, Dossetti si formò come giurista all’Università di Bologna, dove divenne docente di diritto ecclesiastico. Laureato in giurisprudenza, dal 1947 insegnò diritto ecclesiastico all’università di Modena.

Dirigente cattolico antifascista, dopo l'8 settembre 1943 prese parte alla Guerra di liberazione combattendo, coi nomi di copertura di "Benigno" e di "Serra", nelle formazioni partigiane del Reggiano. Nel dicembre del 1944, Dossetti fu nominato presidente del CLN provinciale di Reggio Emilia, ruolo che svolse sino alla Liberazione.

Durante la Resistenza fu rappresentante democristiano e poi presidente del CLN di Reggio nell'Emilia. Concluso il conflitto e designato vice segretario nazionale della Democrazia Cristiana, fu deputato alla Costituente.

Il dirigente della Democrazia Cristiana

Nel 1945 divenne consigliere nazionale e vicesegretario della DC, ma si dimise l'anno dopo da quest'ultima carica per contrasti con A. De Gasperi. Nel 1945 divenne consigliere nazionale e vicesegretario della DC, ma si dimise l'anno dopo da quest’ultima carica per contrasti con A. De Gasperi.

Rappresentante democristiano durante la Resistenza, vicesegretario della DC (1945, 1950), deputato alla Costituente. Le sue ipotesi politiche, diverse da quelle dei vecchi popolari, miravano a una radicale riforma dello Stato, a una politica economica antiliberista e a una più incisiva azione del partito.

Dossetti fu tra i protagonisti della cosiddetta “sinistra democristiana”, corrente che cercava di coniugare ispirazione cristiana, giustizia sociale e forte impianto costituzionale. L'esponente democristiano fondò poi il quindicinale Cronache sociali, attorno al quale si formò il gruppo, detto dei "professorini", della sinistra democristiana (da Fanfani, a La Pira, a Balbo, a Malfatti).

Le sue ipotesi politiche trovarono espressione nella rivista Cronache sociali, da lui fondata nel 1947. La rivista divenne uno spazio di elaborazione per una nuova cultura politica cattolica, attenta alla riforma dello Stato, alla giustizia sociale e alla funzione delle istituzioni democratiche.

Il contributo alla Costituente

Nel 1946 fu eletto all’Assemblea Costituente nelle file della Democrazia Cristiana. Divenne così membro della "Commissione dei 75", incaricata di redigere il progetto della nostra Costituzione, e s'impegnò con grande determinazione per portare i rappresentanti del suo partito su posizioni socialmente avanzate.

Deputato alla Costituente, vi svolse un notevole ruolo, in particolare nel dibattito sui principî fondamentali e sui rapporti tra Stato e Chiesa. Il suo contributo alla redazione della Costituzione italiana fu decisivo, in particolare sui temi dei diritti fondamentali, del ruolo delle formazioni sociali e dell’equilibrio tra Stato e persona.

La sua visione attribuiva alla Carta non solo un valore giuridico, ma anche etico e pedagogico: la Costituzione come progetto di società. In questa prospettiva, la Carta costituzionale non era soltanto un insieme di norme, ma il risultato di una scelta civile fondata sulla dignità della persona, sulla partecipazione e sulla responsabilità collettiva.

AmbitoPosizione di Dossetti
StatoRiforma radicale dello Stato
EconomiaPolitica economica antiliberista
CostituzioneProgetto giuridico, etico e pedagogico
Rapporti tra Stato e ChiesaEquilibrio tra Stato e persona
SocietàGiustizia sociale e ruolo delle formazioni sociali

Il conflitto con De Gasperi e il ritiro dalla politica

Dopo uno scontro con Alcide De Gasperi (al Congresso del 1949 della DC a Venezia), per l'opposizione di Dossetti al Patto Atlantico, il dirigente democristiano, pur confermato vice segretario nazionale, decise di ritirarsi dalla vita politica, non prima di aver contribuito a grandi riforme della politica agraria e tributaria italiana.

Deputato alla Camera dal 1948, nuovamente vicesegretario della DC dal 1950, si dimise da entrambe le cariche rispettivamente nel 1952 e nel 1951. Il suo abbandono della politica attiva non fu però immediato né coincise con la fine della sua riflessione sul rapporto tra cristianesimo, istituzioni e società.

Nel 1956, concorse senza successo, in gara con Giuseppe Dozza, alla poltrona di sindaco di Bologna, ma in quel Consiglio comunale restò per due anni. Dopo aver partecipato per due anni ai lavori del Consiglio comunale dai banchi dell'opposizione, Giuseppe Dossetti (1913-1996) si è ritirato dalla vita pubblica.

Il 29 marzo 1958 ha presentato le proprie dimissioni al Consiglio comunale. Dimessosi da consigliere comunale a Bologna il 25 marzo 1958, dopo aver lasciato nel 1953 la carica di deputato, abbandonata dunque ogni funzione politica, Dossetti è ordinato sacerdote l’anno successivo, nel 1959.

La maturazione della critica al cattolicesimo politico

Già all’indomani delle elezioni del 2 giugno 1946 egli era convinto che la cattolicità italiana si trovasse in una condizione di “minoranza”. Dossetti era piuttosto critico nei confronti della Chiesa italiana che gli pareva ben poco consapevole della grande trasformazione in atto.

Quel che è stato definito recentemente come il tentativo di “occupazione egemonica” della DC Dossetti lo tenterà fino al 1951. Ed è qui, e nel suo lascito, che è sorto, a detta di Barchi, “il grande equivoco” del cosiddetto “dossettismo politico”, “vissuto sempre in difficile equilibrio fra radicalismo sinistrorso e tentazione integralistica” (p. 34) da parte di chi ha inteso richiamarsi al suo esempio e alle sue idee.

A trattenerlo dalla fuga dalla politica ancora per quasi tutti gli anni Cinquanta sarà l’avversione al disegno della Chiesa cattolica, avallato da Guido Gonella e Luigi Gedda, di fare della DC il difensore di quel che, presentato come “liberalismo cattolico” o “cattolicesimo liberale”, nient’altro era, a suo avviso, che clericalismo e una forma di neointegralismo.

Difficile chiarire i contenuti filosofici, teologici e soprattutto ecclesiologici del pensiero di Dossetti così come matura nel corso degli anni Cinquanta. Quel che si era approfondita era la consapevolezza che, come tale, la “democrazia cristiana” nel mondo secolarizzato post-bellico era impensabile, essendo il cattolicesimo diventato una “minoranza” in Italia, e tale ancor più sarebbe stata con l’ingresso nella Comunità Europea.

Il rapporto tra Chiesa, Stato e potere

Nel rapporto tra Chiesa e Stato l’invito è a non vedere più quest’ultimo come un nemico, “un antagonista - scrive sempre Barchi - alla ‘sovranità’ spirituale di Cristo Re sulla storia, e neppure inglobarlo in una visione pessimistica e catastrofistica, tipicamente agostiniana, della città dell’uomo come massa damnationis, ma non significa neppure vederlo ottimisticamente come luogo permeato di bene comune ‘infravalente’ [espressione maritainiana, ndr.]” (p. 39).

Se non si comprende che la città, anche laddove fosse davvero possibile cristianizzarla, non è ancora il regno di Dio, si rischia di sopravvalutare l’efficacia dell’azione temporale. E, con ciò, di fraintendere il messaggio evangelico.

Il potere sia una forza, un “terribile mistero”, che richiede “virtù straordinarie”, senza le quali esso finisce inevitabilmente per corrompere anche coloro che sono mossi dalle più pure e benevole intenzioni. Nulle sono ormai nella riflessione dossettiana le concessioni al personalismo, tanto nella versione di Maritain quanto in quella di Mounier, entrambe ritenute venate di quello stesso laicismo che si vorrebbe combattere.

Dossetti apprezzava da un lato il processo di “democratizzazione” in quanto “popolarizzazione” delle istituzioni politiche e della società, dall’altro, però, non faceva coincidere tale processo con una “cristianizzazione” della sfera politica. Il mondo rimane “altro” rispetto al messaggio evangelico, e tale alterità è ineliminabile.

Sbagliavano perciò le gerarchie cattoliche a pensare che, tramite il controllo del partito di governo, fosse possibile mantenere la società cristiana. Illusione fuori dalla realtà, nonché tradimento rispetto alla vera missione evangelica.

La riflessione del 1962 su Chiesa e Stato

Nell’aprile del 1962 Giuseppe Dossetti tenne una relazione dal titolo “Riflessione religiosa e teologica sul problema dei rapporti Chiesa e Stato”. Un documento rimasto inedito fino ad oggi, e riportato all’attenzione degli studiosi grazie a Alessandro Barchi.

Si tratta di un convegno tenuto a Villa Cagnola, in provincia di Varese, tra il 24 e il 26 aprile 1962. Era stato organizzato dall’Istituto Superiore di Studi Religiosi, struttura da poco costituita nell’ambito della diocesi di Milano, realtà ecclesiale che più di altre in Italia risentiva del fermento religioso e politico in atto.

Tema scelto dai promotori era appunto il rapporto tra Chiesa e Stato, e l’intento nemmeno troppo nascosto era quello di comprendere, da parte dell’allora arcivescovo ambrosiano, Giovanni Battista Montini, le possibili e necessarie mosse affinché la Chiesa potesse mantenere, nel mutare dei tempi e delle forme, una forma di assistenza al partito dei cattolici e, per esso, all’intero paese.

Dimessosi da consigliere comunale a Bologna il 25 marzo 1958, dopo aver lasciato nel 1953 la carica di deputato, abbandonata dunque ogni funzione politica, Dossetti è ordinato sacerdote l’anno successivo, nel 1959. Con ciò, non aveva smesso di riflettere sulla Chiesa nel mondo, dal momento che era stato perito conciliare di uno dei padri più influenti del Vaticano II, il cardinal Lercaro, e aveva quindi assolto alla funzione di provicario generale della diocesi bolognese nell’immediato periodo post-conciliare.

A dispetto di chi riteneva fosse ancora possibile fare dello Stato italiano postbellico almeno una parziale realizzazione del regno di Dio, il sacerdote reggiano apprezzava da un lato il processo di “democratizzazione” in quanto “popolarizzazione” delle istituzioni politiche e della società, dall’altro, però, non faceva coincidere tale processo con una “cristianizzazione” della sfera politica.

La possibilità o meno di una “politica cristiana”, ovvero del rapporto che il credente deve avere con la sfera politica. È questo il vero tema che stava a cuore al Dossetti del 1962.

La critica alla “conquista cristiana” della società

Per comprendere a pieno la nuova e diversa impostazione che Dossetti ha ormai maturato nel 1962, ossia nell’intervento al convegno di Villa Cagnola, c’è una conversazione, anch’essa opportunamente pubblicata in questo volume, tenuta nel settembre del 1957 ai giovani della GIAC (Gioventù Italiana di Azione Cattolica).

Qui Dossetti dichiarò che il “laicismo” effettivamente pericoloso per la Chiesa italiana è quell’atteggiamento, che chiamerà anche “semipelagianesimo”, in base al quale si assegna un peso (merito) eccessivo all’azione nel processo di sanazione cristiana del mondo.

Si trattava, in fondo, della presunzione, diffusa in ambito cattolico nell’immediato dopoguerra, che fosse possibile la (ri)conquista cristiana dello Stato e della società. Disorientati dalle tragedie belliche, società e Stato si sarebbero conformati ai dettami della Chiesa.

La missione del laicato cattolico non è quella della consecratio mundi, secondo la tesi a cui restava fedele l’amico Giuseppe Lazzati, anch’egli tra gli eletti alla Costituente e poi docente all’Università Cattolica di Milano. Eppure, sottolinea Paolo Pombeni nel saggio di commento storico-politico incluso in questo stesso volume, Dossetti non intese mai rinnegare niente del suo passato, consapevole sin da giovanissimo di come la stessa conoscenza delle Sacre Scritture non fosse esente da una possibilità, del tutto naturale, di evoluzione del pensiero.

Nel richiamare i “cattolici militanti” a sostituire l’impegno politico con la testimonianza di una vita interamente dedicata all’imitazione di Cristo, il sacerdote reggiano non abbracciava per questo posizioni integraliste. Il suo discorso non aveva pretesa alcuna di rivolgersi, tanto meno di imporsi, alle masse.

Dalla lettera di San Paolo ai romani si ricava, sì, il principio del rispetto per l’autorità costituita, ma si ribadisce che questa è soltanto la fonte di una regolamentazione “altra”, esterna rispetto agli autentici valori cristiani di un credente. Le regole del potere temporale hanno sempre una giustificazione contingente, e l’ubbidienza ad esse non si trasforma nell’adesione ad un valore di verità.

In un passaggio del suo intervento, Dossetti è ancor più radicale: “mi sembra che una civilizzazione cristiana non possa essere secolare” (p. 95). Se per Benedetto Croce, sulla scia di Hegel, l’elemento di novità introdotto dal cristianesimo era stato l’affermazione dell’autonomia della persona, per il sacerdote bolognese la novità del cristianesimo “in modo assoluto” è la rivelazione secondo cui “Cristo è il Signore. […] è il Creatore ed è l’unico Salvatore del mondo” (p. 111).

Non vi sono mezzi termini, come insegna il capitolo ottavo del vangelo di Giovanni (8, 24): “Se non si crede che egli è ‘Colui che è’ […]non c’è altro” (ibid.), commenta Dossetti.

E conclude eloquentemente il suo intervento nei seguenti termini: “la festa, oggi, in Italia, si santifica meno di quel che si santificasse sotto il regime precedente. E abbiamo degli uomini di professione cattolica, al comando del nostro paese! […] La domenica è fata per pregare. Non è fatta per discutere, principalmente nelle piazze. Notate bene che io non dico mai queste cose come esclusive: non sono degli “aut aut” che pongo; cerco solo di invertire dei rapporti” (p. 164).

L’obiettivo è dichiarato: “ristabilire tra di noi, prima di tutti, il senso del sacro” (ibid.).

La scelta sacerdotale e la Piccola Famiglia dell’Annunziata

Già alla fine del 1955 ha fondato, assieme ad alcuni ricercatori del Centro di documentazione di teologia, una sua comunità monastica e ha manifestato il desiderio di dedicarsi al sacerdozio. Nel 1957 (già terziario francescano) abbandonò pure la cattedra di Diritto ecclesiastico all’Università di Modena e, due anni dopo, fu ordinato sacerdote nella chiesa bolognese di San Pietro.

Nel 1959 fu ordinato sacerdote e fondò la Piccola Famiglia dell’Annunziata, comunità monastica con una forte vocazione biblica e conciliare. La sua scelta non rappresentò un ritiro dal mondo, ma un diverso modo di abitarlo.

Il 6 gennaio 1959 viene ordinato dal card. Lercaro e in seguito nominato suo perito personale al Concilio Vaticano II. La Piccola famiglia dell’Annunziata, di cui Dossetti sarà superiore, troverà sede fino al 1961 presso il Santuario di San Luca e da quell’anno nell’abbazia di Monteveglio.

Collaborò successivamente con G. Lercaro, arcivescovo di Bologna, e fondò in quella città il Centro di documentazione per le scienze religiose. All’indomani delle dimissioni da deputato, inoltre, aveva dato vita al Centro di Documentazione per le Scienze Religiose a Bologna.

Durante il Concilio Vaticano II collaborò come esperto teologico, contribuendo alla riflessione su Chiesa, liturgia e rapporto con il mondo contemporaneo. Anche nella dimensione ecclesiale, Dossetti mantenne uno sguardo profondamente storico e istituzionale, consapevole del ruolo pubblico delle strutture religiose.

Nel 1972 Dossetti si trasferirà con parte della comunità in Terra Santa, da cui tornerà dieci anni dopo per costruire un nuovo convento a Monte Sole, nel luogo del più efferato massacro nazifascista. Negli anni successivi al Concilio Vaticano II, durante il quale ancora una volta collaborò strettamente con il cardinale Lercaro, D. si occupò soprattutto della Piccola famiglia dell’Annunziata, comunità religiosa che aveva fondato negli anni Cinquanta e della quale lasciò la guida nel 1991.

Il ritorno nel dibattito pubblico negli anni Novanta

Negli anni Novanta, in un contesto di profonda trasformazione politica, Dossetti tornò nel dibattito pubblico per difendere l’impianto della Costituzione repubblicana. I suoi interventi contro le riforme che, a suo giudizio, rischiavano di alterarne l’equilibrio originario, ebbero un forte impatto simbolico.

Dossetti tornò a farsi sentire in politica nel 1994, contro i propositi di stravolgimento della Costituzione, promovendo circoli a difesa della nostra Carta. Tra il 1994 e il 1995 si dedicò a un’attività di oratore in difesa dei principi della carta costituzionale, dando tra l’altro vita ai Comitati per la costituzione.

In questa fase emerge chiaramente il legame tra Dossetti e quella che oggi definiremmo public history: la sua figura viene richiamata come autorità morale, la sua interpretazione della Costituzione entra nel confronto mediatico e politico, la sua memoria diventa terreno di elaborazione identitaria.

Dossetti non è solo oggetto di studio storiografico, ma parte attiva nella costruzione della memoria pubblica della Repubblica. Il suo intervento nella discussione costituzionale degli anni Novanta fu quindi collegato alla sua esperienza di giurista, costituente, uomo politico e sacerdote.

La morte e la memoria

Nato a Genova il 13 febbraio 1913, deceduto a Oliveto di Monteveglio (Bologna) il 15 dicembre 1996, laureato in Legge, docente di Diritto ecclesiastico, parlamentare e dirigente della DC, sacerdote dal 1959.

Quando morì, volle essere sepolto a Casaglia di Monte Sole (dove sorge una delle comunità da lui fondate), coi martiri dell’eccidio nazifascista di Marzabotto. La scelta del luogo di sepoltura richiama il legame tra la sua esperienza della Resistenza, la memoria delle vittime e la comunità monastica di Monte Sole.

Di Dossetti è rimasta un’amplissima produzione saggistica, giuridica, politica e religiosa. La sua eredità comprende la riflessione sulla Costituzione, gli scritti politici, gli interventi ecclesiologici e il lavoro legato alla Piccola Famiglia dell’Annunziata.

Un’eredità ancora aperta

La figura di Dossetti continua a suscitare interesse tra storici, giuristi, teologi e studiosi di scienze politiche. Il suo percorso invita a riflettere sul rapporto tra fede e politica, tra istituzioni e coscienza, tra storia e responsabilità.

Più che un modello da imitare, Dossetti rappresenta una domanda aperta: quale ruolo possono avere oggi le convinzioni etiche e religiose nello spazio pubblico? E come si custodisce, nel tempo, lo spirito originario di una Costituzione?

Studiare Dossetti significa confrontarsi con una delle tensioni fondamentali del Novecento italiano: quella tra trasformazione sociale e radicamento nei principi. Una tensione che, ancora oggi, interpella il nostro presente.

Nel richiamare il rapporto tra autorità civile, fede e responsabilità ecclesiale, la sua riflessione rimane legata anche a questioni concrete della Chiesa contemporanea: “Guerra: al di là del giudizio morale sui conflitti, la Chiesa è chiamata a ripensare il suo approccio con l’autorità civile. Divorziati risposati: si tratta di passare da un’impostazione giuridica della questione a un’interpretazione più di carattere spirituale, profetica. Ministeri: è una questione di prassi, più che di teoria, di attuazione delle intuizioni del Vaticano II.”

Opere e studi su Giuseppe Dossetti

Opere di Giuseppe Dossetti

  • G. Dossetti, La parola e il silenzio, Il Mulino.
  • G. Dossetti, I valori della Costituzione, a cura di G. Alberigo, Il Mulino.
  • G. Dossetti, Lettere e scritti politici (1945-1951), a cura di G. Alberigo, Il Mulino.
  • La ricerca costituente (1994).
  • Scritti politici (1995).
  • "Grandezza e miseria" nel diritto della chiesa (1996).
  • Il Vaticano II (1996).
  • La parola e il silenzio (postumo, 1997).

Studi e biografie

  • G. Alberigo, Dossetti al Concilio Vaticano II, Il Mulino.
  • G. Campanini, Giuseppe Dossetti, Morcelliana.
  • P. Pombeni, Giuseppe Dossetti. L’avventura politica di un riformatore cristiano, Il Mulino.
  • A. Melloni, Dossetti e la Chiesa del Novecento, Il Mulino.
  • F. Malgeri, La sinistra democristiana e Giuseppe Dossetti, Studium.

Approfondimenti sul contesto storico

  • P. Scoppola, La Repubblica dei partiti, Il Mulino.
  • G. Formigoni, Storia della Democrazia Cristiana, Il Mulino.
  • S. Trinchese, Cattolici e politica nel Novecento italiano, Laterza.
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