Le omelie di don Alberto Brignoli propongono una lettura concreta e provocatoria del Vangelo, capace di collegare le parabole di Gesù alla vita quotidiana, alle relazioni personali e all’esperienza della comunità cristiana. Il loro filo conduttore è una fede vissuta non come possesso individuale, ma come cammino fondato sulla misericordia, sull’amore e sulla ricerca della verità.
Nei commenti emergono alcuni temi ricorrenti: la bontà di Dio che supera i nostri criteri di giustizia, il perdono come responsabilità ricevuta e offerta, la pazienza davanti al male, la centralità dell’amore e il significato della Chiesa come famiglia, popolo in cammino e presenza discreta nel mondo.
La Chiesa: che cosa non è e che cosa dovrebbe essere
Dopo il ricordo dei nostri cari defunti, la celebrazione delle Domeniche del Tempo Ordinario conosce un'altra battuta d'arresto: ogni anno, infatti, il 9 novembre si ricorda ciò che avvenne in quella stessa data nel 314 d.C., quando a Roma il papa Melchiade consacrò la più antica delle Chiese dell'Occidente e la prima Cattedrale della storia, ovvero la Basilica di San Giovanni in Laterano. Essa fu costruita nelle proprietà donate dall'imperatore Costantino di fianco al Palazzo Lateranense, fino allora residenza imperiale e poi residenza pontificia sino a che i Papi si spostarono al Quirinale prima e in Vaticano poi.
Originariamente fu una festa solo della città di Roma. A partire dal XII secolo, la celebrazione fu estesa a tutte le chiese di rito romano per onorare la basilica chiamata "Chiesa-Madre di tutte le chiese" come segno di amore e di unione verso la cattedra di Pietro. Il Papa, infatti, è Papa perché è Vescovo di Roma, e la sua cattedrale non è San Pietro, ma appunto San Giovanni in Laterano.

Il motivo per cui questa festa è stata estesa a livello di Chiesa universale è molto più profondo della pura ricorrenza storica: esso, infatti, esprime un senso di "appartenenza", di "unità", all'interno della Chiesa, intorno - oltre che all'Eucaristia e alla Parola di Dio - alla figura del Papa. E quindi, questa festa diventa anche il motivo, l'occasione per parlare un po' della Chiesa, di questa realtà così particolare, tanto amata dai cristiani e tanto odiata dai suoi avversari; una realtà che, come dicevano Lutero e i suoi compagni nel XV secolo, e come lo stesso Concilio Vaticano II ha ribadito secoli dopo, "semper reformanda est", "deve sempre rinnovarsi".
Ciò che la Chiesa non è
Proviamo a parlarne iniziando a dire cosa "non è", o perlomeno cosa "non deve essere" la Chiesa. La Chiesa, innanzitutto, non è uno Stato, e anche se c'è uno Stato che la rappresenta, non coincide con esso. La Chiesa è uno Stato forse solo per i politici, che con lei giocano esclusivamente su quel piano, e le fanno correre il rischio di perdere il suo carisma, oltre che del tempo prezioso.
La Chiesa non è neppure l'insieme delle gerarchie ecclesiastiche: per cui, chi pensa che attaccando le gerarchie può mettere in pericolo la Chiesa o l'essenza stessa del cristianesimo, fa un buco nell'acqua. E un buco nell'acqua lo fa pure chi fa coincidere la Chiesa con il clero, ovvero chi pecca di clericalismo.
Purtroppo, nella Chiesa molti ne so affetti: tanto quei preti che, sottovalutando i laici, pensano di poter far coincidere autorevolezza con autorità, quanto quei laici che, per poter esercitare un potere che altrove non hanno, si atteggiano a preti più dei preti stessi. La Chiesa non è un insieme di strutture: certo, servono anche quelle, ma non possono coincidere con l'abitare di Dio tra le case degli uomini.
Così come non è possibile far coincidere la Chiesa con il Regno di Dio: ne è il segno, l'annuncio, la profezia, ma il Regno di Dio è molto, molto di più della Chiesa. E nessun cristiano può vantare la pretesa di credere che per entrare nel Regno di Dio occorra per forza far parte della Chiesa.
La Chiesa, infine, non sta neppure solamente nell'insieme dei suoi riti e delle sue liturgie: lo sarà, forse, per i teatranti di sagrestia e per gli amanti di pizzi e merletti, che si fermano al rito e non vedono nel rito quel "di più" che lo rende "mistero di salvezza".
La Chiesa come assemblea, famiglia e popolo
E allora, se tutto ciò non è la Chiesa, che cos'è la Chiesa? Come professo la Chiesa ogni domenica, terminata l'omelia? Come credo la Chiesa? Credo la Chiesa per ciò che il suo nome dice, ovvero un'assemblea, un incontro, un popolo che si raduna nel nome di un Maestro, fa memoria di Lui e annuncia la vita del mondo che verrà, ma che si costruisce qui ed ora, sulla terra.
Credo la Chiesa una famiglia, nella quale per sua stessa natura emerge il suo essere profondamente "donna": donna perché madre che genera ogni cristiano nella fede; donna perché figlia, anche lei, del suo tempo, in ogni epoca; donna perché sorella che sente fratello ogni uomo; donna perché sposa, amata e amante di Colui che l'ha voluta da sempre e per sempre con sé.
Credo la Chiesa luce del mondo; non luce della ribalta che acceca e impedisce di vedere la platea, ma lucerna accesa, collocata là dove non dà fastidio a nessuno ma permette di orientarsi a chi brancola nel buio. Credo la Chiesa sale della terra e lievito nella massa, insignificante agli occhi del mondo, ma necessaria a dare sapore e spessore alle cose, nella logica del nascondimento e del servizio.
Una, Santa, Cattolica e Apostolica
E credo la Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica. Una, perché indivisa, nonostante i rammendi della storia, perché ricca nella sua diversità, perché molteplice nelle sue espressioni e nei suoi ministeri eppure unica nella sua essenza di discepola del Maestro, perché immagine della Trinità.
Santa, non per la bontà dei suoi membri, né per i meriti di chi vi fa parte, ma perché stimolata continuamente a esserlo dall'esempio di Colui che, unico, può dirsi santo e farci santi.
Cattolica, perché universale, inclusiva, aperta a ogni uomo e a ogni donna, cittadina del mondo, immagine concreta e onesta della globalizzazione, in costante dialogo con la modernità ma sempre ferma nella propria identità, senza la quale nessuno potrebbe più dialogare con lei.
Apostolica nel vero significato del termine, ovvero continuamente inviata senza mai essere arrivata; in cammino, sempre in viaggio, sempre alla ricerca - e mai depositaria assoluta - della Verità, sempre in movimento dietro al Maestro: in una sola parola, sempre missionaria.
Che bello, poter dire - e non solo a parole - che crediamo una Chiesa così! Ma questo dipende solo da noi, e dal nostro sforzo di non voler vivere la fede da soli, ma come parte di una grande famiglia.
Termino con una citazione di Henry De Lubac, grande teologo gesuita del secolo scorso, che negli anni '50 fu sospettato di modernismo e sospeso dall'insegnamento, mentre tutti i suoi libri pubblicati furono censurati da quella stessa gerarchia ecclesiastica che, riconosciuto il proprio errore, un decennio dopo lo nominò "esperto" al Concilio Vaticano II.
Nel suo libro "Meditazione sulla Chiesa", scritto nel 1953, proprio mentre si trovava sospeso dall'insegnamento, così scriveva: "Il vero credente non è solo, nella sua fede. La sua dipendenza dagli altri può anche essere per lui una prova; ma, molto di più, è una forza, questa solidarietà vissuta all'interno della Chiesa, Madre, benedetta anche per le illusioni che smaschera in noi, affinché la nostra fede sia più pura".
La bontà di Dio oltre i nostri criteri di giustizia
Io sono convinto che a Dio - e al Dio di Gesù Cristo in modo particolare - possiamo davvero chiedere di tutto. Ogni tipo di aiuto che dovessimo ricevere da lui, quando lo invochiamo, non potrebbe che andare a buon fine. Non chiediamogli, però, di fare il sindacalista o di difenderci in una vertenza salariale, perché non solo non ne sarebbe capace, ma rischieremmo di trovarci di fronte a uno che difende gli interessi dei padroni, e non certo dei lavoratori!
Già, perché uno che paga chi lavora e sgobba una giornata intera con lo stesso salario di un fannullone che lavora un’ora soltanto, non solo è ingiusto e disonesto, ma è fuori da qualsiasi logica! Ha un modo di ragionare a dir poco insensato.
Del resto, “i miei pensieri non sono i vostri pensieri”, ci dice lui stesso per bocca del profeta Isaia. E menomale! Perché veramente facciamo fatica a entrare nella mentalità di un Dio che non ragiona secondo criteri di giustizia!
Forse, il tema del Vangelo di oggi non è la giustizia sociale né tantomeno come guadagnarci da vivere lavorando onestamente e difendendo i nostri diritti. Il senso di questa strana parabola del Vangelo di Matteo sta tutto nelle ultime due domande del padrone: “Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Gli operai della prima e dell’ultima ora
Quello che spinge Gesù a narrare questa parabola è il fatto che tra i suoi seguaci (quelli di allora come quelli di oggi, perché la parabola è narrata ai discepoli di ogni epoca) ci sia gente che non accetti il fatto che Dio sia buono, e che tratti tutti i suoi figli allo stesso modo.
Noi figli di Dio non siamo tutti uguali, e ci mancherebbe anche quello! Ognuno ha la propria mentalità, il proprio temperamento e anche il proprio stile di vita, più o meno dedito al proprio dovere. Eppure, Dio fa a tutti noi la stessa identica proposta: “Andate a lavorare nella mia vigna”.
Ma proprio perché sa che non tutti siamo uguali, non con tutti stabilisce i medesimi accordi: con quelli della prima ora firma una sorta di contratto, con uno stipendio ben determinato; con quelli che lavorano solo mezza giornata parla di “dare loro ciò che è giusto”; e con quelli dell’ultima ora non parla di alcuna retribuzione.
Ma alla fine, tutti vengono pagati con la stessa moneta: un denaro, quello che era stato promesso in maniera esplicita solo ai primi. Come mai? E soprattutto, chi sono questi “primi operai” e questi altri “ultimi”, le cui posizioni vengono ribaltate, non solo dalla narrazione della parabola, ma anche dalla sentenza finale del Vangelo?
È probabile che Matteo riporti questa parabola di Gesù pensando alla sua primitiva comunità cristiana, dove i credenti “della prima ora”, quelli arrivati alla fede provenendo dal giudaismo spesso si sentivano migliori rispetto ai credenti “dell’ultima ora”, ovvero quelli provenienti dal mondo pagano, e in virtù di questa “precedenza” avanzavano pretese nei confronti della comunità e di Dio stesso.
Loro erano quelli “dell’alba”, quelli che avevano incontrato Dio da sempre, dagli inizi della loro esistenza, e per questo pretendevano di essere trattati con maggior riguardo rispetto ad altri che avevano abbracciato la fede “all’ultima ora”, ovvero a fatica, dopo un percorso lungo e non privo di difficoltà e di incoerenze.
Essi non potevano tollerare di essere considerati simili a certa “gentaglia”: da qui, la loro rabbia confronti di Dio, invidiosi del fatto che egli si dimostra sempre troppo buono, misericordioso e accogliente verso tutti.
La tentazione di sentirsi migliori
E se Matteo dovesse riscrivere questo vangelo oggi, a chi farebbe riferimento? Forse a tutti coloro che, nella Chiesa, fanno del bene e vivono da veri cristiani ma proprio per questo si sentono migliori di coloro che, invece, vivono la vita di fede con una certa difficoltà;
o forse, scriverebbe queste parole per coloro che con Dio instaurano un rapporto di “dare e avere”, che pretendono un Dio giustizialista che lasci da parte ogni atteggiamento di misericordia e tratti ciascuno secondo le sue opere, senza alcuna indulgenza né perdono;
o ancora, a coloro che, in una comunità, si sentono superiori agli altri perché è da tanti anni che si impegnano in qualche attività e tolgono spazio ai nuovi arrivati, considerandoli incapaci, per di più con la pretesa che chi amministra la comunità dia loro ragione.
In buona sostanza, a loro un Dio che tratta tutti alla stessa maniera proprio non va giù, perché un Dio così, che non retribuisce ognuno in base alle proprie opere, non è giusto.
Ma il problema non è un Dio ingiusto: il problema è che la sua giustizia si basa sulla sua bontà, e a noi, questo, purtroppo, spesso dà fastidio. Vorremmo tanto che Dio avesse un occhio di riguardo per quelli bravi, che sono con lui da sempre e affrontano la fatica della testimonianza cristiana sin dalla prima ora.
E invece Dio tratta tutti alla stessa maniera: e se proprio deve avere un occhio di riguardo per qualcuno e deve avere delle preferenze lo fa con gli ultimi, perché hanno certamente più bisogno di lui, molto più di coloro che, invece, sono convinti di bastare a se stessi, purché Dio li ripaghi in maniera giusta e adeguata.
Eh, già, è proprio vero quello che ci ha detto oggi Isaia: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri”. Dio non pensa come gli uomini. Noi pensiamo che Dio debba essere giusto, mentre egli è semplicemente buono. Sicuramente, più buono di noi.
Il perdono come responsabilità ricevuta e offerta
Come lui solo sa fare, Pietro ci riporta a una dimensione di profondo e sano realismo dopo il Vangelo di domenica scorsa, nel quale Gesù aveva esortato i suoi discepoli a tentare, in ogni modo, di riconciliarsi con i fratelli con i quali si ha qualche attrito o incomprensione.
Pietro capisce l’importanza della riconciliazione e del perdono, ma è anche ben consapevole della fatica che questo comporta, per cui non è così “automatico” che si debba cercare all’infinito la strada del perdono.
Tant’è vero che la sua domanda a Gesù suona quasi come una proposta: e non è certo una proposta da poco! “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”.
Pietro non sta giocando al ribasso: pare che all’interno delle scuole rabbiniche del tempo di Gesù ci fosse la regola che tra membri della stessa scuola ci si dovesse perdonare fino a tre volte. Pietro addirittura “raddoppia” questa indicazione e ci mette su anche una volta in più per arrivare al numero perfetto, ovvero fino al compimento totale della pazienza.
“Sette volte”: siamo sinceri, chi di noi riuscirebbe a perdonare una persona che per sette volte commette qualcosa contro di noi? Anche a volergli il bene più grande di questo mondo, forse applicheremmo le parole del detto: “La prima si perdona, la seconda si condona, la terza si bastona!”.
Di più no, però: piuttosto, non facciamo scattare la vendetta ma scegliamo di non avere più nulla a che fare con quella persona! Del resto, come dare torto a una persona che dopo aver sopportato una vita di angherie e di maltrattamenti non riesce più a perdonare chi gli ha fatto del male?
Uscire dalla mentalità del calcolo
E Gesù risponde a Pietro a modo suo, invitandolo a uscire da una mentalità di calcolo, quando si parla di perdono: non è questione di “quante volte” si debba perdonare, ma di “quanto grande” debba essere la nostra mente quando si apre al perdono.
E lo fa attraverso quella famosa parabola che, a mio avviso, è la più bella spiegazione all’invocazione del Padre Nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”.
Mettiamo in chiaro una cosa: il Dio di Gesù Cristo non è, come spesso ci fanno credere, uno che perdona tutto a tutti dimenticandosi delle nostre colpe.
Dio è come questo re della parabola che, nel momento in cui vuole mettere a posto il bilancio e si accorge che una delle voci di passivo più significative è il recupero crediti, non fa altro che agire d’ufficio, e chiama a sé tutti coloro a cui ha prestato qualcosa.
E tra quelli che gli devono “qualcosa” gliene presentano uno che “gli doveva diecimila talenti”. Se teniamo presente che un talento equivaleva a circa 30 chilogrammi di oro (qualcosa come undici milioni di euro attuali), moltiplicandolo per diecimila staremmo parlando di qualcosa di inimmaginabile.
| Elemento della parabola | Valore o significato |
|---|---|
| Debito del servo | Diecimila talenti |
| Valore indicativo di un talento | Circa 30 chilogrammi di oro |
| Debito del compagno | Cento denari |
| Significato centrale | La sproporzione tra il perdono ricevuto e quello negato |
A questo punto, o lo fa sbattere in carcere (ma non avrebbe ottenuto nulla) oppure lo vende come schiavo con tutta la famiglia, per cercare almeno di ricuperare qualcosa.
Ma quel ruffiano si prostra a terra e lo supplica di avere pazienza ancora un po’ perché gli avrebbe restituito tutto… come no? Sarebbe da stupidi credergli.
Infatti, il re non gli crede: non accetta la sua richiesta, fa molto di più (molto peggio, diremmo noi): gli condona tutto il debito, e lo fa come farebbe una mamma con un figlio, lasciandosi “commuovere le viscere” (questo è il verbo usato da Matteo) nella speranza, forse, che questo figlio capisca qualcosa, che non accumuli più così tanti debiti, o quantomeno che apprenda ad avere buoni sentimenti.
Il perdono ricevuto diventa perdono offerto
Una speranza vana, perché passano solo pochi minuti e il servo ruffiano dimostra di avere la memoria corta e di essere privo anche solo di umana comprensione.
Cosa gli sarebbe costato avere pazienza con quel suo compagno che gli doveva una cifra irrisoria, cento denari, tre mensilità lavorative, mai paragonabili alla quantità che a lui era stata condonata poco prima?
A questo punto, anche il re perde la pazienza e lo mette nelle mani degli aguzzini, perché non può tollerare l’incapacità di questo servo ad avere nei confronti degli altri gli stessi sentimenti che ha preteso che fossero usati con lui.
Come quando chiediamo a Dio che la faccia pagare ai peccatori, ai cattivi, ai malvagi, e contemporaneamente gli chiediamo di essere misericordioso con noi; come quando lo preghiamo perché abbia pietà di noi, perché ci faccia una grazia, e contemporaneamente chiediamo che non abbia alcuno sconto di pena nei confronti di chi ci fa qualcosa di male.
È come chiedere a Dio di essere paterno e di perdonare, ma non sempre e non con tutti.
Gesù fa di proposito un paragone esagerato per farci comprendere la spaventosa sproporzione esistente tra il perdono infinito e paziente di Dio nei nostri confronti e lo sforzo chiesto a noi nei confronti dei nostri simili che, per quanto grande e paziente possa essere, non sarà mai paragonabile a quello che Dio fa con noi.
Dio non ci chiede di avere una pazienza infinita, ma ci esorta ad avere in testa e soprattutto nel cuore un infinito desiderio di fare agli altri tutto quel bene che vorremmo fosse fatto a noi, di usare verso gli altri tutta la misericordia che vorremmo fosse usata a noi, di essere comprensivi e tolleranti verso gli altri allo stesso modo in cui noi vogliamo ed esigiamo comprensione e tolleranza.
Il suo perdono, gratuito e incondizionato, non significa senza conseguenze: per cui, così come chiediamo al Signore che sia misericordioso con noi, contemporaneamente dobbiamo essere disposti a esserlo con gli altri. Conseguenza del perdono ricevuto deve essere il perdono offerto.
Stavolta termino con un aneddoto preso dalla storia del calcio italiano, che mi permette di fare riferimento all’invocazione del Padre Nostro che abbiamo citato prima. Un giorno, al grande Nereo Rocco, storico allenatore del Milan, poco prima di un incontro di calcio tra la sua squadra e un’avversaria che egli riteneva decisamente più forte, un giornalista rivolse questa semplice affermazione che suonava da auspicio: “Paròn, che vinca il migliore!”.
La sua risposta, in perfetto triestino, fu ironica e realista al tempo stesso: “Speremo de no!”. E allora… speremo de no… speriamo che Dio non ci prenda troppo sul serio, quando recitiamo il Padre Nostro, e che non rimetta davvero a noi i nostri debiti così come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Staremmo fritti…
Amare senza giudicare
Ascoltando il brano di Vangelo di oggi, la mia prima reazione è questa: “Con che diritto?”. Come ti permetti di andare a correggere il comportamento di una persona che tu reputi sbagliato, e che magari oggettivamente lo è, ma di fronte al quale senti di non avere alcuna autorità per dirgli “Tu sbagli”?
Sin dal nostro ingresso in Seminario, ci hanno esortati a quel pio e pressoché impossibile esercizio della “correzione fraterna”, attraverso il quale eravamo invitati a dialogare con qualche compagno o confratello dicendogli quello che secondo noi non andava nel suo comportamento, accettando che lui facesse lo stesso con noi.
Diciamocelo francamente: anche con tutta la buona volontà di questo mondo, chi mai di noi ci è riuscito? Più che il brano di Vangelo che oggi ascoltiamo, a me piaceva la saggezza di un altro testo del Vangelo di Matteo, quello della pagliuzza e della trave, che ci esorta a fare ammenda dei nostri errori ancor prima di permetterci di giudicare i comportamenti errati degli altri.
La correzione fraterna e il cammino comunitario
Ammettiamo anche di spostarci dal piano puramente interpersonale (quella tra noi e un’altra persona) a quello comunitario, come il testo di oggi ci invita a fare: in nome di chi e di che cosa ci permettiamo di dire a una persona “Tu sei fuori dalla comunità”, senza aver prima fatto con lei un percorso di ascolto e di accompagnamento che cerca di capire anche i drammi che spesso si celano dietro a un comportamento sbagliato?
In nome di chi e di che cosa abbiamo la presunzione di creare categorie di persone distinguendo tra buoni e cattivi sulla base del giudizio nei confronti dei loro comportamenti? In nome di chi e di che cosa “scomunichiamo” una persona senza averle dato la possibilità anche solo di dare delle spiegazioni al proprio agire?
Non so a voi, ma a me il discorso di Gesù nel Vangelo di oggi qualche difficoltà la crea: si tenta di risolvere una situazione di difficoltà causata da un comportamento sbagliato da parte di un membro della comunità inizialmente con il dialogo personale, poi attraverso un confronto con altre persone, poi parlandone in forma comunitaria e alla fine, di fronte a un’eventuale fallita riconciliazione, si giunge all’esclusione del soggetto dalla comunità.
Beh, non è proprio ciò che si suol definire una “rappacificazione”…
Il tesoro più prezioso è l’amore
Sono tante le cose che impariamo nella vita; soprattutto, sono molte quelle che apprendiamo con l’esperienza. Non tutte sono edificanti, ovviamente: anzi, alcune sarebbe il caso che non le imparassimo per nulla, perché davvero ne possiamo fare volentieri a meno.
Eppure, tutto ciò che la vita ci assegna, con un gioco di parole possiamo dire che “ci segna”, sempre, e molto spesso anche “ci insegna”. Tutto questo entra in quel grande contenitore che è la nostra mente, in quel grande recipiente che è il nostro cuore: fa parte di quei ricordi ai quali, all’occorrenza, facciamo ricorso per riuscire a districarci tra i meandri dell’esistenza.
Quando ne sentiamo la necessità, andiamo a rivangare nella nostra memoria e dal suo tesoro attingiamo esperienze, fatti, parole, sensazioni che ci aiutano - perché le abbiamo già vissute in precedenza - ad affrontare le situazioni che di volta in volta ci si presentano davanti.
Proprio come fa “un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”. Il suo tesoro è rappresentato da tutto l’insieme delle esperienze della sua vita, belle o brutte, edificanti o meno, vecchie ammuffite o piene di novità: di cosa siano fatte o di che cosa si tratti, poco importa.
Perché - ce lo dice Paolo nella seconda lettura - “tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio”. Belle o brutte, le esperienze della vita ci porteranno sempre verso il bene, se amiamo Dio.
Edificanti o meno, le cose che abbiamo imparato saranno per noi motivo di bene, se amiamo Dio. Vecchie o nuove, le cose che progettiamo di fare riusciranno bene, se amiamo Dio.
Il tesoro nascosto e la perla preziosa
Questo è il tesoro di chi è stato conosciuto, predestinato, chiamato, giustificato, glorificato da Dio: l’amore. Il tuo tesoro può essere colmo delle più grandi ricchezze: ma se non hai amore nel cuore - dice ancora Paolo in un altro, famosissimo brano - non vale assolutamente nulla.
E così, puoi aver trascorso tutta la tua vita a ricercare la felicità nelle situazioni più disparate, nelle esperienze più diversificate, nelle emozioni più esaltanti, e saranno comunque tutti tesori di grande valore per la tua esistenza: ma il tuo cuore sentirà di non aver ancora trovato il tesoro giusto.
Poi un giorno, continuando a scavare, qua e là, alla ricerca di qualcosa di più, t’imbatti in un tesoro di inestimabile valore. E ti sembrerà che tutto ciò che hai fatto fino allora non conti nulla.
E allora, che cosa fai? Non rinuncerai forse a tutto ciò che hai accumulato, pur di comprare ciò che ti permetterà di trovare la piena realizzazione della tua felicità? Chi di noi sarebbe così sprovveduto da lasciarsi sfuggire l’occasione della vita?
Chi di noi, se fosse collezionista di perle per passione, non sarebbe disposto a gettare via la sua collezione, qualora trovasse una perla unica al mondo, talmente rara e preziosa, da valere tutto quanto aveva fino allora accumulato?
Chiedetelo, per esempio, a un malato cronico, che trova all’estero un costosissimo farmaco capace di risolvere o quantomeno rallentare l’incedere della sua malattia: non rinuncerebbe forse ai risparmi di una vita di lavoro e di sacrifici, pur di acquistare ciò che tornerebbe a dargli speranza?
Ci sono cose, nella vita, alle quali sarebbe una follia dire di no solo per la paura di rischiare: la salute, un lavoro, una casa, la vita stessa. Tutte cose di inestimabile valore: eppure, nemmeno esse rappresentano il bene più grande.
Esiste infatti - e il Vangelo di oggi ce lo ricorda - una perla di grande valore per acquistare la quale vale davvero la pena vendere tutto ciò che si ha. C’è un tesoro inestimabile per impossessarsi del quale è assurdo non pensare di vendere tutto per acquistare il campo nel quale si trova nascosto.
Gesù Cristo, tesoro e perla dell’esistenza
Questo tesoro, inestimabile e ricercato sin dai tempi antichi, come ci racconta la vicenda di Salomone, il re saggio dell’Antico Testamento, finalmente ha un nome: Gesù Cristo.
Questa perla ha una forma e un taglio tutto particolare. Ha lo stesso valore di tutte le cose nuove e antiche presenti nel tesoro di chi da sempre è alla ricerca di Dio, ma ha un nome nuovo, e si chiama “amore”.
Solo chi ama può capire. Solo chi cerca la felicità per tutta una vita, e finalmente la trova nell’amore di Cristo stampato sul volto dei fratelli accetta di rischiare.
Solo chi capisce che è l’amore a muovere il mondo, è capace di sprecare tutto il proprio tempo alla ricerca dell’umanità perduta, di seminare su qualsiasi tipo di terreno, di mietere grano laddove è cresciuta zizzania, di gettare la rete in mezzo a un banco di pesci cattivi, sperando di pescarne anche di buoni.
L’amore di Dio rivelato in Gesù è tutto questo: follia allo stato puro, secondo le logiche del mondo. Ma nulla vale più di questo amore, perché è il tesoro inestimabile, perché è la perla di grande valore.
“L’unico oggetto di tutta la Scrittura è l’amore”, diceva Pascal nel XVII secolo. Perché solo l’amore è credibile. Solo per amore vale la pena “vendere tutti i nostri averi” e sprecare la nostra esistenza.
La pazienza di Dio davanti al male
“Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Da sempre l’uomo credente (e non solo) si pone questa domanda: se Dio è bene e vuole il bene, da dove ha origine il male?
Domenica scorsa abbiamo ascoltato un brano evangelico di grande speranza, che ci parlava di un seme che dà frutto nonostante tutto; oggi invece siamo qui a chiederci perché Dio, che è così potente, non può sconfiggere il male presente nel mondo.
Perché ci sono tante cose che non vanno come dovrebbero? Perché la creazione sin dall’inizio ha voltato le spalle a Dio? E perché adesso, nonostante il male che c’è nel mondo, Dio non interviene nuovamente a mettere a posto le cose?
Alla luce di questo, l’autore del libro della Sapienza, nel brano che ci è stato proposto dalla prima lettura, appare quantomeno sfacciato, quando descrive Dio come “padrone della forza che giudica con mitezza”, che si deve “difendere dall’accusa di giudice ingiusto”, e la cui forza è “il principio della giustizia”.
Il male non si affronta con la violenza
A vedere come va il mondo, di giustizia divina ne vediamo poca: o perlomeno, di quella giustizia che vorremmo noi, convinti che la soluzione al male debba essere immediata, che il male vada estirpato al volo, perché se le cose non si mettono a posto finché si è ancora in tempo, poi non c’è più rimedio.
Del resto, con il “nemico” non ci può essere dialogo, il male va estirpato alla radice, subito.
Spesso la Chiesa si trova ad assumere atteggiamenti simili a quelli dei servi della parabola: “Signore, vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania?”.
E dal momento che estirpare il male dal mondo non è cosa semplice, allora si sta sulle difensive: come Chiesa, ci si preoccupa di salvare il salvabile più che di andare alla ricerca di ciò che è perduto; di difendersi più che di proporre; di stare rinchiusi piuttosto che di aprirsi; di irrigidirsi più che di dialogare; in definitiva, di conservare più che di annunciare.
La giustizia di Dio è mitezza e misericordia
Ma torniamo al testo della Sapienza: perché mai Dio dovrebbe arrivare al punto di doversi “difendere dall’accusa di giudice ingiusto”? Ingiusto perché? Perché non castiga i cattivi? O perché lascia che il bene e il male convivano in noi senza per questo distruggerci?
Questo sarebbe un comportamento ingiusto? Dio è “padrone della forza che giudica con mitezza”. Dio non dimostra il suo potere in modo arbitrario, trattando gli altri, gli uomini, certamente più deboli di lui, come degli esseri su cui infierire: questa è la forza bruta che risponde ai criteri del mondo, è la logica dei potenti del mondo, ed è con questi, forse, che Dio dovrebbe essere duro; dovrebbe, appunto, “mostrare la sua forza con chi non crede nella pienezza del suo potere”.
Mentre la pienezza del potere che Dio vuole mostrare ai deboli e ai semplici peccatori di questo mondo è un’altra: è quella di chi “giudica con mitezza e governa con molta indulgenza”.
Perché il criterio di giustizia di Dio è altro, rispetto al nostro. Essere giusto, per Dio, significa “amare gli uomini”, “dare loro la buona speranza”, “concedere il pentimento dopo i peccati”.
Bene e male convivono nell’esperienza umana
Altro che strappare subito dal cuore dell’uomo la zizzania! Per cosa? Con che scopo? Per estirpare un male talmente radicato nel cuore di ognuno di noi che rischierebbe di lacerare un cuore capace anche di opere di bene?
Bene e male sono così naturalmente coabitanti in noi da non poter, a volte, neppure essere distinti in maniera evidente.
Lo dice anche Paolo in un passaggio della lettera ai Romani: il nostro “libero arbitrio”, la nostra libera interpretazione delle cose, ci porta a volte addirittura a fare del male proprio mentre pensiamo di fare del bene.
E con questo, dovremmo “strappare” il male dal nostro cuore in maniera drastica e irreversibile?
Se il male esiste nonostante Dio abbia fatto tutto bene, forse è perché ci sono momenti della nostra vita in cui sentiamo il “vuoto” di Dio; e la sua assenza, l’assenza del bene, ci porta a compiere il male.
Ma non c’è nulla, al mondo, che venga illuminato dal sole senza avere un’ombra; non c’è luce splendente che non abbagli chi le sta intorno; può sembrare paradossale, ma non c’è bontà di Dio senza un male che ne esalti ancora di più la grandezza.
Così come non c’è redenzione in Cristo senza una colpa, necessaria (addirittura “felice”, la definisce sant’Agostino) da sempre nascosta nel cuore dell’uomo, frutto del suo libero arbitrio, del suo agognato tentativo di essere come Dio.
Il Regno di Dio cresce nel tempo
Fortunatamente, il Regno di Dio annunciato da Cristo è molto di più della colpa dell’uomo. Agli occhi del mondo appare debole, fragile, piccolo, insignificante come un granello di senape in mezzo ad altri semi, o come un pizzico di lievito mischiato in tre misure di farina.
Ma una volta lievitata la pasta, diventa pane spezzato per tutti i popoli. Una volta cresciuto, il piccolo seme diviene un albero alla cui ombra l’umanità trova riparo e conforto.
Una massa di farina impastata non lievita all’istante; così come un albero in mezzo alla foresta non cresce in una notte. Occorre pazienza. Occorre attendere i tempi di Dio, accettando anche il male che ci sta intorno e che vive dentro di noi, quasi sempre a causa nostra, e mai per colpa di Dio.
Ciò che conta è che anche il bene cresca. Senza paura, senza giudizi, senza condanne, senza desideri di vendetta. Perché se “Dio è padrone di tutti, e questo lo rende indulgente con tutti”, anche noi non possiamo essere da meno.
La Parola semina nonostante tutto
Esiste, nel nostro vocabolario, una parolina (dal punto di vista grammaticale credo si tratti di una congiunzione) usata per indicare un fatto che avrebbe potuto impedire qualche cosa e tuttavia non l’ha impedita o non la impedisce: si tratta della parola “nonostante”.
Chissà quante volte l’abbiamo usata per affermare che nella vita spesso c’è una forza che rema contro tutto quello che si cerca di fare, ma che alla fine non sarà mai forte come il risultato finale. E questo, nella cattiva ma anche nella buona sorte; nel male, ma anche nel bene.
Nonostante il parere contrario dei medici, spesso la forza di volontà porta un malato ad affrontare una difficile operazione e una complessa serie di terapie, e a sconfiggere la malattia.
Nonostante tutto l’impegno profuso da due genitori per educare bene i loro figli, questi a volte crescono male o comunque lontani dagli insegnamenti loro trasmessi.
Nonostante ci si impegni fino in fondo per preparare alla perfezione un esame scolastico, alla fine l’esame va male; per contro, nonostante un amico di studi non si sia “sbattuto” più di tanto in vista dello stesso esame, il risultato ottenuto è andato al di là di ogni rosea aspettativa.
Nonostante nessuno desse fiducia a una determinata persona, quella ha saputo mostrare tutto il suo valore in una complicata situazione. Nonostante gli investimenti fatti in un settore, gli sforzi di un’impresa sono stati vani, e si è vista costretta a chiudere la propria attività.
La vita di fede tra fatica e speranza
Questa “magica” parolina è usata molto frequentemente anche in ambito ecclesiale e più in generale nella vita di fede.
Spesso, nonostante ci sia dia da fare per creare delle vere comunità cristiane, si sbatte contro il muro dell’indifferenza, dell’apatia religiosa, della secolarizzazione che mette ai margini della vita di ogni giorno la dimensione del sacro;
per contro, nonostante il senso di fallimento che si prova in questa quotidiana fatica, molti credenti, laici e consacrati, continuano in maniera eroica e spesso silenziosa ad annunciare la Parola.
Perché nella vita di fede, nonostante tutto, c’è Dio. È lui che fa crescere ciò che lui stesso semina: a noi, chiede solo di coltivare e di custodire il suo campo.
È lui che manda la sua Parola dal cielo e - come avviene per la pioggia e la neve cadute sulla terra - non la fa ritornare a sé “senza effetto”.
Il seminatore e la responsabilità umana
Siamo spesso troppo convinti che tutto dipenda da noi, dai nostri sforzi, dai nostri comportamenti, dai nostri atteggiamenti, dalle nostre buone o cattive disposizioni d’animo. Come se dipendesse da noi il germogliare del seme della Parola di Dio.
E allora, da buoni “pelagiani” (ovvero, gente che subordina la grazia di Dio all’efficacia delle azioni umane) siamo subito pronti a dare chiavi di lettura moralistiche alla parabola del seminatore che abbiamo appena ascoltato.
Per cui, dobbiamo darci da fare il più possibile, sforzandoci di essere terreno buono, liberando il nostro terreno dai sassi e dalle spine, allontanandoci dalle strade che ci distraggono, facendo scendere in profondità il seme gettato in noi, e via dicendo.
Ma ci dimentichiamo la cosa più importante: chi fa crescere è Dio. È lui che coltiva.
È lui che esce a seminare, a larghe mani, in una maniera talmente prodigo che butta seme dappertutto, anche dove non serve. E lo sa bene: ma non fa nulla perché avvenga il contrario.
Potrebbe benissimo bonificare l’area e renderla più fertile; potrebbe quantomeno stare un po’ più attento e allontanarsi dalla strada. Ma non lo fa.
Perché, nonostante tutto, il seme della sua Parola dà buon frutto. Nonostante le strade che percorriamo siano calpestate da ogni tipo di piede, tranne che dai piedi di chi annuncia la Buona Notizia, Dio semina anche là, lungo la strada.
Del resto, ogni tanto un fiore spunta anche da un marciapiede…
Il Verbo si fa carne: la luce e la vita
1In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. 2Egli era, in principio, presso Dio.
3tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. 4In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini.
5la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. 6Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.
7Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 8Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
9Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. 10Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
11Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. 12A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome.
13i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. 14E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. 15Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me».
16Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. 17Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.
La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.