La canzone evangelica siciliana racconta il Vangelo attraverso la lingua, la musica e l’immaginario del popolo: Gesù, Maria, Giuseppe, i pastori, i Magi e gli apostoli entrano nella vita quotidiana dell’isola e diventano figure vicine, concrete e umane.
Il repertorio comprende canti natalizi, ninna nanne, canti dell’Epifania, preghiere, processioni e racconti in versi ispirati alle vicende di Cristo e dei suoi discepoli. In queste composizioni la fede si unisce alla memoria orale, alla poesia popolare e a melodie di origine antica, spesso tramandate e trasformate nel corso dei secoli.

Il significato di “Diu come riduttu u munnu”
L’espressione “Diu come riduttu u munnu” richiama una visione popolare del mondo in cui la presenza divina si misura con la realtà concreta degli uomini, con le loro fatiche, le debolezze, la fame, il lavoro, la povertà e la speranza.
Nel racconto evangelico sicilianizzato, Gesù non appare distante o astratto: cammina sulle strade, incontra contadini e pastori, parla con i discepoli e affronta situazioni riconoscibili nella vita di ogni giorno. Il dialetto rende il messaggio religioso più vicino all’esperienza della comunità, trasformando la narrazione sacra in una forma di racconto familiare.
Quannu ’u Signuri passava p’ ’o munnu, Maria Lucia Riccioli, 2014, Algra Editore, €10
È un testo affascinante. Non facile, soprattutto per chi non è siciliano. Ma io ci tengo molto a scoprire situazioni/storie/autori non triestini.
Si tratta infatti di parabole, ma un po’ diverse da quelle che siamo soliti sentire in Chiesa. Qui infatti Gesù non è narratore bensì protagonista, insieme ai suoi amici/discepoli.
Il Vangelo nella tradizione orale siciliana
Questo libro è nato per caso, anche se il caso è uno degli pseudonimi di Qualcuno che tesse le fila delle nostre storie. Io ho sempre amato il dialetto siciliano: a casa lo parliamo, ho recitato e adattato testi per una compagnia di teatro locale - ah, il carissimo Nino Martoglio, il Goldoni siciliano! - e in famiglia c’è Maria Blundo, la sorella di mia madre, anche lei poetessa in dialetto.
Tra un caffè e l’altro mi sono divertita a raccogliere modi di dire, detti e proverbi in dialetto. E ho appreso le storie che i miei nonni raccontavano ai propri figli. Una sorta di Vangelo popolare siciliano, di “cunto” apocrifo sulle vicende di Cristo e degli apostoli.
Nel periodo universitario, per semplice diletto iniziai a buttar giù qualche verso, ma senza alcuna intenzione seria né tantomeno pensando ad una eventuale pubblicazione. Poi è venuta fuori, da stesure perse e riscritte, lasciate a metà e poi completate, la prima “Parabula”, che è la prima composizione del libro dopo il prologo.
Successivamente sono venuti i concorsi letterari, primo tra tutti il “Turiddu Bella”, dedicato ad un poeta e cantastorie di Mascali (CT). Nell’arco di dieci anni circa ho completato tutte le poesie di quello che si può considerare un vero e proprio ciclo compiuto.
Man mano che vado avanti con i reading e le presentazioni di questo libro, mi sto rendendo conto che esistono numerose versioni di una stessa storia, a volte contraddittorie.
Il mio lavoro è stato arricchire, integrare e soprattutto mettere in versi. Tutti i componimenti infatti sono composti da endecasillabi in rima baciata. Una gabbia formale per far volare queste storie.
Gesù, gli apostoli e l’umanità dei personaggi
Dicevo che è un testo pieno di umanità. Eppure parla di Gesù e dei suoi discepoli… Apparentemente, niente di più lontano dalle nostre miserie, dai nostri piccoli egoismi.
E invece, sono proprio nostri la natura semplice, la schiettezza, il senso pratico, le simpatiche astuzie di questi uomini che seguono Gesù. Soprattutto di Pietro, che emerge dalle tue pagine con forza deliziosa.
Nella bella prefazione, Sebastiano Burgaretta scrive “Campione di questa faticosa milizia terrena è San Pietro, l’apostolo spavaldo, borbottone, istintivo, che si porta dietro tutto intero il peso della sua umanità […] e arriva a dire “Signuri, ’sta cruci mi pisa!” levandosela dalla schiena.”
Nella tradizione orale Pietro è proprio così. E ti dirò di più: questo accade perché Pietro mostra queste sue caratteristiche nei Vangeli.
Da una parte è il capo degli apostoli, colui il quale afferma per intuizione divina che Gesù è «il Cristo, il Figlio del Dio vivente», dall’altra dubita, contesta, fino a rinnegare tre volte il Maestro in nome del quale aveva giurato di voler morire.
Corre al sepolcro una volta saputo della Resurrezione di Gesù, si precipita dalla barca per corrergli incontro in un altro episodio… istintivo, sanguigno, portatore di una mentalità umana che però - e qui è la sua straordinarietà - si fida di Cristo che gli affiderà le sue pecorelle e su di lui - Pietro, Cefa, ossia roccia, non più Simone: il cambiamento di nome simboleggia il passaggio - fonderà la sua Chiesa.
Pietro è una figura secondo me consolante, perché ci dimostra che la santità è un percorso comune a tutti e non è esente da cadute ed errori.
La croce di San Pietro
Nella parabola ’A cruci ’i San Petru, il brontolone Pietro si lamenta che la sua croce è troppo pesante.
Esasperato dalla fatica, arriva persino ad esclamare: Forra cosa ’i ittalla ’nt’ ’a munnizza, mi verrebbe da buttarla nella spazzatura!
Allora Gesù gli propone di sceglierne un’altra. Pietro lo ringrazia e inizia a provarle tutte.
Ma una è troppo lunga, una è troppo larga, una è storta, l’altra lo graffia… Infine Pietro trova una che può andar bene, sente di poterla sopportare, ed esclama contento: Pi mia pari fatta! e unni ’a trovu ’n’autra cchiù adatta?
Ma Gesù, lasciandolo di stucco, gli fa notare che nella confusione si è ripreso proprio la croce che poco prima aveva abbandonato.
Petru, ancora nun ha’ ricanusciutu? […] Chista è ’a cruci to’ Petru, chissa è ’a cruci fatta pi tia, nun poi cancialla. Ju nun ’a canciai a mia…
La pietra trasformata in pane
Gesù chiede ai suoi discepoli di prendere una pietra e seguirlo su un alto monte. Pur perplessi, tutti lo fanno, tranne Pietro.
Lui mica si fida tanto, e pensa che, dopotutto, raccogliere una pietruzza leggera potrà andar bene lo stesso.
’Na pitrùddula è megghiu ca mi pigghiu.
Arrivati in cima, Gesù propone di posare le pietre e di mangiare. Ma cosa mangiamo?, protestano i discepoli, ci hai fatto portare su solo pietre!
Gesù quindi trasforma le pietre in pane. Chi ne aveva portata una pesante, si ritrova con una saporita e abbondante pagnotta, Pietro che ne aveva una piccola piccola, ottiene solo un po’ di mollica.
Tutti arristaru senza riri nenti, ma poi manciaru, tutti cuntenti. Ammeci Petru stava mutu mutu, tuttu affruntatu e cunfunnutu.
Il povero Pietro, che pensava di aver fatto il furbo, e ora se ne sta lì tutto muto e confuso, verrà naturalmente perdonato da Gesù e avrà la sua bella porzione di pane.
«Cu havi fidi smovi li muntagni! Cu porta ’a so’ cruci cu pazienza, ju ci rugnu ’na gran ricumpenza, cu soffri cu speranza e amuri ju lu cunzolu di tutti li duluri. Tu, Petru, ca ti st’ammucciannu, a ’st’ura stassutu manciannu, ma si’ piddunatu, veni ni mia, ca pani cci nn’è macari pi ttia».
’U capìsturu chi vuleva riri? Biatu è chiddu ca criri!
Il ciclo natalizio della tradizione siciliana
Mercoledì 28 dicembre, alle ore 18:30, il Comitato Popolare Antico Corso presenta “Quannu Diu vinni a lu munnu” Antichi canti di Natale della tradizione siciliana.
Il Maestro Alberto Tomarchio con Elvira Tomarchio, eseguiranno le canzoni della tradizione siciliana, i canti ispirati dai vangeli, le vicende di Maria e Giuseppe, dall'annunciazione fino alla nascita di Gesù e l'arrivo dei pastori.
Il repertorio spazia dal XVII secolo fino al XIX:
- Pastorale siciliana, strumentale
- Quannu Diu vinni a lu munnu, prima parte
- Ralligrativi pasturi
- Li tri Re di l’orienti
- A ciaramedda
- Quannu Diu vinni a lu munnu, seconda parte, con ninna nanna di Maria e doni dei pastori
- Sutta ’n peti di nucidda
- Bammineddu balla balla
La sequenza segue il racconto evangelico della nascita: l’attesa, la venuta di Gesù, l’annuncio ai pastori, il viaggio dei Magi, la ninna nanna e la gioia davanti al Bambino.
“Cantu di Natale”: Giuseppe e l’annuncio a Nazareth
San Giuseppi, un jornu stannu ’Ntra la chiazza a Nazzaretti, Pi sò affari camminannu, Senti un sonu di trummetti, Senti leggiri un edittu Chi lu cori assai ci ha afflittu.
Questo canto è originario di Mezzojuso, provincia di Palermo, e fu dettato al Favara nel 1907 da Leonardo Ribaudo nato a Mezzojuso nel 1849.
Lo troviamo sia nel Corpus, al numero 642 nel gruppo Canti religiosi, sia nel terzo volume “Canti della terra e del mare di Sicilia”, edito nel 1953 da Ricordi, a pagina 114, armonizzato da Ottavio Tiby.
L’accompagnamento pianistico, che lo stesso Tiby dà al pezzo, è veramente di una straordinaria intuizione modale.
Il pezzo, nella parte cantata, esce fuori dagli schemi musicali natalizi a cui siamo abituati, per poi rientrare, nel finale, con una Pastorale per violino che ci riporta decisamente al sapore natalizio delle più antiche tradizioni.
Il lavoro da me svolto per l’armonizzazione corale che segue non modifica assolutamente l’armonia che il Tiby ha voluto inizialmente dare al pezzo; il rispetto che nutro per questa soluzione armonica non mi ha consentito di manometterla con il rischio di rovinare l’intera melodia originale.
“Ninnaredda a lu Bammineddu”: la ninna nanna siciliana
Dormi, dormi Bambineddu ’Nntra la pagghia arripusatu L’armaleddi cu lu ciatu Dicinu: “dormi e fai la vò”
Dormi e dici l’asineddu Dormi e dici la capruzza E la vacca chi t’intruzza Dicinu: “dormi e fai la vò”
E li pecuri bilannu Di li munti a la pinnina E lu gaddu e la gaddina Dicinu: “dormi e fai la vò”
Ah! Si fussi un agnidduzzu O un caprettu picciriddu Ti ’ricissi beddu figghiu: “dormi dormi e fai la vò”
Questo è l’unico canto che non ho tratto dalla raccolta del Favara. Ho ascoltato questa melodia per la prima volta nel 1965 dal M° Settimo Burgarella.
Sentii subito, interiormente, la straordinaria bellezza di questa melodia e soprattutto la sua diversa e suggestiva conclusione melodica.
Al di là della stupenda armonizzazione a tre voci che si evince dal manoscritto dello stesso M° Burgarella, quello che salta subito agli occhi, dall’analisi del pezzo, è che il tracciato melodico dà origine ad una armonia che modula e risolve sul quarto grado.
Ciò fa pensare ad una struttura certamente non moderna ma, più di ogni altra cosa, ad una composizione musicalmente non “colta” e pertanto di estrazione sicuramente popolare.
Il testo è del XVIII secolo, ma come si sa, nel canto popolare siciliano la datazione della musica è di gran lunga antecedente.
Trattasi di una struttura di modo Frigio con un inizio Anacrusico ed una metrica Dattilico-Spondaica.
“Nuvena di Natali”: la voce del pastore
Ora veni lu picuraru E nun ha chi ci purtari Porta latti e enti la cisca Cascavaddi e tumma frisca Arrivisciti o matri mia Ca nu’semu a la campia.
E ninna oh a ninna oh e lu me figghiu dormiri vò
Questa melodia appare, al numero 650 del Corpus fra i canti religiosi, con il titolo “Notti di Natali”; Tiby, successivamente, ne fece un’armonizzazione per pianoforte, che si trova nel terzo volume dei “Canti della terra e del mare di Sicilia” a pagina 117, con il titolo “Novena di Natali”.
Il Favara venne in possesso di questo canto intorno al 1905, forse nel mese di maggio, da un anonimo.
La struttura di questa melodia è Lidia con un ritmo Giambico e una battuta Tetica.
Com’è nella buona tradizione dei canti natalizi, questo pezzo risolve con una ninna nanna, un’aria classica della musica popolare siciliana.
“Canto dell’Epifania”: i tre Re d’Oriente
Li tre Re di l’Orienti, Quannu ’ntisiru la nova Ca nasciu lu Re putenti, E nun sanno unni si trova E si misiru ’ncamminu p’attruvari a lu Bamminu.
Una stidda di lu celu Chi facia lu gran splinnuri Tra nuttati, friddu e gelu p’attruvari a lu Signuri Tra lu centru di lu ’nvernu p’attruvari ’u verbu eternu.
Questa melodia si trova al numero 640 del Corpus sotto il titolo “Natale”. Il Favara la raccolse a Palermo intorno al 1907 dalla voce di Emanuele Armaforte, di cui non si hanno notizie tranne che si trattava, a detta del Favara, di un professore di scuole secondarie.
Questo canto fu pubblicato, inoltre, nel 1921 sotto il titolo di “Canto dell’Epifania”, a pagina 85 del secondo volume della raccolta “Canti della terra e del mare”, interamente armonizzato dallo stesso Favara con l’aggiunta di un bellissimo allegretto, Pastorale, per Ciaramedda e Cicchettu, certamente di provenienza sconosciuta.
L’Armaforte riferì al Favara che questa melodia proveniva da Altofonte e che veniva cantata “la prima volta a solo, e la seconda volta da un coro di 10 o 12 contadini”.
Questo canto ha una struttura musicale Lidia, la misura iniziale Anacrusica e una ritmica Dattilico-Spondaica.
Nell’armonizzare a quattro voci corali siffatta melodia, ho ritenuto opportuno lasciare quasi interamente inalterata l’armonia che lo stesso Favara ha dato al pezzo perché la trovo così ricercata come meglio non si possa fare.
“Salve Regina”: la preghiera alla Madonna
Oh salvi riggina Oh Matri ’ddulurata Vi sia raccumannata St’arma mia
Ni vui vinni pi grazia Chi sia stu cori ’ngratu Fèritu e trapassatu Da tanti gran piccati
Questo canto numero 623 del Corpus è stato raccolto dal Favara a Palermo intorno al 1905 dalla voce di Orazio Culotta, nato ad Enna nel 1858 e abitante a Nicosia.
Il pezzo proviene sicuramente dalla zona di Cefalù e da altri paesi delle Madonie. Si cantava nel santuario della Madonna di Gibilmanna per i festeggiamenti dell’8 settembre.
È uno dei 63 canti corali riportati nel Corpus, raccolto dal Favara direttamente con una notazione a doppio rigo musicale.
Nel rigo superiore si trova annotato l’intero canto, comprensivo del testo, e nel rigo inferiore è tracciata la parte corale, così come lo stesso Culotta cantò al Favara.
La prima impressione che viene fuori dall’analisi del canto è certamente quella di una struttura piena di abbellimenti, gruppetti e melismi musicali, che ci fanno pensare ad una melodia relativamente moderna.
Estrapolando tutti questi “barbarismi”, appoggiature, acciaccature e melismi vari, che sono tipici della musica moderna, il canto si presenta con una struttura modale IPOFRIGIA, Iastica, e si estende prevalentemente entro un intervallo di quinta.
Ciò che veramente sorprende, e che ci fa pensare con più serenità all’antichità del canto, è che la melodia, per tutta la sua durata, non tocca mai la nota principale del Modo.
“Processione di li variceddi”: il culto mariano
Di l’arca di Noè, Di l’arca triunfanti, E Maria ’nmezzu li santi ’Ncelu si nn’acchianò.
E acchianoni, coro maschile.
Di tutta la città ti Siti Vui Rigina bedda, Siti Vui la palummedda Di l’arca di Noè.
Di Noè, coro maschile.
Sutta li vostri peri Ci stà ’na mezzaluna, Siti Rigina e patruna Di tutta la città.
Questo è uno dei tanti canti che il Favara ha citato nella sua conferenza “Canti e leggende della Conca d’Oro”, tenuta nel maggio del 1904 presso la sala Bernini di Roma.
Il pezzo, come lo stesso studioso ci dice, non è altro che la glorificazione della Madonna Assunta attraverso un rito infantile tutt’oggi praticato in alcune zone dell’isola.
Nel mese di agosto alcuni ragazzini portavano a spalla, in giro per le strade, delle piccole bare, variceddi, con sopra una piccola statua della Madonna e, come in una vera processione, cantavano queste strofe in onore dell’Assunta.
La struttura di questa melodia è Lidia con un ritmo prevalentemente Giambico ed una battuta Tetica.
Il sapore d’antico, straordinariamente popolare, è legato anche alla forma processionale, alla partecipazione dei bambini e alla ripetizione corale delle strofe.
Il “Canto di bambini di maggio”
Di ’n Trapani passau Maria di Gesù, ’Ncoddu li marinara la purtaru, Li munacheddi subito scinnero, Lu velu e a Maria c’arrialaru.
Il canto religioso siciliano non riguarda soltanto il Natale e l’Epifania. Il repertorio comprende anche canti di bambini di maggio, canti dedicati alla Madonna, rosari, preghiere e composizioni legate alle feste del calendario liturgico.
Tra i materiali della tradizione popolare siciliana compaiono inoltre “Madona di Mezzagosto”, “Rosariu”, “‘Razioni di Santa Marina”, “Cantu di lu SS. Sacramentu” e “‘Razioni di San Stansillau”.
Il Corpus di musiche popolari siciliane
I canti religiosi di Alberto Favara, Salemi 1863 - Palermo 1923, contenuti nel “Corpus di musiche popolari siciliane”, curati da Ottavio Tiby e pubblicati due anni dopo la morte di quest’ultimo, sono poco meno di un centinaio e vanno precisamente dal numero 612 al 703.
Dei dodici canti qui presentati ed armonizzati da Agostino Giacomazzo, dieci provengono dal Corpus e solo nove fanno parte dei canti religiosi, essendo il “Canto dei bambini di Maggio” tratto dal gruppo dei giochi.
Favara aveva spostato l’asse portante dell’analisi dal testo poetico al testo musicale. Il suo metodo consentiva di osservare non soltanto le parole, ma anche l’organizzazione melodica, i modi, i ritmi e le caratteristiche delle esecuzioni.
Agostino Giacomazzo, procedendo con chiaro e severo lavoro sulle direttive del Favara, ha potuto verificare la scientificità del metodo dell’etnomusicologo di Salemi e ha dimostrato che fra le pieghe di quegli spartiti esistono realmente i modi del melos ellenico.
Il cantore siciliano, per sua predisposizione alle tecniche della musica modale, si muoveva con estrema disinvoltura all’interno di griglie similari, mostrando abilità di improvvisatore e contaminando del tradizionale melos ellenico i modi bizantini e i modi arabi importati da culture successive.
Non a caso il Favara operava una cernita su tutto il materiale, anche se oggi qualcuno potrebbe ritenere che non sia stato estremamente selettivo.
Tale modalità di raccolta dipendeva dal suo orecchio estremamente sensibile, che riusciva a cogliere il gusto arcaico dell’antica musica greca anche all’ascolto di una sola coppia di note, decidendo quindi di trascriverle lo stesso, non privandoci di ciò che ancora oggi ci affascina e ci confonde.
Il ruolo della musica nella comprensione del dialetto
Ammetto che non è stato facile per me, triestina, leggere in dialetto siciliano. Eppure è capitata una cosa bizzarra e bellissima.
Laddove leggere in silenzio poteva darmi problemi, ho verificato che farlo ad alta voce, con una pronuncia sicula buffissima, temo, mi aiutava, grazie a una musicalità che diventava chiave di comprensione.
Mi rendo conto di usare spesso questa parola, musicalità, ma davvero non posso farne a meno, perché era proprio il suono a diventare esplicativo, di sostegno, a chiarire ciò che poco prima, in silenzio, mi era parso astruso.
La traduzione a piè di pagina mi è stata utilissima per le parole più ermetiche, ma fin dove è stato possibile non ho voluto approfittarne.
Sentivo che, se non ci avessi messo un po’ di sforzo, mi sarei persa una parte importante del regalo che mi avevi fatto.
La lingua siciliana non svolge quindi soltanto una funzione comunicativa. Il suono, il ritmo e la pronuncia partecipano alla costruzione del significato, soprattutto quando il testo nasce per essere cantato, recitato o ascoltato in gruppo.
Fede, parabola e dimensione universale
La fede come chiave di lettura del testo. Certo, non è necessario condividere la fede profonda, radicata, quasi connaturata dei personaggi e dell’humus da cui sono nate queste storie per comprenderle e goderle appieno.
Però il lettore è chiamato a calarsi in questo mondo, a cercare di intuirne lo spirito profondo.
Non vorrei si pensasse che il mio libro sia una sorta di catechismo dialettale. Si tratta di storie.
Come aveva capito benissimo Gesù, una parabola - parola, etimologicamente ponte - è molto più efficace di un trattato filosofico o teologico.
Il valore estetico ed etico qui camminano insieme, ma quello che importa è che comunichino qualcosa, che il mondo del libro trovi un sentiero per giungere in quello del lettore.
“Aria fresca, che pure sa d’antico e che d’antico serba la fragranza, è quella che si respira e si gusta leggendo questi racconti in versi di Maria Lucia Riccioli, la quale in essi si rivela narratrice, anzi poetica raccontatrice, d’antico stampo popolare, quasi una specie di contastorie in proprio, aggiornata cioè al tempo d’oggi e quindi libera nel piegare il ricco patrimonio lessicale siciliano all’esigenza della comunicazione che la vita attuale impone.”
“L’aria fresca che circola in questi versi è quella del Vangelo col suo eterno messaggio di salvezza e di sapienza, sempre vivo e attuale in ogni tempo e per ogni uomo.”
Un’aria fresca, sì, e normale e limpida e schietta, è quella che viene da questo libro.
Dirò di più: si impara, si riflette, si pensa - e male non fa - alle proprie marachelle, o alle cattiverie più gravi di cui ci siamo macchiati.
Ascutàtili viatri macari, rapennu ’aricchi ma cchiù assai ’u cori. Tuttu passa. ’A so’ parola nun mori. Ascutàti. beni sulu pò fari.
La tradizione evangelica tra racconto e canto
Il repertorio evangelico siciliano mostra come una comunità possa appropriarsi del racconto religioso senza cancellarne il nucleo originario. Le storie di Gesù e degli apostoli vengono adattate alla sensibilità locale, alla lingua, ai paesaggi e alle abitudini dell’isola.
Nei canti natalizi la grotta, la paglia, gli animali, i pastori, il latte, i doni e la ninna nanna rendono la nascita di Cristo una scena domestica e comunitaria.
Nei canti dell’Epifania la stella, il viaggio dei Magi, il freddo dell’inverno e la ricerca del Bambino trasformano la narrazione biblica in un cammino condiviso.
Nelle parabole in dialetto, invece, le debolezze di Pietro, le incomprensioni dei discepoli e gli errori degli uomini diventano strumenti per parlare di pazienza, responsabilità, perdono e fede.
O la donna, che in ’A scocca di cipudda, vuol venir fuori dall’inferno, ma per tentare di farlo può attaccarsi solo a un gambo di cipolla, che è l’unica cosa che avesse mai offerto a un bisognoso.
Avvinghiata selvaggiamente al gambo, nella speranza di farsi largo verso il cielo, inizia a dar calci a chiunque voglia approfittare della medesima salita.
E per questo suo ultimo atto d’egoismo viene dunque lasciata dov’è.
Vorrei raccontarvene altre, di queste “parabole”, ma non avrebbe senso. Bisogna leggerle, e rifletterci, e soprattutto sorridere, sorridere tanto, perché - credetemi - c’è in ciascuna storia, e forse nel dialetto stesso, una forza comica stupefacente.
La lingua siciliana come memoria religiosa
La lingua siciliana conserva nelle sue forme una memoria religiosa fatta di formule, invocazioni, immagini, ritornelli e scene tramandate oralmente.
La musica rende questa memoria collettiva: il canto può essere eseguito da una voce sola, da un coro, da un gruppo di contadini, da bambini in processione o da un insieme di strumenti tradizionali.
Nel repertorio raccolto da Favara, alcune melodie vengono accompagnate da strumenti come la ciaramedda, il cicchettu e il tammureddu, mentre altre sono state successivamente armonizzate per pianoforte o per coro.
La trasformazione dell’accompagnamento non elimina necessariamente il carattere popolare del canto. Le armonizzazioni possono tradurre una melodia in una nuova forma, mantenendo tuttavia il suo andamento, il suo modo e il suo sapore arcaico.
Armonizzare tali canti adesso è come riesumare la controversia, sopita dal silenzio di questi ultimi anni, sugli accenti ellenici rilevati in moltissime musiche del Corpus.
Provare che in canti diversi tale metodo non appare non delegittima la tesi contraria, anzi allarga il campo d’indagine e ratifica la tesi che il cantore siciliano, per sua predisposizione alle tecniche della musica modale, si muoveva con estrema disinvoltura all’interno di griglie similari.
Dal racconto religioso alla coscienza popolare
La tradizione siciliana non separa nettamente il sacro dalla vita sociale. Accanto ai canti religiosi e natalizi compaiono infatti composizioni che raccontano la storia, la politica, la povertà, il carcere e le trasformazioni della società.
Questa continuità aiuta a comprendere perché il linguaggio evangelico possa convivere con il lamento, la satira e la denuncia.
Il canto popolare è capace di celebrare, pregare, raccontare e criticare. La stessa lingua che invoca la Madonna o accompagna la ninna nanna del Bambino può descrivere la miseria, la disillusione e il senso di abbandono.
Non so come non mi rivolta la testa Pinzannu a lu presenti e a lu passatu. Viru a tanti pirsuni fari festa, virdu a tant’àutri c’hannu lu filatu, viru lu mari ca sempri è ’n timpista, viru pirsuni ca mutanu statu, viru a me stissu, e pari casu stranu: nascii ’n Sigilia, e sugnu ’talianu.
Dicitamillu vui com’è stu munnu E comu ’n ’un mumientu voto e sbota: cu’ sta supracqua è tuttu ’nziemi a funnu e cu’ sta ’nfunnu acciana ’n’atra vota.
Dunca a stu munnu nun c’è ciù chi fari: siemmu ’mmienzu di tanti trarituri, nun si sapi di cui si po’ vardari, nun c’è amici, un c’è firi, e nun c’è onuri; dognunu penza comu po’ arrubbari: si persi di la faccia lu russuri.
E’ beru c’ora c’è la fratellanza? Ma, Cristu Santu!. la miseria avanza?!
Il canto come forma di trasmissione
La tradizione orale non conserva soltanto parole e melodie, ma anche modi di eseguire i brani, alternanze fra solista e coro, strumenti, occasioni rituali e gesti comunitari.
L’Armaforte riferì al Favara che la melodia veniva cantata “la prima volta a solo, e la seconda volta da un coro di 10 o 12 contadini”.
Nella “Processione di li variceddi” la dimensione collettiva è evidente nella presenza del coro maschile e nella processione dei bambini.
Nella “Ninnaredda a lu Bammineddu” la ripetizione della formula “dormi e fai la vò” crea una cadenza rassicurante, adatta alla ninna nanna e alla partecipazione degli ascoltatori.
Nel “Canto dell’Epifania” la prima esecuzione a solo e la seconda esecuzione corale organizzano il racconto secondo una progressione dall’annuncio individuale alla condivisione della comunità.
La canzone evangelica siciliana vive quindi nella relazione tra testo, voce, melodia, rito e ascolto.
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Un patrimonio tra antico e contemporaneo
Il testo religioso siciliano conserva elementi antichi, ma non rimane immobile. Le melodie vengono raccolte, trascritte, armonizzate e riproposte in nuovi contesti.
Il repertorio presentato dal Maestro Alberto Tomarchio ed Elvira Tomarchio riunisce canti ispirati ai Vangeli, vicende di Maria e Giuseppe, la nascita di Gesù e l’arrivo dei pastori, con materiali che spaziano dal XVII secolo al XIX secolo.
La raccolta del Favara documenta invece voci, luoghi e occasioni di esecuzione tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento.
Il libro di Maria Lucia Riccioli mostra un’altra possibilità di continuità: le storie della tradizione orale vengono arricchite, integrate e messe in versi per parlare al presente.
La Sicilia è un continente - sì, per i suoi paesaggi naturali umani e storici così variegato lo è - un mondo tramato di contrasti, in cui ogni qualità positiva e negativa sembra elevata alla massima potenza.
C’è l’anima della Sicilia in questo libro nel senso che c’è l’anima della mia famiglia, del nostro dialetto saporoso e forte come la cucina, come la luce e l’ombra che si stendono sulla Sicilia quasi fosse una tela caravaggesca.
Ci sono i campi e le distese incolte, i pascoli, la terra pietrosa, i pozzi, i contadini e i pastori, i fichi e il pane, che sono insieme reali e simbolici, storici e concreti, metaforici e trasfigurati.
Ma, come affermava Cechov, scrivere del proprio villaggio può voler dire assurgere all’universale.