Il Crocifisso realizzato nel 1637 da fra Innocenzo da Petralia è conservato nella cappella laterale del Santuario di San Damiano, ad Assisi, dove da secoli è al centro di una intensa devozione popolare. L’opera intreccia arte francescana, spiritualità della Controriforma, memoria locale e una tradizione di pellegrinaggi che continua ancora oggi.
Il Crocifisso è un simbolo di amore che rigenera. Accanto al celebre Crocifisso di San Damiano, questa immagine meno nota ma profondamente sentita conserva una storia straordinaria e rappresenta per molti fedeli un punto di riferimento per la preghiera, la Via Crucis e la meditazione sulla Passione di Cristo.

La devozione al Santissimo Crocifisso
Il 3 maggio, al termine del Triduo di preparazione arricchito dalle meditazioni di Fr. Piergavino Piras della fraternità francescana di Cortona, il Santuario di San Damiano ha vissuto la solennità del Santissimo Crocifisso - quello realizzato nel 1637 da frate Innocenzo da Palermo, protagonista di una devozione secolare e una storia straordinaria.
La solenne celebrazione eucaristica è stata presieduta da S.E. Mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi - Nocera U. - Gualdo T. e Foligno, che nella sua omelia ha sottolineato come il Crocifisso - sia quello che parlò a Francesco che quello di fra Innocenzo - ci sveli il cuore del cristianesimo.
«Dio ci salva scendendo nella nostra fragilità, caricandosi del nostro peccato», ha sottolineato il Vescovo. Richiamando il serpente di bronzo (Numeri 21) - “segno profetico della Croce” - ha spiegato che “guardare a Cristo crocifisso è l’unico antidoto alla morte spirituale”, perché in Lui “Dio trasforma il veleno del peccato in medicina d’amore”.
Francesco, davanti a questo Crocifisso, “imparò a spogliarsi per rivestirsi di Cristo”, diventando fratello universale. Oggi - ha concluso - “siamo chiamati a fare altrettanto: condividere i beni, accogliere i poveri, vivere la Croce come laboratorio di carità”, specialmente in un mondo dove “pochi hanno troppo e molti troppo poco”.
La processione del 1855 durante l’epidemia di colera
Nel 1855, mentre il colera devastava l’Umbria, il vescovo fece portare in processione questo Crocifisso in Cattedrale. Per 64 giorni fu invocato dagli assisani, e - raccontano le cronache - nessun malato morì senza i sacramenti.
Una devozione che dura da secoli, e che oggi rivive con particolare forza. Il gesto semplice di inginocchiarsi davanti a quel Crocifisso continua a distinguere chi ad Assisi, ancora oggi, conserva un legame profondo con la memoria viva di San Damiano.
La Pia Confraternita del Santissimo Crocifisso
La Pia Confraternita del SS. Crocifisso è frutto proprio di questa devozione e tutt’ora raccoglie devoti e pellegrini che hanno stretto un legame particolare con questa sacra immagine.
Fr. Mauro Botti, guardiano del convento, ci ha guidato in un percorso di riscoperta del Crocifisso realizzato nel XVII secolo da Frate Innocenzo da Petralia. Nel cuore della tradizione francescana, infatti, accanto al celebre Crocifisso di San Damiano, sopravvive questa forma meno nota ma profondamente sentita di devozione che intreccia arte, fede e soprattutto storia locale.
«La Confraternita del Santissimo Crocifisso di San Damiano, oggi, non si configura come una confraternita nel senso tradizionale del termine - spiega Fr. Mauro -. Non ha un’attività strutturata come altre confraternite, ma è legata affettivamente a questa specifica immagine del Crocifisso di Frate Innocenzo.
Chi vi aderisce si impegna, in forma semplice, a compiere ogni anno almeno un pellegrinaggio a San Damiano per pregare dinanzi a quest’opera, partecipando alla Via Crucis e offrendo preghiere per i defunti». In cambio, la comunità religiosa si impegna a celebrare tre messe per ogni confratello defunto, in un legame silenzioso ma costante tra laici e frati.
Fra Innocenzo da Petralia: formazione e attività artistica
Gaetano Bongiovanni. Nacque a Petralia Soprana, sulle Madonie, nel 1592 (Neri, p. 180). Secondo un’antica fonte I., frate francescano dell’Ordine dei riformati dell’Osservanza, frequentò - non si sa se prima o dopo avere vestito l’abito francescano - la scuola di scultura tenuta da fra Umile da Petralia nel convento francescano di S. Antonino a Palermo (Tognoletto, p. 309).
A. Giuliana Alaimo (p. 19) afferma che al secolo il suo nome fu Giovanni Calabrese. La storiografia successiva tuttavia non ha accolto tale identificazione.
L’attività artistica di I. fu quasi totalmente indirizzata alla produzione di crocifissi lignei in cui l’usuale pathos è accentuato attraverso una resa particolarmente realistica delle ferite, dei fiotti di sangue sul corpo del Cristo secondo le suggestioni devozionali della Controriforma.
Questo tipo di scultura, legata per più versi alla coeva produzione spagnola, ma fortemente radicata nei territori del Meridione d’Italia, costituisce l’aspetto espressivo saliente sia dei crocifissi di fra Umile sia di quelli di Innocenzo.
Il Crocifisso del 1637
Al 1636-37 si data la sua attività nell’Italia centrale. Nel 1637 in particolare si trasferì a Roma presso il convento di S. Francesco a Ripa dove eseguì almeno tre crocifissi secondo i più canonici caratteri della scultura pietistica controriformata.
| Anno | Opera o attività | Luogo |
|---|---|---|
| 1636-37 | Attività nell’Italia centrale | Italia centrale |
| 1637 | Crocifisso firmato e datato | San Damiano ad Assisi |
| 1637 | Crocifisso firmato e datato | S. Girolamo a Gubbio |
| 1637 | Crocifisso firmato e datato | S. Casa di Loreto |
| 1644 | Crocifisso della chiesa di S. Francesco d’Assisi | Sant’Angelo di Brolo |
| 1652 | Crocifisso della chiesa madre | Furnari |
Un Crocifisso firmato e datato 1637 fu destinato alla chiesa di S. Damiano ad Assisi. Chiamato a San Damiano, nel 1637, in soli nove giorni - un tempo considerato miracoloso - scolpì il crocifisso tuttora conservato nella cappella laterale.
Proprio la rapidità e la bellezza dell’opera alimentarono la convinzione di un’opera ispirata da Dio. La cappella che lo ospita venne appositamente dedicata a questa immagine, che da allora non ha mai subito restauri, mantenendosi intatta da oltre 400 anni.
Oggi, studiosi dell’Università La Sapienza stanno effettuando una catalogazione delle opere di Frate Innocenzo, testimoniando l’interesse che ancora circonda questa figura di artista e religioso.
Le opere di fra Innocenzo in Italia
Nel 1637 fra Innocenzo eseguì almeno tre crocifissi presso il convento di S. Francesco a Ripa. Un altro fu commissionato da padre Bernardo, superiore provinciale dei frati minori di S. Francesco a Ripa, che lo donò a suo nipote Domenico Jacomelli, e collocato più tardi nella cappella patronale della chiesa di S. Maria Maddalena a Porretta Terme.
Marcello Oretti, che lo segnala nel XVIII secolo, ricorda come esso “fu fatto a Roma a S. Francesco a Ripa da fra’ Innocenzo Petraglia in Sicilia laico osservante riformato”. Un ulteriore Crocifisso fu destinato alla chiesa di S. Girolamo a Gubbio, firmato e datato 1637.
Altri esemplari, specificamente richiesti dai francescani o da committenti legati comunque a quest’Ordine, furono scolpiti da I. per Loreto (S. Casa; firmato e datato 1637), Cagli (chiesa di S. Andrea Apostolo; firmato), Pesaro (chiesa di S. Giovanni), Gradara (chiesa di S. Giovanni Battista, già nella cappella privata della rocca dei Malatesta, dono offerto nel 1788 dal marchese C. Mosca Barzi), Ascoli Piceno (chiesa del Cuore Immacolato di Maria), Fabriano (chiesa di S. Caterina), S. Lorenzo in Campo (chiesa del Crocifisso) e Senigallia (chiesa di S. Maria delle Grazie).
Quest’ultimo Crocifisso è stato convincentemente attribuito a I. in anni recenti da G.M. Fachechi. Con ogni probabilità quello di Ascoli Piceno si data nel 1636 all’inizio della sua attività nel territorio marchigiano, che proseguirà anche nell’anno successivo.
Tra l’attività marchigiana e quella svolta negli anni avanzati, dopo il suo rientro in Sicilia, si collocherebbe il Crocifisso della cattedrale dei Ss. Pietro e Paolo di Mdina (Malta). Probabilmente la committenza a I. ha origine dal successo del crocifisso di fra Umile da Petralia realizzato per la chiesa di S. Maria di Gesù a La Valletta.
Il rapporto con fra Umile da Petralia
Agli inizi degli anni Quaranta del XVII secolo I. completò il Crocifisso della chiesa francescana di S. Antonino a Palermo, opera di fra Umile, mediante la stesura della coloritura: l’opera era rimasta incompleta per la morte del frate scultore avvenuta nel 1639.
Pur con le differenziazioni legate alla cifra personale dei due scultori, è innegabile la continuità stilistica fra i due francescani. La formazione di fra Innocenzo e la sua attività mostrano infatti un legame con la tradizione dei crocifissi lignei sviluppata da fra Umile da Petralia, pur nella specificità della sua interpretazione.
Le opere siciliane e le attribuzioni
Tra i crocifissi siciliani databili negli anni inoltrati del suo operato sono quelli della chiesa di S. Francesco d’Assisi a Sant’Angelo di Brolo, scolpito nel luglio 1644, una delle sue opere più riuscite, e l’altro della chiesa madre di Furnari che nel 1652 rimase illeso durante un temporale che causò notevoli danni all’altare maggiore dove era collocato (La Mattina, p. 80).
Allo scalpello di I. è stato attribuito per le analogie stilistiche con i crocifissi umbri e marchigiani anche quello della chiesa di S. Castrense a Monreale (ibid., pp. 83 s.).
Nonostante le grossolane ridipinture dovute a incauti restauri, potrebbe attribuirsi a I. anche l’Ecce Homo della chiesa madre di Furnari che ricalca ancora una volta un modello di fra Umile: l’Ecce Homo del santuario del Ss. Crocifisso di Calvaruso nel Messinese.
La Madonna col Bambino
L’unica scultura certa di I., al di fuori del tema del Cristo in croce, è la Madonna col Bambino messa in opera per la chiesa francescana di S. Antonino a Palermo e sostituita nel 1654 da una copia marmorea di G. Guercio.
Donata dal guardiano del convento fra Giovanni Maria da Palermo al monastero di S. Benedetto a Sambuca di Sicilia nell’Agrigentino (Tognoletto, p. 246), essa è conservata oggi sempre a Sambuca, ma nella chiesa del Carmine.
La statua si mostra nel volto della Vergine ancorata ai modelli della scultura rinascimentale gaginiana, mentre nel decorativismo del panneggio appare in linea con le soluzioni ispaneggianti di due note famiglie di scultori: i Li Volsi da Nicosia e i Lo Cascio da Chiusa Sclafani.
I. morì a Palermo il 20 dic. 1648.
Il volto del Crocifisso e la tradizione devozionale
Un giorno - correva l’anno 1630 - Fra’ Innocenzo da Palermo, umile frate francescano, decise di scolpire un crocifisso in legno di ebano. Lo iniziò dal corpo, a cui riuscì a dare la forma desiderata. E lasciò per ultimo il volto, cioè la parte più difficile della scultura che si era prefissata.
Che aspetto dargli? Il frate era colto da indefinibile e profonda perplessità. Una notte si coricò con l’anima appesantita da questo problema, ma quando al mattino si accinse a continuare l’opera che aveva lasciato incompiuta, la trovò inaspettatamente finita, con un meraviglioso volto, realizzato da un artista ignoto.
Era un volto in cui si fondevano armoniosamente, con delicatezza, la virilità e un’unzione soprannaturale, che lo facevano apparire come l’opera notturna di un angelo. Ricco di sfaccettature, a seconda dell’angolo di osservazione il divino crocifisso appare sorridente, agonizzante o ormai morto.
Conservato da tre secoli nel santuario di San Damiano, ad Assisi, il meraviglioso crocifisso di Fra’ Innocenzo è stato oggetto della continua pietà dei pellegrini.

Il Crocifisso come immagine di amore e redenzione
Il Crocifisso di fra Innocenzo invita a contemplare insieme la sofferenza della Passione e la forza rigeneratrice dell’amore. La sua espressione non appare limitata a un solo momento: può suggerire il sorriso, l’agonia o la morte, accompagnando diverse forme di meditazione cristiana.
Signore, cosa ti avrebbe indotto a sorridere dall’alto della croce? Che abisso di contraddizione fra i dolori che, dal capo ai piedi, tormentano il tuo sacro corpo e quel sorriso che affiora dolce, soave, tenero, socchiudendoti le labbra e illuminandoti il viso!
Soprattutto, Signore, che contraddizione tra l’abisso dei dolori morali che riempie il tuo Cuore e quella gioia, così delicata e così autentica, che traspare dal tuo Volto! Contro di te si è scagliato tutto il mare magnum dell’ignominia e della miseria umana.
Non c’è ingratitudine né calunnia che ti sia stata risparmiata. Hai predicato il Regno dei Cieli e la tua predica è stata rifiutata dalla vile brama delle cose terrene. Il demonio, il mondo, la carne, in una infamante rivolta contro di te, ti hanno portato al patibolo, e lì sei in attesa della morte.
Eppure sorridi! Perché? Le tue palpebre sono quasi chiuse. Quasi ma qualcosa possono vedere ancora. E quel che vedi, Signore, è la più grande meraviglia della creazione, l’opera prima del Padre celeste, un’anima - e quanta bellezza ci può essere in un’anima, nonostante la ignori il materialismo del nostro secolo - ricchissima e integra nella sua natura, colma di ogni dono della grazia, e santificata da una corrispondenza continua e perfettissima a tutti quei doni.
Maria e le anime fedeli ai piedi della Croce
Vedi Maria. Vedi tua madre. E nel mezzo di tutti gli orrori nei quali sei sommerso, tale è la meraviglia che vedi, che sorridi affettuosamente, per incoraggiarla, per comunicarle qualcosa della tua gioia, per dirle qualcosa del tuo amore infinito e sublime.
Tu vedi Maria. E accanto alla Vergine fedele, vedi gli eroi della fedeltà: l’apostolo vergine, le sante donne; la fedeltà dell’innocenza, la fedeltà della penitenza.
Il tuo sguardo, per il quale tutto è presente, va molto più lontano perché si estende nei secoli, facendoti vedere tutte le anime fedeli che ti avrebbero adorato ai piedi della Croce fino al giorno del Giudizio.
Vedi la Santa Chiesa cattolica, tua sposa. E per tutto ciò sorridi, con il sorriso più triste e più beato, più dolce e più compassionevole di tutta la storia.
Il Vangelo mai ti presenta ridendo, Signore. E solo le anime che ignorano o che hanno orrore della impudenza sensuale e volgare, possiedono il segreto di sorrisi come questo!
Fra le miriadi di anime che nel seguito di Maria sono ai piedi della Croce, e per le quali tu sorridi, ci sarà anche la mia, Signore? Umile, inginocchiato, sapendomi indegno, tuttavia ti chiedo un sì.
Tu che non hai scacciato dal Tempio il pubblicano (cf. Luc. 18, 6-20), per le preghiere di Maria non allontanerai da te un peccatore contrito e umiliato. Dammi dall’alto della Croce una raccia del tuo ineffabile sorriso, o buon Gesù.
L’ultima agonia
«Per le lacrime di Maria, per l’ultima agonia, abbi pietà di me». Questi versi così semplici di un cantico religioso senza pretese si incisero profondamente in me. E mi vengono in mente contemplando il vostro Volto in agonia.
Che forza in quella espressione. Ogni tappa dell’agonia sembra una fine, dalla quale sgorga non la fine ma un’altra agonia ancora peggiore.
E così, di dolore in dolore, di eccesso in eccesso, si giunge all’estrema agonia in cui la morte spezza i vincoli ultimi che legano l’anima al corpo. Ultima agonia di un corpo spaventosamente tormentato agonia di un’anima a cui la perfidia umana ha causato ogni possibile tristezza.
È la parte più atroce della Passione. Maria Santissima, che tutto vede e tutto sente, piange. Il cielo si copre. La terra si accinge a tremar di orrore.
Gli sciocchi schiamazzi della plebaglia ostile cerca di impregnare di volgarità la sublime scena. Ma intanto un grido di dolore partito dal tuo petto sale fino al cielo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mat. 27, 46).
È l’ora del trionfo supremo dell’iniquità. È anche l’ora dell’estrema misericordia, delle conversioni inattese e miracolose.
L’anima del buon ladrone parte per attenderti nel limbo. Milioni e milioni di anime, per i meriti infiniti della tua ultima agonia, per il valore supplicante delle lacrime di Maria, in tutti i secoli si convertiranno meditando questo passo della tua Passione.
Fra di esse, Signore, metti anche la mia. Rompi il ghiaccio della mia tiepida volontà. Brucia le mie vili condiscendenze con le pompe e le opere di Satana.
Fai di me un figlio della luce, forte, impavido, «terribile come esercito schierato a battaglia» contro i tuoi avversari. «Per le lacrime di Maria, per l’ultima agonia, abbi pietà di me».
La pace dopo la Passione
Tutto è compiuto: «consummatum est» (Io. 19, 30). La tua testa pende inerte. Una maestosa pace, soavissima e divina, splende in tutto il tuo corpo, sei pieno di pace, o Principe della Pace.
Ma intorno a te tutto è afflizione e sconvolgimento. Afflizione estrema nel Cuore di Maria e nel piccolo gruppo dei tuoi fedeli. Sconvolgimento nell’universo intero.
Il sole si oscura, la terra trema, il velo del Tempio si squarcia, i centurioni scappano. Ma tu resti in pace. Sì, perché tutto è compiuto.
Perché l’iniquità ha palesato la sua infamia fino alla fine. E perché tu hai palesato fino all’estremo la tua divina perfezione.
Per i meriti sovrabbondanti della tua Passione e morte, gli uomini possono riconoscere tutta la bellezza della luce e tutto l’orrore delle tenebre, perché possano essere figli della luce e inesorabili avversari delle tenebre.
Maria ai piedi della Croce
Al piede della Croce c’è Maria. Che sublimi meditazioni farà nel suo intimo Colei di cui il Vangelo narra che già agli albori della tua vita: «serbava tutte queste cose nel cuore», cioè le cose che ti riguardavano (cf. Luc. 2, 51).
Cuore Immacolato di Maria, sede della sapienza, comunicami una scintilla, anche la più piccola, della tua lucidissima e ardente meditazione sulla Passione e Morte di tuo Figlio, il mio Redentore, affinché io la serbi come fuoco sacro e purificatore nell’intimo della mia anima.
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