Il crocifisso in avorio del XVII secolo è una scultura destinata soprattutto alla devozione privata, caratterizzata da una lavorazione raffinata, da un’attenta resa anatomica e dalla capacità di tradurre nel materiale eburneo l’intenso sentimento religioso tipico dell’età barocca. Le opere più significative raffigurano spesso il Christus triumphans, cioè Cristo ancora vivo sulla croce, con gli occhi aperti, la testa sollevata e il corpo rappresentato nel momento drammatico in cui raccomanda il suo spirito a Dio Padre.
Il crocifisso in avorio del Seicento si riconosce attraverso la combinazione di iconografia, postura, trattamento del perizoma, disposizione dei chiodi, resa della ferita sul costato e qualità dell’intaglio. In alcuni casi la scultura deriva direttamente da modelli elaborati da Alessandro Algardi, la cui invenzione ebbe una straordinaria fortuna nella Roma barocca e fu replicata in avorio, argento, bronzo e altri materiali preziosi.
Il Christus triumphans nella scultura barocca
Questa splendida scultura è una vivida interpretazione barocca del Christus triumphans: ancora vivo, con gli occhi aperti e la testa sollevata nell’intento di raccomandare il suo spirito a Dio Padre. Il raffinato manufatto eburneo offre all’osservatore un’anatomia e una qualità notevoli, sia sul fronte che sul retro.
Infatti, fissando l’istante più significativo e più drammatico dell’avvenimento, incontra perfettamente l’intenso sentimento religioso tipico del Seicento. L’immagine del Cristo vivo e la presenza dei quattro chiodi che fissavano il corpo alla croce rimandano a una precisa iconografia, recuperata da modelli altomedievali.
Questa preziosa scultura testimonia la fortuna europea di tale rappresentazione in epoca barocca, anticipata in parte da Michelangelo nel celebre disegno per Vittoria Colonna (1545, Londra, British Museum). La scelta di raffigurare Cristo vivo accentua il carattere trionfale dell’immagine e si distingue dalla rappresentazione del corpo morto, con la testa reclinata e gli occhi chiusi.

Caratteristiche tecniche dell’intaglio
Come di consueto, le braccia sono scolpite separatamente e poi unite all’altezza delle spalle. Questa soluzione tecnica consentiva di lavorare con maggiore precisione le diverse parti del corpo e di ottenere una resa più articolata della muscolatura, delle mani e dei rapporti tra torso e arti superiori.
La leggerezza e l’elegante dinamicità del perizoma, che fa da eco alla potente espressione del Cristo (un riferimento esplicito al Laocoonte), così come la raffinata resa di alcuni dettagli, come ad esempio le dita delle mani e la corona di spine, fanno di questo pregiato crocifisso un esempio particolarmente intenso della scultura barocca in avorio.
L’avorio permetteva di definire con grande finezza i passaggi anatomici, le ciocche dei capelli, le spine della corona, le dita e le pieghe del perizoma. La lavorazione poteva proseguire anche sul retro della figura, aspetto particolarmente importante nelle opere concepite per essere osservate da più punti di vista.
Il modello di Alessandro Algardi
Nel Cristo qui esaminato, la fisionomia, la postura, l’estremità del perizoma sollevata dal vento, la corda tesa contro la coscia destra e l’uso di due chiodi separati nei piedi, derivano da un’invenzione di Alessandro Algardi (Bologna 1598-Roma 1654), il grande scultore attivo a Roma nella prima metà del XVII secolo.
Il confronto con il suo Crocifisso in bronzo del Palazzo Pallavicini Rospigliosi chiarisce la derivazione diretta dal modello di maggior successo della Roma Barocca, noto anche nella versione eburnea del Museo Statale di Mileto. A sinistra: A. Algardi, Crocifisso (1646 c.). Roma, Palazzo Pallavicini Rospigliosi
Intorno al 1647, infatti, l’Algardi realizzò un Crocifisso in argento per Papa Innocenzo X, alto circa 60 cm. Quel primo importantissimo modello, ora perduto, fu replicato fin da subito dai più grandi artisti per alcune celebri committenze.
| Elemento | Caratteristica |
|---|---|
| Iconografia | Christus triumphans, Cristo ancora vivo |
| Postura | Corpo eretto e testa sollevata |
| Chiodatura | Quattro chiodi e due chiodi separati nei piedi |
| Perizoma | Estremità sollevata dal vento e corda tesa contro la coscia destra |
| Modello di riferimento | Invenzione di Alessandro Algardi |
La fortuna del modello nella Roma barocca
Ne sono un esempio due crocifissi in avorio conservati a Palazzo Pitti: quello scolpito intorno al 1686 per Vittoria della Rovere da Balthasar Permoser, e quello più grande realizzato nel 1670 per il cardinale Flavio Chigi, attribuito a Lorenz Rues, passato a Cosimo III de’ Medici nel 1692; tra il 1723 e il 1726, Bernardo Holzmann ne realizzò uno in argento, su disegno di Giovan Battista Foggini, oggi nel Tesoro di san Lorenzo a Firenze.
La diffusione del modello dimostra quanto l’invenzione algardiana fosse adatta alle esigenze della devozione aristocratica e delle committenze papali. Il medesimo schema poteva essere tradotto in materiali diversi, mantenendo riconoscibili la fisionomia, la tensione del corpo, l’andamento del perizoma e il carattere intensamente drammatico della figura.

Giovanni Antonio Gualterio e i crocifissi in avorio
Un importante capitolo della produzione di crocifissi eburnei tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo è legato a Giovanni Antonio Gualterio. In data 3 maggio 2016 la casa d’aste Cambi di Genova ha battuto per 19.000 euro un “Corpus Christi” in avorio che era stato proposto con una stima di 2.500-3.000 euro e un’attribuzione, come da catalogo, a “scultore fiammingo o spagnolo attivo in Italia nella prima metà del XVII secolo”.
Sul retro della Croce si trova un’iscrizione che recita: CARD/AL/DOBRAND/P./ANT.o/CICA/LE, che ha consentito di identificare il committente in Pietro Aldobrandini (1571-1621), nipote di papa Clemente XVIII che lo ordina cardinale nel 1593.
Solo tardivamente, presumibilmente ad aggiudicazione avvenuta, l’oggetto viene attribuito a Giovanni Antonio Gualterio. Di lui sappiamo ben poco. Era nativo di Gaeta ed era noto come artefice di Crocifissi in avorio presso la corte papale tra la fine del XVI e l’inizio del XVI secolo.
Tra i tanti meriti dell’articolo vi è quello di mettere a confronto numerosi Cristi in avorio con quello, frammentario, che si trova nella Grünes Gewölbe del castello di Dresda, sul retro del quale si legge sul perizoma la scritta: F.JO.ANT.GUALTERIUS 1599, ma soprattutto di attribuire a Gualterio una serie di Crocifissi in avorio prima riuniti sotto la sigla del cosiddetto Maestro JAG, acronimo che si può ora decifrare come Joannes Antonius Gualterius.
Un’altra importante conclusione alla quale giunge l’articolo è che i Crocifissi più antichi, databili verso la fine del XVI secolo, raffigurano il Cristo morto, mentre quelli firmati JAG e datati dall’inizio del XVII secolo raffigurano il Cristo vivo.
Le opere attribuite alla sigla JAG
Desideriamo contribuire segnalando un Crocifisso in avorio presentato dalla Casa d’aste ART di Genova il 28 novembre 2006 come “scultore attivo nel XVII secolo” (stima euro 1.500-2.000) che pare fin’ora sfuggito all’attenzione della critica e che ci sentiremmo di attribuire a Giovanni Antonio Gualterio datandolo agli inizi del XVII.
Si veda il confronto tra i dettagli del perizoma nel Cristo di Cambi 2016, in quello di Art 2006 e in quello di un Cristo siglato JAG e datato 1614, presumibilmente in collezione privata, pubblicato a figura intera nell’articolo su Gualtiero citato nella nota 2.
Quanto precede pare confermare ciò che nel 2015 sosteneva l’ignoto autore dell’articolo sopra citato e cioè che “Giovanni Antonio Gualterio deve ancora percorrere molta strada prima di veder riconosciuta la sua fama presso le Case d’Asta (… a encore du chemin à parcourir avant d’asseoir sa notoriété dans les Maisons de Vente”).
| Opera o riferimento | Datazione | Caratteristica |
|---|---|---|
| Cristo frammentario della Grünes Gewölbe, Dresda | 1599 | Scritta F.JO.ANT.GUALTERIUS 1599 sul perizoma |
| Cristo siglato JAG | 1614 | Raffigurazione del Cristo vivo |
| Corpus Christi Cambi | 3 maggio 2016 | Attribuzione a Giovanni Antonio Gualterio |
| Crocifisso Art Genova | 28 novembre 2006 | Attribuzione proposta a Giovanni Antonio Gualterio |
Il crocifisso del Museo Nazionale del Bargello
Nel Museo Nazionale del Bargello è conservato un Cristo crocifisso applicato su bacheca con cornice in legno intagliata e dorata e foderata in seta broccata. Al di sopra, cartiglio in avorio incollato con l'iscrizione INRI.
Il piccolo crocifisso già ascritto ad ambito italiano del XVIII secolo, è stato anticipato alla seconda metà del XVII secolo. Si tratta di un'opera debitrice dei "modelli introdotti da Giambologna, con una rappresentazione equilibrata e misura del Cristo morto lontana da eccessi patetici" (Chiesi in Ciseri 2018, p. 423).
Questa tipologia di Cristo crocifisso ebbe grande fortuna, venendoreplicata nel XVI e XVII secolo specie in formati ridotti, adatti alla devozione privata. L'opera del Bargello può essere messa in relazione con un Cristo crocifisso di collezione privata, documentato nell'Archivio fotografico del Kunsthistorisches Institut di Firenze (neg. nn. 9386, 9390), che presenta analogie nella composizione, nei dettagli della testa, nella resa della ferita e nel disegno del panneggio (Chiesi in Ciseri 2018, p. 423).
| Voce | Dato |
|---|---|
| Materia e tecnica | Avorio |
| Ambito culturale | Ambito Italiano |
| Luogo di conservazione | Musei del Bargello - Museo Nazionale del Bargello |
| Localizzazione | Palazzo del Bargello |
| Numero d’inventario | Bargello Avori 28 |
| Codice di catalogo nazionale | 0900645282 |
| Iscrizione | I(ESUS) N(AZARENUS) R(EX) I(UDEORUM) |
| Data di compilazione | 2007 |
| Data di aggiornamento | 2022 |
Cristo vivo e Cristo morto: una distinzione iconografica
La distinzione tra Cristo vivo e Cristo morto è essenziale per comprendere la varietà dei crocifissi in avorio del XVII secolo. Il Cristo vivo presenta generalmente gli occhi aperti, il volto rivolto verso l’alto o lateralmente e il corpo ancora sostenuto da una tensione muscolare evidente.
Il Cristo morto, invece, è caratterizzato da una maggiore abbandono fisico, dalla testa reclinata, dagli occhi chiusi e da una composizione orientata verso la meditazione sul sacrificio e sulla morte. Il piccolo crocifisso del Bargello appartiene a questa seconda tipologia, mentre il modello derivato da Algardi esprime con particolare evidenza la prima.
Un esempio diverso è costituito da un crocifisso con Cristo in avorio di elefante, attribuibile alla bottega di un anonimo scultore italiano attivo nel XVII secolo. La testa del Cristo è ripiegata verso la spalla destra, rivolta verso il basso; la capigliatura ricade sulle spalle e sul costato è visibile la trafittura da cui sgorgano sangue e acqua.
La parti intime sono coperte da un perizoma e i piedi sono sovrapposti e inchiodati congiuntamente. In questo caso la figura segue una soluzione iconografica diversa da quella dei crocifissi con quattro chiodi e con i piedi fissati separatamente.
Struttura, materiali e montature
Il crocifisso poteva essere presentato isolato oppure inserito in una croce lignea, in una cornice dorata o in una bacheca destinata alla devozione domestica. La cornice poteva comprendere legno intagliato, doratura, seta broccata, ebano o altri materiali preziosi.
Un esemplare presenta un basamento in marmo nero del Belgio, quest’ultimo riconducibile al XVIII secolo, e terminali della croce in avorio. La testa del Cristo è ripiegata verso la spalla destra, rivolta verso il basso; la capigliatura ricade sulle spalle e sul costato è visibile la trafittura da cui sgorgano sangue e acqua.
Un altro manufatto è descritto come Cristo crocifisso applicato su bacheca con cornice in legno intagliata e dorata e foderata in seta broccata. Al di sopra, cartiglio in avorio incollato con l'iscrizione INRI.
La presenza di elementi posteriori o di parti appartenenti a epoche diverse deve essere considerata nella lettura dell’oggetto. Nel caso del basamento in marmo nero del Belgio, quest’ultimo è riconducibile al XVIII secolo, mentre la scultura è attribuibile a un anonimo scultore italiano attivo nel XVII secolo.
Schede esemplificative
Cristo vivo, da un modello di Alessandro Algardi
Alessandro Algardi (1598-1654), da un modello di CRISTO VIVO. Avorio. Roma. Seconda metà del XVII secolo. Cm 28 x 6 x 38,5 h. Scheda a cura del Dr. Charles Avery.
La fisionomia, la postura, l’estremità del perizoma sollevata dal vento, la corda tesa contro la coscia destra e l’uso di due chiodi separati nei piedi sono gli elementi che consentono di collegare questo tipo di scultura all’invenzione algardiana.
Crocifisso in avorio, Italia o Francia
Crocifisso con Cristo in avorio, Italia o Francia XVII secolo. Cm 23x17, entro teca centinata e dorata.
L’opera appartiene alla tipologia dei piccoli crocifissi destinati alla devozione privata, nei quali la figura eburnea poteva essere protetta da una teca e valorizzata da una cornice dorata.
Crocifisso attribuibile a una bottega italiana
Crocifisso con Cristo in avorio di elefante, attribuibile alla bottega di un anonimo scultore italiano attivo nel XVII secolo. Basamento in marmo nero del Belgio (quest’ultimo riconducibile al XVIII secolo) e terminali della croce in avorio.
Oggetto provvisto di certificato CITES (rif. CERT 2024-099). In ottime condizioni conservative come da fotografie. Si segnala qualche lieve difetto del tempo e una mancanza riguardante la base.
| Caratteristica | Descrizione |
|---|---|
| Materiale | Avorio di elefante, marmo nero del Belgio |
| Dimensioni | L 36 x H 70 cm |
| Attribuzione | Bottega di un anonimo scultore italiano attivo nel XVII secolo |
| Conservazione | Ottime condizioni conservative |
| Documentazione | Certificato CITES, rif. CERT 2024-099 |
Il ruolo della devozione privata
Questa tipologia di Cristo crocifisso ebbe grande fortuna, venendoreplicata nel XVI e XVII secolo specie in formati ridotti, adatti alla devozione privata. Le dimensioni contenute permettevano di collocare l’immagine in ambienti domestici, cappelle private, oratori e spazi di preghiera.
La riduzione di scala non comportava necessariamente una diminuzione della qualità esecutiva. Al contrario, nei crocifissi in avorio la piccola dimensione poteva accompagnarsi a una lavorazione estremamente minuziosa, soprattutto nella definizione del volto, della corona di spine, delle mani, del costato e del panneggio.
La cornice, la croce e la teca svolgevano inoltre una funzione visiva e devozionale: proteggevano la scultura e ne sottolineavano il carattere prezioso, trasformando l’oggetto in un’immagine destinata alla contemplazione ravvicinata.
'IL CROCIFISSO del Maestro di Guadalcanál': EIKE SCHMIDT racconta
Elementi utili per l’attribuzione
L’attribuzione di un crocifisso in avorio del XVII secolo si fonda sul confronto tra iconografia, anatomia, postura, qualità dell’intaglio e dettagli ricorrenti. Sono particolarmente importanti la forma del volto, il modo di scolpire i capelli, l’andamento del perizoma, il trattamento della ferita sul costato e la disposizione dei piedi.
Nel caso dei crocifissi collegati a Giovanni Antonio Gualterio, assumono rilievo le iscrizioni e le sigle, come la scritta F.JO.ANT.GUALTERIUS 1599 e la sigla JAG. Nel caso delle opere derivate da Algardi, il confronto con il modello del Palazzo Pallavicini Rospigliosi permette di riconoscere la continuità della fisionomia, della postura e dei dettagli del panneggio.
La documentazione storica può fornire ulteriori elementi, ma la valutazione resta legata alla lettura diretta della scultura. Le differenze tra Cristo vivo e Cristo morto, così come le variazioni nel sistema di chiodatura, non sono semplici particolari tecnici, ma indicano orientamenti iconografici e modelli artistici differenti.
Conservazione e identificazione dei materiali
La conservazione di un crocifisso in avorio richiede attenzione sia alla scultura sia alla croce, alla cornice e agli eventuali elementi aggiunti. Le diverse parti possono appartenere a epoche differenti, come nel caso di una scultura del XVII secolo associata a un basamento riconducibile al XVIII secolo.
La presenza di avorio di elefante comporta inoltre la necessità di una documentazione specifica. Nel caso dell’esemplare provvisto di certificato CITES, il riferimento indicato è CERT 2024-099.
Le condizioni conservative devono essere valutate osservando eventuali mancanze, difetti del tempo, fratture, modifiche alla base, integrazioni, alterazioni della doratura e interventi sulla cornice. La descrizione di un’opera può distinguere chiaramente tra lo stato della figura in avorio e quello degli elementi di supporto.
Il significato storico e artistico
Il crocifisso in avorio del XVII secolo unisce la tradizione cristiana dell’immagine devozionale alla cultura dello scultore barocco. La materia preziosa, la scala spesso ridotta e la precisione dell’intaglio favoriscono una visione ravvicinata, nella quale l’osservatore può cogliere tanto l’intensità spirituale quanto la virtuosità tecnica.
La presenza di modelli condivisi, come quello di Alessandro Algardi, non annulla le differenze tra gli artisti e le botteghe. Ogni scultore poteva intervenire sulla fisionomia, sull’espressione, sulla dinamica del perizoma, sulla resa dei capelli e sulla definizione anatomica, mantenendo però riconoscibile l’impianto generale dell’invenzione.
Attraverso opere attribuite ad Alessandro Algardi, Giovanni Antonio Gualterio, Balthasar Permoser, Lorenz Rues e ad anonimi scultori italiani, il crocifisso in avorio appare come una delle forme più raffinate della produzione religiosa europea tra la fine del Cinquecento e il pieno Seicento.
tags: #crocifisso #avorio #xvii