La domanda «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67) viene rivolta da Gesù ai Dodici nel momento in cui molti discepoli, scandalizzati dalle sue parole sul pane della vita, tornano indietro e smettono di seguirlo. Non è una domanda retorica né un tentativo di trattenere qualcuno con la forza: è una chiamata alla libertà, alla responsabilità e a una decisione personale.
La risposta di Pietro interpreta il cuore della fede cristiana: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). Pietro non pretende di aver compreso tutto, ma riconosce che nessun’altra strada conduce alla vita piena come quella di Gesù.
Il contesto del Vangelo: una parola difficile
Nel capitolo sesto del Vangelo di Giovanni, Gesù si è rivelato come pane di vita nella sinagoga di Cafarnao: ha detto la verità su se stesso e sull’umanità. Chi lo accoglie e si nutre di Lui, della sua Parola e dell’Eucaristia, ha la vita eterna.
Il discorso sul pane di vita, partendo dal segno dei pani e dei pesci, giunge a proclamare quanta intimità Dio voglia stabilire tra la sua santità e la nostra natura creaturale. Offrendoci la sua vita come un pezzo di pane, che si lascia masticare e metabolizzare per dare vita, il Signore Gesù vuole assicurarci che la nostra intimità con la santità di Dio si può esprimere soltanto con la disponibilità ad accogliere l’alterità della sua natura d’amore.
Per questo molti discepoli reagiscono dicendo: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Le parole di Gesù, per molti, sono dure come un macigno. Chiedono di passare dalla visione carnale a quella spirituale, dalla prospettiva semplicemente umana di vedere le cose, a quella divina.
La verità non è mai a buon mercato: quando tocca il cuore dell’uomo lo porta verso la decisione. Si deve necessariamente prendere una posizione: accettarla o rifiutarla. Molti discepoli non sono capaci di andare fino in fondo.
Il testo evangelico
«Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?”. Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono”» (Gv 6,60-64).
«Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”» (Gv 6,66-69).
Una domanda rivolta ai discepoli più vicini
«Volete andarvene anche voi?» (6,67). La domanda è chiara ed è rivolta ai Dodici, cioè agli amici più fidati. Nel momento in cui molti discepoli si allontanano perché non comprendono le parole del Maestro (6,66), Gesù non teme di lanciare una sfida che chiama in causa tutti e ciascuno.
Gli apostoli sono stupiti, anche per loro le parole di Gesù appaiono incomprensibili. Il distacco di tanti amici della prima ora certamente li amareggia. Avrebbero bisogno di essere consolati e aiutati a comprendere. Quella domanda, invece, suona come una sveglia che li costringe a prendere posizione.
Finora la predicazione di Gesù ha suscitato un’esaltazione emotiva che ha soffocato le domande decisive. L’iniziale entusiasmo non basta più, è il momento di compiere una scelta meditata e consapevole.
Gesù ha rivelato se stesso come pane di vita, nella sinagoga di Cafarnao: ha detto la verità su se stesso e sull’umanità. Chi lo accoglie e si nutre di Lui, della sua Parola e dell’Eucaristia, ha la vita eterna.
La libertà di scegliere
Gesù, inoltre, continua ad interpellare la libertà anche di coloro che gli sono più vicini: Volete andarvene anche voi? Il Maestro non vuole burattini passivi, ma interlocutori consapevoli e decisi, che lo scelgano sempre di nuovo.
Questa domanda è davvero liberante, perché non costringe alcuno alla sequela. Insieme è provocante, perché ci indica che le esigenze che egli ci propone non dipendono dalle nostre voglie del momento, ma rispondono ad una oggettività che viene dal suo messaggio.
Si tratta di prendere una decisione: non c’è nessun Dio che mi vuole trattenere. Tutt’al più c’è un Dio che desidera sopra ogni cosa che io mi decida per Lui in maniera piena, essendo ben cosciente che devo seguire Lui, che devo andargli dietro da umile discepolo che non conosce la strada ma si affida giorno per giorno alla Sua parola e alla Sua guida.
Domandando ai suoi se anche loro vogliono andarsene, li attiva in una presa di posizione personale. Non si sta con Gesù superficialmente, ma decidendo personalmente di stare accanto a Lui, condividendo la sua missione, con tutto ciò che comporterà.
La fede non può essere delegata
La risposta di Pietro, in nome dei dodici, è davvero una professione di fede valida per tutti i tempi: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
Ma questa è la risposta di Pietro, non la nostra, perché ognuno di noi è insostituibile nella presa di posizione personale. In questo senso è proprio vero che nessuno può credere al posto nostro.
Gesù il «grande traghettatore», colui che ci porta da questo mondo al Padre; nella stessa direzione si muove la sua Chiesa, che è assolutamente necessaria e insieme relativa, perché essa può e deve accompagnarmi, sostenermi, sorreggermi, ma non può rispondere al mio posto, che è unicamente mio.
Ognuno di noi, è bene ribadirlo, si trova personalmente al cospetto di Dio e deve rispondere alle domande del Vangelo, che ci sono assolutamente contemporanee ed esigono una presa di posizione personale e non cedibile.
«Da chi andremo?»
Nel prevedibile imbarazzo generale, Pietro accoglie la sfida e risponde con parole che forse nemmeno lui capisce bene, parole dettate dal cuore più che dalla ragione, cariche di affetto più che di razionale consapevolezza: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (6,68).
Pietro ha fiducia in Gesù, anche lui forse non ha capito bene quello che Gesù ha detto ma per nulla al mondo vuole staccarsi da Lui. La risposta di Pietro è quella che noi siamo chiamati a dire, soprattutto nel tempo della prova, quando il cielo si offusca e le domande restano senza risposta.
Tu solo, dobbiamo dire a Gesù, di Te e solo di Te ci fidiamo. «Tutti da Te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno», dice il salmista. Il buon Dio non fa mancare il pane ai suoi figli.
La risposta di Pietro non nasce dalla pretesa di aver risolto ogni difficoltà. Nasce dalla relazione con Gesù e dalla certezza che, anche quando la sua parola appare dura, nessun altro possiede parole capaci di dare alla vita un significato pieno e definitivo.
Le parole di Gesù sono spirito e vita
Gesù dice: «È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita» (Gv 6,63). Agostino di Ippona chiarisce che la carne non giova a nulla nel senso in cui quei discepoli la intesero: essi la intesero nel senso di carne morta, non nel senso di carne resa viva dallo Spirito.
Se infatti la carne non giovasse a nulla, il Verbo non si sarebbe fatto carne per abitare tra noi. Se tanto ci ha giovato il Cristo, mediante la carne, come si può dire che la carne non giova a nulla? Ma è lo Spirito che mediante la carne ha operato la nostra salvezza.
La carne fu come il vaso: considera ciò che portava, non ciò che era. Perciò dice: «Le parole che vi ho detto sono spirito e sono vita».
Il quarto vangelo non riporta il momento dell’ascensione di Gesù al Padre, considerando già il momento della morte in croce come la definitiva ascesa del Verbo di Dio alla destra della gloria del Padre.
Pane di vita e comunione con Cristo
Abbiamo già detto, o fratelli, che cosa ci raccomanda il Signore nel darci da mangiare la sua carne e da bere il suo sangue: che noi dimoriamo in lui e lui in noi.
Ora, noi dimoriamo in lui, se siamo le sue membra; egli dimora in noi, se siamo il suo tempio. È l’unità che ci compagina facendoci diventare membra di Cristo.
Ma che cos’è quest’unità se non la carità? Niente deve temere un cristiano, quanto l’essere separato dal corpo di Cristo.
Chi infatti si separa dal corpo di Cristo non è più suo membro; se non è suo membro, non può essere animato dal suo Spirito. «Che se qualcuno, dice l’Apostolo, non possiede lo Spirito di Cristo, non gli appartiene» (Rm 8,9).
Una parola che non fa sconti
Di fronte alla verità dell’annuncio Gesù non appare come il maestro pronto a fare degli sconti. La vita piena e abbondante che è venuto ad portare in nome del Padre suo non è a buon mercato: implica la necessità per lui di offrire la sua vita, che deve, come ogni seme, morire per poter germogliare.
È la verità eucaristica per cui ogni dono deve essere offerto perché possa portare frutto: tale verità non riguarda solo l’esistenza del Signore tra noi, ma la vita di ogni suo discepolo, che sarà chiamato ad essere memoria e attualizzazione del suo stile di vita.
Queste sono le esigenze del regno che viene, e non è possibile eluderle. Qui si vede chiaramente come Gesù sia uno che non fa campagna elettorale, che non è in giro a cercare consensi da nessuno.
Di fronte alla defezione di «molti dei suoi discepoli» si potrebbe immaginare un Gesù che abbassi il tiro e le esigenze della chiamata per ritrattare il loro abbandono o per trattenersi almeno quelli della cerchia più intima. Invece avviene esattamente il contrario.
Non trattiene quanti se ne vanno, perché se qualcuno vuole stare con Lui deve essere lì in piena e assoluta libertà. Gesù non può arrischiare di avere con sé persone che non accolgano la pienezza della sua rivelazione, le cui esigenze non sono nemmeno fissate da Lui, ma gli vengono dal Padre suo che è nei cieli.
La durezza della verità
La persona di Gesù, vero Dio e vero uomo continua a scandalizzare tanti. Non tutti si lasciano attirare dal Padre verso la Verità del Figlio incarnato, morto e risorto per noi.
Alcuni addirittura decidono deliberatamente di voltargli le spalle: è la tremenda possibilità del tradimento, del rifiuto e del no al suo amore e alla sua amicizia.
Quando si incontra davvero Cristo si deve necessariamente prendere una decisione: accogliere la sua persona e seguirlo, oppure rifiutarlo e andarsene per la propria strada, tertium non datur!
«Chi non è con me, è contro di me. Chi non raccoglie con me, disperde» (Lc 11,23).
Gesù non ha la possibilità di indietreggiare di un millimetro dalla sua pretesa inaudita: quella di rappresentare il Padre suo e portare la sua volontà, costi quel che costi, perché non è il padrone della sua missione, non la possiede come sua proprietà.
Egli stesso è disponibile ad essa e alle sue esigenze: egli non è un libero battitore, ma possiede un’autorità verso di noi perché ne riceve l’autorizzazione dal Padre suo.
La crisi della sequela
Quante volte nella nostra vita abbiamo trovato il linguaggio di Dio duro, incomprensibile, difficile da accettare? Quante volte quello che ci è capitato ci è sembrato ingiusto, ci è sembrato «troppo» da sopportare?
Quante volte abbiamo pensato: «Abbiamo già dato…». Oppure: «Non mi potrà chiedere qualcosa di più di questo». E invece, ecco che la vita ci ha chiesto ancora di più, in modo inaspettato, quasi che si volesse accanire contro di noi o qualche persona a noi cara.
E ogni volta è come risuonata la domanda rivolta, quel giorno, da Gesù ai suoi discepoli più fedeli: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67).
Aveva appena terminato uno dei suoi discorsi più difficili e controversi, provocando l’ira e la delusione di tanta folla che lo aveva seguito sperando da lui la risoluzione di ogni loro problema. Così se ne erano andati, irritati e confusi.
A volte ci sembra che riaccada a noi la stessa cosa. È come se Cristo ci chiedesse se vogliamo andarcene come hanno già fatto in tanti prima di noi: amici, compagni di scuola, colleghi, famigliari…
Il mondo ha da tempo fatto la sua scelta. Me lo diceva qualche giorno fa una cara amica, di fronte alla sofferenza della sorella: «Dimmelo tu se è giusto: la gente onesta deve soffrire in questo modo, mentre chi se lo meriterebbe vive a lungo e senza scrupoli».
La fatica di restare
Una delle crisi che più mi spaventa, e che mi pare abbastanza diffusa in tanti ambienti e settori, è la crisi legata alla fatica di restare, a tanti livelli.
Di solito, quando siamo di fronte a qualche difficoltà, a qualche delusione, a qualche fatica, ci sono almeno due vie d’uscita: o stringere i denti e andare avanti, aumentando l’impegno e cercando nuove motivazioni che ci aiutino a rideciderci, oppure tirare i remi in barca e lasciare tutto, magari accampando qualche scusa più o meno valida.
Mi pare che, in questo particolare periodo storico, un po’ tutti siamo davanti a questo bivio e ho come l’impressione - ma forse mi sbaglio - che un buon numero di persone scelgano la seconda strada, quella dell’andarsene: dal gruppo, dall’associazione, dalla partecipazione agli incontri, dalla messa, dalla parrocchia…
Mi pare che, per molti versi, si stia ripresentando la medesima situazione che ci ha descritto il vangelo: davanti alle parole dure di Gesù la folla è tornata indietro e ha smesso di seguirlo.
Non c’è dubbio che parole come volontariato, gratuità, tempo, messa, impegno, prove, catechesi, riunione, incontro, gruppo, siano «parole dure», davanti alle quali ogni tanto ci viene la tentazione di lasciare, di andarcene, di chiudere… e, in certi casi, è giusto così.
Discernere che cosa lasciare e che cosa custodire
Perché in tutte le comunità, civili o religiose che siano, ci sono quelle che, prendendo in prestito un vocabolario medico, potremmo chiamare situazioni «di accanimento terapeutico», vale a dire realtà, gruppi, associazioni, “cose” che si trascinano stanche da troppo tempo, ma che noi cerchiamo di tenere in piedi, tamponando di qua e di là, perché sono “cose” storiche, tradizionali, dal buon nome, “cose” che solo per il fatto che ci sono sempre state devono continuare a esserci.
Siamo onesti: in alcuni casi il Covid ci ha dato una buona opportunità e il coraggio necessario per mettere la parola fine ad alcune di queste “cose” che andavano chiuse e queste chiusure le abbiamo fatte, in alcuni casi con dispiacere, in altri con una certa serenità e magari anche tirando un sospiro di sollievo.
Ci sono però tante altre “cose” che avrebbero bisogno di rimanere aperte, ma che noi invece rischiamo di chiudere con la scusa del Covid, assecondando quello che potremmo chiamare «principio pigrizia».
Ci sono alcune “cose” importanti, a tanti livelli, “cose” che, oggi più che mai, per poter continuare a esistere hanno bisogno di essere riabbracciate, ripensate con modalità nuove e motivazioni rinnovate.
Sicuramente sono animato dalla «deformazione professionale», ma ritengo che tra queste “cose” importanti ci sia anche la nostra fede, il nostro rapporto con Dio, la partecipazione attiva alla vita della nostra comunità parrocchiale… tutte cose certamente non facili da vivere e che rischiano di essere spente, che sono in crisi, e ci pongono una domanda a cui non si può sfuggire, la domanda che Gesù pone ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?».
La fedeltà oltre l’abitudine
Anche noi siamo stati scelti dal Signore quando ci ha chiamati alla vita e poi ci ha inseriti nella sua famiglia con il battesimo, ci ha ammessi alla sua stessa mensa nell’eucaristia.
A nostra volta, abbiamo rinunciato a Satana, ci siamo impegnati a non cedere alla seduzione degli idoli, per scegliere di servire fedelmente il Signore.
Ma sappiamo il seguito di questa umana-divina commedia: mentre Lui rimane fedele, noi ripieghiamo facilmente verso il compromesso, cercando di servire tacitamente due padroni.
E così la storia va avanti, oscillando continuamente tra i due poli, tra Dio e il nostro vitello d’oro, mescolando fifty-fifty fede e infedeltà, adorazione e superstizione, vangelo e oroscopo, devozione ai santi e adesione ai miti correnti.
Il nostro rischio non è quello di diventare increduli, ma idolatri: non sono idoli seducenti l’avere, il potere, l’apparire?
Oggi viviamo in un tempo in cui non possiamo più essere cristiani per abitudine, per tradizione, per convenienza o per convenzione sociale. Mai come oggi ci viene continuamente riproposta la domanda di Gesù: «Volete andarvene anche voi?».
Gli idoli e le scelte quotidiane
Certo, non siamo tentati di venerare la statua della dea Venere o del Dio Marte, ma di idolatrare i valori - o presunti tali - della Bellezza fisica, del Piacere a tutti i costi, del Successo senza scrupoli, del Denaro, del Benessere, dell’Immagine, della Moda.
Almeno una volta all’anno la Chiesa ci convoca a rinnovare solennemente la nostra alleanza con Cristo Signore, la notte di Pasqua, e in ogni eucaristia domenicale.
Ma poi di volta in volta, in casa o sul posto di lavoro, a scuola o nel tempo libero, in banca o in ospedale, ci si presentano occasioni in cui non possiamo zoppicare da ambo i piedi, e siamo chiamati a scegliere.
La scelta è tanto più necessaria oggi, in un momento in cui, come cristiani, non possiamo assistere impotenti o rassegnati alla crisi culturale e sociale dei nostri giorni.
Stiamo vivendo tempi in cui essere cristiani è tornato a costare, ma questo, se rende la nostra scelta più difficile e urgente, la fa risultare anche più preziosa e feconda.
La scelta di Sichem e la scelta dei Dodici
Anche la prima lettura ci riporta un momento decisivo e altamente drammatico della storia di Israele. Il Signore aveva eletto il popolo ebraico, lo aveva liberato dalla schiavitù, lo aveva sollevato come su ali di aquila, colmandolo di doni, con benevolenza tenerissima e squisita gratuità.
Ora che questo popolo sta per prendere possesso della terra promessa, il Signore esige una decisione: «Chi scegliete, YHWH o gli dèi stranieri?».
Giosuè cominciò a raccontare, in nome di Dio: «Io presi il padre vostro Abramo da oltre il fiume… Poi mandai Mosè e Aronne e colpii l’Egitto con prodigi… Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire…».
Scegliete, altrimenti saranno altri a scegliere: allora i comodi rituali delle popolazioni Amorree; oggi gli amici, i colleghi, l’andazzo generale. Di fronte a Dio o fai una scelta o la subisci. Se però la subisci, non sei più libero.
«Quanto a me e alla mia casa, vogliamo servire il Signore, che ha fatto uscire noi e i padri nostri dall’Egitto…». «Allora il popolo disse: “Lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dei!… noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio”».
Come qui, anche lì Gesù provoca i suoi a schierarsi, dopo aver registrato le opinioni della gente sul suo conto: «Ma voi, chi dite che io sia?». E Pietro rispose: «Tu sei il Cristo» (Mc 8,30).
Questa sequenza evangelica viene identificata dagli storici come l’“equivalente giovanneo” della confessione di Pietro a Cesarea di Filippo.
La fede come relazione viva
Solo la fede, come relazione viva e vivificante con Lui, può portare alla maturazione di questo sguardo. Non tutti si lasciano attirare dal Padre verso la Verità del Figlio incarnato, morto e risorto per noi.
La fede cristiana non consiste soltanto nell’adesione esteriore a formule, abitudini o tradizioni. Se da una parte questo deve portarci ad una necessaria riflessione sul modo in cui noi cristiani siamo testimoni del Vangelo, dall’altra parte deve far crescere in noi la consapevolezza che Dio vuole discepoli veri, che al di là dell’adesione formale ed esteriore, abbiano una vera relazione di fede e di amore con Lui.
In questa domenica, riflettiamo anche noi attentamente sulla nostra posizione: siamo con Lui o contro di Lui? È solo leggendoci dentro con serietà e onestà che possiamo capire se vogliamo stare con Lui oppure no, non con le parole e le idee, ma con il cuore e la vita.
Tra poco rinnoveremo la nostra professione di fede, ma prima cerchiamo di rimanere qualche istante in silenzio per fissare una domanda che faremo bene a riprendere poi con più calma: da quali segni nella mia vita gli altri capiscono che «ci credo»?
Quindi, al termine della recita del Credo, restiamo ancora raccolti per un’altra brevissima sosta, per dire dal più profondo del cuore, con le parole di quell’uomo del vangelo: «Signore, io credo, ma tu aiutami nella mia incredulità» (Mc 9,24).
La Chiesa come minoranza fedele
I discepoli di Cristo devono necessariamente passare attraverso questo cammino di crescita per riduzione. La Chiesa, infatti, non cresce secondo la logica numerica, ma per intensità di adesione a Cristo.
Lo stesso popolo di Israele, nella tradizione profetica ad un certo punto è diventato un «resto fedele».
È di grande consolazione sapere questo oggi, mentre tanti Paesi di cosiddetta tradizione cristiana vedono vertiginosamente ridurre la presenza numerica del cristianesimo.
La provocazione di Gesù è più attuale che mai, perché la Chiesa diviene sempre di più una minoranza all’interno di un mondo globalizzato le cui leggi sono la concorrenza spietata, il godimento illimitato e la frenesia esistenziale.
Minoranza numerica che però è chiamata ad essere significativa, creativa e più vivace che mai. Nella logica qualitativa del sale, della luce e del lievito, che, pur in modestissime quantità, fanno la differenza perché offrono sapore, chiarezza e digeribilità alla vita di un mondo che appare sempre più nauseante, oscuro e indigesto.
Restare nella prova
La domanda di Gesù torna a risuonare ogni volta che la vita ci mette davanti alla sofferenza, alla delusione, all’incertezza o a una richiesta che non comprendiamo.
Ma se ci mettiamo nei panni di Gesù, capiamo che anche per lui quel momento non deve essere stato facile: lui che era il Figlio di Dio, si era fatto uomo per far conoscere il Padre al mondo intero e dopo trent’anni di vita privata e tre di miracoli, discorsi, segni di vario tipo, in quel momento vedeva che tutti se ne stavano andando, lo stavano abbandonando.
Immagino con quale tremore, con quale trepidazione, avrà rivolto a Pietro e agli altri quella domanda, col cuore umanamente sospeso per il timore che anche loro se ne sarebbero potuti andare e lui avrebbe dovuto ricominciare da capo, con altra gente che fosse disposta a seguirlo, nonostante il suo linguaggio potesse apparire duro e incomprensibile.
Eppure, nella nostra vita non ci sono solo questi momenti di prova, di domanda, di dubbio. Ci sono anche tanti momenti in cui ci vengono dati dei segni, piccoli o grandi, della sua presenza, della sua cura per noi, della sua fedeltà.
La comunione rende possibile il sì
Perché è dentro un’esperienza di comunione che diventa possibile il «sì» di ciascuno di noi.
Ci sono tanti momenti in cui ci vengono dati segni della sua presenza, della sua cura per noi. Un anno fa ero stato, assieme a don Francesco, a dire messa a casa sua, con suo marito, i suoi figli, i suoi genitori.
Il fatto di essere lì, quel giorno, dopo tanti anni dal nostro primo incontro avvenuto dall’altra parte del mondo, era il segno che Dio aveva conservato in tutto questo tempo il nostro «sì», conducendoci attraverso strade differenti, anche impervie e dolorose, perché ci potessimo ritrovare insieme, in quel momento, a rispondere alla stessa domanda fatta da Gesù ai suoi discepoli e per dirgli che… «no, non ce ne siamo andati».
Per questa ragione, sentiamo vere le parole con cui Pietro risponde alla domanda di Gesù: «Signore, se andiamo via da Te, da chi andremo?», perché solo Lui ha «parole di vita eterna» (cfr. Gv 6,68), parole, cioè, che danno alla nostra vita un respiro più grande, che ci aiutano a guardare alle nostre gioie e alle nostre fatiche dentro una prospettiva più luminosa, quella dell’eternità, che riempie di speranza ogni istante dell’esperienza che viviamo.
Noi siamo assieme per aiutarci nel sostenere la nostra risposta a quella domanda di Gesù, senza smettere di domandare, anche noi, che ci renda più chiaro il mistero che si cela dietro a tutte quelle parole e a tutte quelle circostanze che ancora facciamo fatica a capire.
Una domanda per ogni uomo
Quella domanda di Cristo batte a una certa ora per ogni uomo: «Non vi basto? vi opprimo? vi deludo?». E giova allora rispondere, in sincerità di parole e di passioni verso di lui e verso noi stessi.
La domanda sconsolata di Gesù raggiunge anche noi oggi: «Volete andarvene anche voi?». Ci lascia liberi: e fa bene che ce lo diciamo e ripetiamo: possiamo prendere la porta e andarcene…
Qualche volta nella vita mi è venuta la voglia di seguire il figlio prodigo. Ma oggi mi guardo intorno in questa chiesa; e credo di non essere l’unico che, nonostante tutti i dubbi e i trambusti della vita, riprenderei le parole dell’amico Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna».
Sono solo parole? Sì, sono parole, ma sono parole importanti, sono sincere. Perché, in ogni caso, sono parole che affidiamo al Signore: lui le accoglie, le prende e le vivifica: «È lo Spirito che dà la vita».
Una preghiera di affidamento
Signore, fa di me ciò che vuoi! Non cerco di sapere in anticipo i tuoi disegni su di me, voglio ciò che Tu vuoi per me.
Non dico: «Dovunque andrai, io ti seguirò!», perché sono debole, ma mi dono a Te perché sia Tu a condurmi. Voglio seguirTi nell’oscurità, non Ti chiedo che la forza necessaria.
O Signore, fa’ ch’io porti ogni cosa davanti a Te, e cerchi ciò che a Te piace in ogni mia decisione e la benedizione su tutte le mie azioni.
Come una meridiana non indica l’ora se non con il sole, così io voglio essere orientato da Te, Tu vuoi guidarmi e servirTi di me. Così sia, Signore Gesù!
