Codici dell’esegesi biblica: metodi, criteri e livelli di interpretazione

L’esegesi biblica è l’interpretazione critica dei testi, specialmente dei testi biblici, finalizzata alla comprensione del significato. Il suo compito non consiste soltanto nel ripetere ciò che il testo «dice», ma nel comprendere e mettere in luce ciò che l’autore intendeva comunicare attraverso le parole, il genere letterario, la cultura e la situazione storica in cui il testo è stato composto.

Lo studio della Bibbia deve essere «come l’anima della Sacra Teologia» (DV 24). Ne risulta che la questione dei metodi esegetici riveste un’importanza fondamentale per il lavoro teologico, perché l’esegesi deve approfondire il senso della Scrittura ispirata e contribuire alla sua comprensione nella fede, senza ridursi né a una semplice ricostruzione storica né a una ricerca astratta di significati nascosti.

Che cosa significa «esegesi»

Dal greco exeghèomai, «spiego, interpreto», l’esegesi è la scienza che elabora e applica un metodo pratico capace di condurre alla comprensione del senso del testo biblico. Il termine greco ἐξήγησις, exéghēsis, deriva dal verbo ex-egheomai: «condurre fuori», «estrarre», quindi indicare la spiegazione interna di un testo.

L’esegesi ha una forte affinità con la critica testuale o filologia testuale e con l’ermeneutica, che è la scienza della corretta esegesi di un testo, e del testo biblico in particolare. Spesso, in casi di dubbio sulla corretta lezione di un termine, si deve ricorrere alla paleografia. Lo specialista o l’esperto in esegesi si chiama esegeta.

I due termini, esegesi e interpretazione, potrebbero essere intesi come equivalenti, poiché l’esegesi è il commento o la spiegazione, quindi l’interpretazione, di un testo biblico. Secondo questa accezione comune, esegesi o interpretazione o ermeneutica sono sinonimi.

Nell’uso recente però si è soliti distinguere i significati dei due vocaboli. L’interpretazione o ermeneutica è la teoria specifica che riguarda la comprensione dei testi, oppure lo studio del senso dei testi a partire da problematiche attuali; l’esegesi invece è l’attuazione o la pratica concreta dell’interpretazione mediante strumenti e metodi adeguati.

Il compito dell’esegeta

Compito dell’interprete è di comprendere e mettere in luce il senso del testo che legge e non solo ripetere e registrare ciò che il testo «dice». Infatti è necessario distinguere accuratamente due livelli: quel che viene «detto» e ciò che «si intende dire» o affermare.

Si può, per esempio, dire qualcosa per scherzo o ironicamente o con qualche particolare modo di esprimersi o con una certa ambiguità voluta. Interpretare significa dunque afferrare il significato inteso dall’autore ed espresso effettivamente nel testo scritto.

A volte il testo scritto può caricarsi di significati anche non compresi in tutta la loro profondità dall’autore, che potrebbe averne avuta solo una percezione intuitiva. In altre parole, l’interprete cerca la «verità» di fatto trasmessa e verbalizzata mediante la scrittura.

Nel caso della Bibbia, il credente riconosce in quella verità la rivelazione divina cui aderisce con la fede. La lettura critica, cioè razionalmente rigorosa e documentata, è ritenuta necessaria dal Vaticano II per l’integrale comprensione della Bibbia come parola di Dio.

Esegesi, teologia e Parola di Dio

Secondo la formula ben conosciuta della Costituzione Dogmatica «Dei Verbum», lo studio della Bibbia deve essere «come l’anima della Sacra Teologia» (DV 24). Questa formulazione rende più esplicito il rapporto necessario tra la teologia e l’esegesi.

Se per «usare» la Scrittura basta citarla in qualche traduzione corretta, non è possibile «studiarla» senza mettersi alla scuola degli esegeti. In fin dei conti, la frase del Concilio richiede dunque che l’esegesi sia come l’anima della teologia.

Tale richiesta non va intesa in senso unilaterale, cioè come un obbligo imposto ai soli teologi di tenersi al corrente delle ricerche esegetiche, ma comprende anche conseguenze corrispondenti per gli stessi esegeti cattolici: essi debbono praticare l’esegesi in modo tale che possa effettivamente essere «come l’anima della Teologia».

Essi debbono avere dell’esegesi un concetto che sia confacente a questa alta missione ed adoperare dei metodi di studio adeguati. Non si può dire che tutti gli esegeti cattolici si mostrino consapevoli di questa esigenza e vi si conformino.

La complessità dello studio esegetico dei testi biblici è divenuta tale che non è possibile a ciascun esegeta affrontarla interamente. La divisione del lavoro è imprescindibile.

La Dei Verbum e i criteri dell’esegesi cattolica

La magna charta dell’esegesi cattolica contemporanea è la costituzione dogmatica Dei Verbum del concilio Vaticano II del 1965. Essa enuncia i principi fondamentali di una corretta esegesi biblica dal punto di vista della Chiesa cattolica, chiudendo definitivamente un’epoca in cui l’approccio critico alla Bibbia non è stato sempre pacificamente ammesso.

«Poiché Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, l’interprete della sacra Scrittura, per capir bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole.»

«Per ricavare l’intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l’altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione.»

«È necessario adunque che l’interprete ricerchi il senso che l’agiografo in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere e ha di fatto espresso.»

«Per comprendere infatti in maniera esatta ciò che l’autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originali modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell’agiografo, sia a quelli che nei vari luoghi erano allora in uso nei rapporti umani.»

«Perciò, dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell’analogia della fede.»

È compito degli esegeti contribuire, seguendo queste norme, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della sacra Scrittura, affinché mediante i loro studi, in qualche modo preparatori, maturi il giudizio della Chiesa.

Quanto è stato detto sul modo di interpretare la Scrittura è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio.

I tre criteri teologici fondamentali

  • L’unità di tutta la Scrittura: i singoli testi devono essere interpretati nel rapporto con l’insieme della rivelazione biblica.
  • La tradizione viva della Chiesa: il testo è letto nella continuità della fede e della trasmissione ecclesiale.
  • L’analogia della fede: i singoli passaggi vengono compresi a partire dall’insieme coerente della fede cristiana.

Il criterio fondamentale è comprendere ciò che l’autore biblico ha voluto esprimere attraverso il linguaggio e la cultura del suo tempo. Gli studi esegetici sono in funzione della formazione del giudizio da parte dell’autorità della Chiesa: l’esegeta quindi non è l’ultima istanza interpretativa.

Il metodo storico-critico

La prima tappa dello studio scientifico di uno scritto biblico consiste, come per tutti gli scritti antichi, nello stabilirne il tenore esatto, nella misura del possibile. Il metodo storico-critico considera il testo nella sua dimensione storica, spiegandone l’origine, il processo di formazione, il contesto e la trasmissione.

Un lavoro di secoli si è misurato con questi problemi, affinando metodi sperimentati e proponendone di nuovi, sulla base degli stimoli provenienti dagli studi filologici o dalle scienze umane, come la psicoanalisi, lo strutturalismo e l’analisi materialista della storia.

Nonostante l’utilità di molte osservazioni e proposte offerte da questi metodi, nessuno di essi è in grado di offrire da solo un itinerario di ricerca completo, mentre i loro suggerimenti possono essere incorporati nel complesso programma del metodo storico-critico.

Le fasi principali del metodo storico-critico

FaseFunzione
Critica testualeStabilire il testo più affidabile mediante il confronto dei testimoni antichi.
Critica filologicaComprendere lingue, termini, grammatica, stile e tradurre il testo.
Critica letterariaStudiare generi, fonti, tradizioni, forme e redazione.
Critica storicaCollocare il testo nel suo contesto e valutarne i riferimenti storici.

La critica testuale

La critica testuale è il primo compito dell’interprete. Consiste nello stabilire un testo affidabile in base a un confronto critico tra le varie testimonianze dei manoscritti antichi, non essendo per noi disponibile il testo originale dei libri biblici.

Questo compito è molto più complicato per i testi della Bibbia che per quelli della letteratura profana, della patristica o della teologia medioevale, a causa dell’immensa quantità e varietà dei testimoni: papiri, codici, citazioni e traduzioni antiche.

Occorre ricercare, esaminare, valutare e confrontare questi testimoni. Questa disciplina è affare di specialisti accuratamente formati, che siano in grado non solo di applicare con discernimento un certo numero di regole, ma anche di promuovere il progresso della metodologia, mai definitivamente fissata.

Prima della scoperta dei famosi rotoli di Qumran (1947), i manoscritti ebraici dell’Antico Testamento ritenuti più antichi risalivano al IX secolo d.C. Nelle grotte di Qumran furono ritrovati dei rotoli del I-II secolo a.C., contenenti parte della Bibbia ebraica secondo un testo sostanzialmente identico a quello già noto.

Fu la conferma dell’attendibilità della trasmissione fedele della Bibbia. Oggi il lettore della Bibbia può disporre di ottime edizioni, con apparato critico, dei testi originali, ebraico per l’Antico Testamento e greco per il Nuovo Testamento.

Talora anche le edizioni in lingue moderne contengono preziose informazioni sulle scelte testuali fatte dai traduttori e sui problemi posti dai diversi tipi di testo. Spesso la critica testuale riesce a far conoscere la storia complessa della trasmissione del testo biblico e quindi a documentarsi sull’attendibilità dei libri biblici.

Autonomia e precomprensione

La tendenza spontanea sarà forse di rispondere: «Nessun rapporto, qui la teologia non c’entra. La critica testuale ha le proprie regole e i propri criteri, che vanno seguiti con completa autonomia e oggettività, senza nessuna preoccupazione teologica aprioristica».

Una tale risposta è certamente valida nel suo rifiuto di interferenze teologiche aprioristiche. La serietà scientifica e l’onestà richiedono il perfetto rispetto dell’autonomia di ciascuna disciplina nel proprio ambito.

Tuttavia la suddetta risposta non è completamente valida, perché si basa su un concetto astratto di scienza senza tener conto di certi elementi della situazione effettiva. Nella realtà, infatti, la critica testuale non può essere completamente autonoma né «oggettiva».

Nelle sue scelte, accanto agli argomenti di critica esterna, come il numero e la qualità dei testimoni di una certa lezione variante, entrano anche argomenti di critica interna, ad esempio la maggiore o minore coerenza di una variante con l’insieme del pensiero dell’autore.

Per portare un giudizio in casi del genere, l’esperto tiene necessariamente conto di una sua visione d’insieme, di una sua «precomprensione». La cosa non solo non merita nessun rimprovero, ma è perfino doverosa, perché fa parte delle operazioni necessarie al discernimento.

Non si tratta di soggettivismo antiscientifico, bensì d’impegno personale conforme alle esigenze della ricerca. Evidentemente, il peso attribuito alla visione d’insieme deve essere definito con la massima prudenza, per evitare un possibile soggettivismo, e la stessa visione d’insieme deve essere fondata validamente sui testi.

La pura «oggettività» è soltanto un sogno o un’illusione, anche quando si tratta di una disciplina tanto «neutrale» quanto sembra essere la critica testuale.

La critica filologica e la traduzione

La critica filologica richiede una precisa conoscenza delle lingue antiche presenti nella Bibbia, cioè ebraico, aramaico e greco, alla luce delle altre lingue del vicino Oriente, oltre a una corretta comprensione del testo.

Questa fase richiede anche la conoscenza della cultura e della storia del popolo ebraico. È il lavoro che termina nella «traduzione». Ma la versione di un testo è sia il punto di partenza dell’esegesi sia il punto di arrivo: all’inizio è un’ipotesi, alla fine è un risultato verificato.

Basterebbe confrontare tra loro alcune traduzioni moderne per accorgersi di quanto a volte differiscano, anche su punti non secondari. Le differenze di traduzione mostrano che comprendere un testo biblico non significa trasferire meccanicamente parole da una lingua a un’altra.

La traduzione implica scelte grammaticali, semantiche, stilistiche e interpretative. Per questo motivo l’esegeta deve esaminare i singoli termini, la loro storia e il loro significato, oltre allo stile e al genere letterario del testo.

La critica letteraria

Dopo la tappa della critica testuale viene quella della critica letteraria, che esamina i testi per distinguervi eventualmente diverse fonti o diversi strati di composizione.

Iniziato nel XVII secolo, questo genere di studio ha portato ad osservazioni importanti, specialmente per quanto riguarda il Pentateuco e più tardi i vangeli. Gli esegeti hanno dimostrato la complessità della preistoria dei testi che leggiamo nella Bibbia, il che ha condotto a un concetto meno semplice della loro composizione e autenticità.

La teologia ha dovuto rinunciare a un certo modo di comprendere l’ispirazione dei testi biblici e il loro inserimento nella storia, per ammettere che l’azione divina si è realizzata in maniera più segreta, con un maggior rispetto dei condizionamenti umani, il che corrisponde meglio al mistero dell’incarnazione.

Storia delle forme letterarie

La «storia delle forme letterarie», in tedesco Formgeschichte, cerca di individuare le forme o generi letterari e di collocarli nel loro «ambiente vitale», in tedesco Sitz im Leben.

Un contributo da pioniere geniale è stato quello di H. Gunkel agli inizi del nostro secolo, soprattutto per la classificazione dei generi dei salmi. L’attenzione ai generi letterari permette di comprendere che la verità viene proposta in modi diversi nei testi storici, profetici, poetici e negli altri generi di espressione.

Storia della tradizione

La «storia della tradizione», in tedesco Traditionsgeschichte, indaga il cammino di «ricordi» o di una determinata unità letteraria dallo stadio orale o dalla sua origine fino all’inserimento nell’opera scritta.

Un gran lavoro è stato fatto per individuare le varie tradizioni del Pentateuco: jahvista, elohista, deuteronomica e sacerdotale. Il metodo cerca di comprendere quanto di un testo è stato trasmesso all’autore e quanto è sua composizione.

Storia della redazione

La «storia della redazione», in tedesco Redaktionsgeschichte, intende mostrare come il redattore finale del testo ha organizzato l’esposizione, la scelta e la strutturazione del materiale raccolto e se si debba ammettere l’esistenza di eventuali strati redazionali successivi.

Ad esempio, c’è consenso tra gli studiosi nel riconoscere che la scuola cosiddetta sacerdotale è responsabile dell’edizione finale del Pentateuco. Nell’esegesi dei vangeli, la Redaktionsgeschichte porta l’attenzione sul modo in cui le piccole unità letterarie, messe in evidenza dalla Formgeschichte, sono state adoperate dai diversi evangelisti secondo prospettive significative.

Invece di apparire come semplici compilatori, gli evangelisti si rivelano autori dotati di spiccata personalità. Ciascuno ha i propri orientamenti spirituali e dottrinali.

Limiti della critica delle fonti

La critica letteraria dei testi biblici non manca d’interesse per la loro interpretazione. Le difficoltà però sono enormi, perché non possediamo le stesure successive di uno stesso testo, eccetto in alcuni casi, ma soltanto il testo finale.

Il lavoro consiste quindi in un’analisi del testo finale orientata verso il discernimento di tracce di stesure anteriori o di fonti adoperate dal redattore finale. Alcuni risultati d’insieme hanno ottenuto un largo consenso, ma non si può dire altrettanto delle ipotesi più dettagliate.

È chiaro che la probabilità di ipotesi che distinguono in un dato testo cinque o sei strati diversi, fra i quali vengono divisi versetti e frammenti di versetti, non può essere alta.

Il fatto che questo genere di studio richiede ricerche minuziose e discussioni approfondite ha come conseguenza che tutta l’energia di certi esegeti ne viene assorbita. Ciò che doveva essere un lavoro previo in vista di una più accurata interpretazione del testo diventa un’attività a sé stante, che sostituisce l’esegesi propria.

Una volta fatta la distribuzione degli elementi del testo in vari strati o fonti, il compito dell’esegeta viene considerato terminato. In tale caso, è semplicemente impossibile che lo studio del testo biblico sia «come l’anima della teologia», giacché, invece di rendere alla Bibbia tutta la sua vitalità e attualità, la fa letteralmente a pezzi per mezzo di una vivisezione spietata.

Fortunatamente, non mancano tra gli esegeti autori che esprimono una sana reazione contro questa riduzione del lavoro esegetico. Arrivata a questo punto, l’evoluzione recente della critica letteraria biblica si manifesta finalmente molto feconda per la teologia.

La critica storica

Gli studiosi si sono applicati alla ricostruzione del contesto storico in cui ciascuno degli scritti biblici è venuto all’esistenza. A questo scopo vengono utilizzati tutti i dati raggiungibili grazie all’archeologia, all’epigrafia, alla papirologia e allo studio delle culture e letterature antiche.

Anche gli stessi testi biblici vengono naturalmente adoperati come documenti storici utili a tale ricostruzione. Di per sé, la cosa è normale, anzi necessaria. Infatti, per capire correttamente un testo, occorre situarlo nel suo contesto storico.

La critica storica, oltre a collocare ogni libro biblico nel suo contesto storico di origine, almeno ipoteticamente in certi casi, si propone di valutare l’attendibilità storica di quanto viene narrato.

Ormai gli studi biblici hanno dimostrato che, pur radicandosi nella storia reale d’Israele e pur offrendo molte informazioni storicamente attendibili, la Bibbia è interessata soprattutto a testimoniare un’esperienza di fede.

La critica storica è impegnata a scoprire ciò che è storicamente verificabile e documentato in modo attendibile. L’inchiesta storica dovrà avvalersi della critica letteraria dei testi, delle testimonianze esterne alla Bibbia, dell’archeologia e di tutte le scienze da questa suscitate, come epigrafia e numismatica.

Il rapporto tra storia, esegesi e teologia

La ricerca storica è una disciplina che merita ogni rispetto e ha grandissima importanza per tante altre discipline, tra le quali l’esegesi e la teologia. Ma né l’esegesi né la teologia si possono confondere con la ricerca storica.

Lo scopo dell’esegesi non è di ricostruire la storia d’Israele o quella della Chiesa primitiva, ma di approfondire il senso della Scrittura ispirata. Per raggiungere questo scopo, gli studi storici sono indispensabili perché la Scrittura ispirata non trasmette una rivelazione astratta, bensì una rivelazione radicata nella storia.

Per interpretare correttamente i testi biblici, occorre quindi situarli nel loro contesto storico. Nondimeno il punto di riferimento fondamentale deve essere la Parola di Dio, non una ricostruzione della storia.

Similmente, per la teologia le conoscenze storiche sono indispensabili, ma non costituiscono la base delle conclusioni: la base è la Parola di Dio.

La confusione metodologica nasce quando ciò che dovrebbe essere un lavoro previo in vista di una migliore comprensione del testo ispirato diventa la meta oltre la quale non si va. Invece di aiutare il teologo a leggere e capire la Scrittura ispirata, l’esegeta lo induce a farne a meno e a basare i suoi studi sulla ricostruzione scientifica della storia antica.

La via diacronica e la via sincronica

Un metodo è una via d’accesso al testo. Perciò si possono sintetizzare i percorsi seguiti dall’esegesi biblica contemporanea in due direzioni, chiamate «via diacronica» e «via sincronica».

La via diacronica

La «via diacronica» dell’esegesi biblica considera il testo nella sua dimensione storica, ossia ne spiega l’origine e il processo di formazione.

È il metodo che si è imposto in epoca moderna, soprattutto da circa due secoli, propiziato dall’affermarsi dell’interesse per la storia quale via obbligata per la comprensione della realtà, compresa quella di un testo scritto.

Nasce dalla tesi secondo cui si conosce una realtà ripercorrendo le tappe della sua genesi ed evoluzione, ma anche dal desiderio di evitare ogni soggettivismo interpretativo raggiungendo l’obiettività storica.

La via sincronica

Con «via sincronica» si intendono tutti i metodi che tentano di spiegare il testo non tanto a partire dalla sua origine e formazione, ma nella sua forma attuale.

Il testo scritto considerato è quello finale, quale noi lo leggiamo; esso è visto come un «tessuto», in latino textus, cioè una totalità unitaria e significativa, dove il tutto si chiarisce nella sua relazione con le parti e viceversa.

La via sincronica comprende l’analisi strutturale o semiotica, l’analisi narrativa, l’analisi retorica e altri approcci che osservano il testo nella sua configurazione attuale.

L’analisi strutturale e semiotica

Semiologia o semiotica sono vocaboli usati da F. de Saussure nel «Corso di linguistica generale» tenuto a Ginevra negli anni 1906-11. Si indica così la teoria dei «segni» linguistici e non, compresi i segni e i simboli religioso-cultuali.

Secondo questa teoria, la lingua non è studiata tanto dal punto di vista filologico ed etimologico, cioè ricercando la sua origine e le sue relazioni con altre lingue, ma in quanto costituisce un sistema strutturato di segni.

Il procedimento con cui si cerca di scoprire le articolazioni interne della lingua, e quindi la «struttura» di un testo, si chiama «analisi strutturale». Non si tratta di studiare la genesi di un testo né di precisare i suoi rapporti con i fatti esterni al testo di cui si parla.

L’analisi strutturale intende evidenziare le strutture interne al testo, considerato come un tessuto in cui tutti i fili sono tra loro connessi e interdipendenti in un certo ordine.

Il «senso» del testo risulta dalla particolare correlazione e differenza esistenti tra gli elementi che lo compongono. L’applicazione di questo metodo alla Bibbia è recente; viene usato non come l’unico strumento di lettura, ma insieme con gli altri metodi critici.

Aiuta a superare il pericolo di soggettivismo e ad attenersi rigorosamente al testo, ma rischia a sua volta di essere attento esclusivamente ai segni linguistici e non al contenuto.

L’analisi strutturale ha raggiunto livelli di sofisticazione e tecnicismo esasperati, usando spesso un vocabolario sibillino. Perciò è impossibile darne qui una più dettagliata presentazione in poche righe.

I codici del racconto della torre di Babele

Per comprendere l’analisi strutturale si può leggere Genesi 11,1-9, il racconto della torre di Babele, come un insieme di elementi che si riferiscono a differenti codici linguistici.

L’inventario dei codici usati e la loro organizzazione rivelano la struttura del brano. Decodificare è l’atto con cui si identificano, si spiegano e si decifrano i segni linguistici o codici di una struttura.

CodiceElementi presenti nel racconto
TopograficoTerra, pianura di Sennaar, cielo, Babele
TemporaleInizio, sviluppo e fine della costruzione
OnomasticoUomini, Signore, un popolo
Delle azioniEmigrare, disperdere, costruire, confondere, discendere

Nell’analisi strutturale sono importanti le opposizioni tra i termini: terra-cielo, costruire-cessare di costruire, stabilirsi-essere dispersi, un solo popolo-dispersi, una sola lingua-confusione delle lingue.

Una volta inventariati tutti gli elementi, si deve scoprire quali relazioni li collegano gli uni agli altri: gli uomini vogliono costruire una sola città e un solo tempio a torre che tocchi il cielo, mentre Dio scende dal cielo e produce la varietà e molteplicità dei popoli e delle lingue.

Da una parte c’è una volontà di unità che coincide con l’uniformità, dall’altra un’azione che fa nascere la varietà e la diversità.

L’analisi narrativa

Nel panorama variopinto dei metodi esegetici nuovi, l’approccio narrativo alla Bibbia si propone di comprendere la specificità del testo biblico come racconto, al fine di coglierne meglio il significato.

L’espressione «approccio narrativo» comprende differenti tipi di lettura. L’approccio narrativo biblico applica al testo sacro le categorie della narratologia o studio della narrazione.

Si tratta di compiere un’analisi sincronica del testo, considerato nella sua unità e coerenza interna e, più precisamente, secondo gli elementi e le tecniche del racconto.

Conoscere le forme e le tecniche di un racconto implica almeno l’enucleazione di due livelli caratteristici ed essenziali di ogni narrazione: le istanze della storia narrata, con il tempo, lo spazio, gli attori e l’intreccio del racconto; e le istanze del narratore-personaggio o del narratore-autore.

I rapporti tra questi due livelli costituiscono il tessuto del racconto che occorre saper riconoscere con chiarezza per comprendere il senso teologico del testo non dall’esterno, ma rintracciando la logica interna della narrazione.

Gli approcci letterari e le scienze umane

Attualmente un gran numero di metodi o «approcci» viene proposto e praticato per l’interpretazione dei testi in genere e dei testi biblici in particolare.

Si possono distinguere approcci letterari, approcci ispirati alle «scienze dell’uomo» e approcci ideologici.

Poiché, nell’esegesi biblica, oggetto dello studio sono i testi, gli approcci letterari appaiono convenienti. Vengono praticate l’analisi retorica, l’analisi narrativa e l’analisi semiotica.

Ciascuna di queste discipline ha i propri strumenti di lavoro, le proprie regole e il proprio vocabolario. Ciascuna mette in rilievo aspetti interessanti del testo studiato.

Poiché nei testi biblici vengono riferiti fatti in cui sono coinvolti gruppi umani e persone umane, per meglio interpretare questi fatti è utile ricorrere alle «scienze dell’uomo», quali la sociologia, la psicologia e la psicanalisi.

La chiarezza metodologica è diventata meno facile ai nostri giorni per il fatto dei rapporti più stretti tra esegesi e scienze profane. Nessun metodo, tuttavia, è in grado di offrire da solo un itinerario di ricerca completo.

Il testo biblico come parola umana

Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana. La rivelazione di Dio viene attraverso il linguaggio di particolari uomini, di particolari epoche e di particolari luoghi.

Non esiste un linguaggio distintamente divino in termini di convenzioni linguistiche. Quando Dio parlava attraverso gli uomini, Egli non ha sempre usato lo stesso linguaggio o lo stesso stile o lo stesso vocabolario.

Tutte le prove indicano il fatto che Dio si è sempre avvalso della lingua, dello stile, del vocabolario e degli usi particolari dei singoli scrittori biblici.

Anche nei discorsi profetici in cui Dio è citato direttamente sono presenti tratti linguistici che distinguono un autore dall’altro. Perciò il significato di Dio nella Scrittura è accessibile solo attraverso le particolari convenzioni linguistiche dei vari autori umani.

Di conseguenza, l’obiettivo più immediato dell’esegesi è capire ciò che gli autori biblici hanno voluto comunicare nella loro situazione. L’obiettivo è vedere la realtà attraverso gli occhi di un’altra persona.

Grammatica, sintassi e contesto

Un libro deve essere letto e una buona lettura è un atto intensamente intellettuale. Dio si è umiliato non solo nell’incarnazione del Figlio, ma anche nell’ispirazione delle Scritture.

La mangiatoia e la croce non erano sensazionali e nemmeno la grammatica e la sintassi lo sono. Ma questo è il modo in cui Dio ha scelto di rivelare se stesso.

Se Dio si è umiliato per rivestirsi di carne umana e parlare un linguaggio umano, guai a noi se con arroganza pretendiamo di ignorare l’umanità di Cristo e la grammatica della Scrittura.

Dio ci ha parlato in lingue scritte, umane. Non possiamo afferrare il significato del linguaggio se non comprendiamo le convenzioni linguistiche utilizzate da un autore biblico.

Pertanto, dobbiamo fare ogni sforzo per trattare la Bibbia grammaticalmente e storicamente, poiché l’uso specifico del linguaggio di un autore è determinato dalla sua situazione specifica nella storia.

Il significato dell’autore e il significato di Dio

Alla luce della concezione cristiana dell’ispirazione, se vogliamo interpretare ciò che Dio intende con la parola «saggezza» in Giacomo 1,5, non dobbiamo imporre il significato di «saggezza» di Proverbi 8.

Non dobbiamo presupporre che, poiché questi due usi di «saggezza» abbiano lo stesso autore divino, avranno probabilmente lo stesso significato.

Piuttosto, riconosciamo che poiché Dio si avvale delle convenzioni linguistiche dei suoi singoli portavoce della rivelazione, faremmo meglio a leggere Giacomo 3,15 per vedere come Giacomo impiega la parola «saggezza» e scoprire così l’intenzione di Dio.

La fede nell’ispirazione conduce dunque a ritenere che cogliere ciò che questi autori umani hanno voluto comunicare nella loro particolare situazione storica è anche cogliere l’intenzione di Dio per quella situazione.

Per coloro che pensano che la Bibbia sia infallibile e autorevole in materia di fede e pratica, una buona esegesi diventa un compito molto impegnativo, poiché richiede che le nostre idee passino in secondo piano.

Il modo in cui sentiamo e pensiamo alla vita è limitato quando ci permettiamo di ascoltare ciò che l’autore sente e pensa. Una buona esegesi infatti diventa una minaccia al nostro orgoglio.

Corriamo il rischio di scoprire onestamente che la visione profetica e apostolica della vita è diversa dalla nostra, così che la nostra visione, e con essa il nostro orgoglio, deve crollare.

Il ruolo dell’umiltà nell’esegesi

Lo Spirito Santo non sussurra all’orecchio il significato di un testo, ma si preoccupa del testo che ha ispirato e non ignora lo studio di esso.

L’opera primaria dello Spirito Santo nell’esegesi è di abolire l’orgoglio e l’arroganza che ci impediscono di essere aperti alle Scritture. Lo Spirito Santo ci rende disponibili all’apprendimento perché ci rende umili.

La persona che si riconosce finita e indegna, e che quindi si rallegra della misericordia di Dio, non ha nulla da perdere quando il suo ego è minacciato.

Il frutto dello Spirito è l’amore. L’amore è fondamentale per l’esegesi. L’amore non cerca il proprio interesse e non si gonfia. Al contrario, l’amore si rallegra nella verità.

Questo è il segno del buon esegeta. Non cerca il proprio, ma ricerca la verità. Se la verità che trova è in conflitto con la sua idea, si rallegra di aver trovato la verità e riconosce umilmente che il suo pensiero è sbagliato.

La mente orgogliosa è più interessata a proteggere se stessa che a crescere e correggersi. Deve quindi rimanere piccola. Le persone arroganti sono sempre persone immature.

Così, mentre una buona esegesi è umiliante, è anche in continua crescita. Ci riporta alla nostra vera piccolezza in modo che possiamo vedere e godere della magnifica verità eterna rivelata nella Scrittura.

Esegesi storica, esegesi pastorale e attualizzazione

Le Scritture mirano a influenzare i nostri cuori e a cambiare il modo in cui percepiamo Dio e la Sua volontà. L’esegeta che crede che questo scopo sia quello del Dio vivente per la nostra epoca non può accontentarsi di scoprire semplicemente ciò che le Scritture originariamente vogliono dire.

Egli deve mirare, nella sua esegesi, ad aiutare a raggiungere il fine ultimo della Scrittura: il suo significato attuale per la fede.

L’esegesi che non tocca prima o poi le nostre emozioni e, attraverso di noi, le emozioni degli altri, è in definitiva un fallimento perché non raggiunge l’effetto che la Scrittura dovrebbe avere.

Pertanto, l’esegesi biblica dovrebbe essere l’enzima intellettuale che trasforma lo stupore delle nostre emozioni mondane e futili in una speranza profonda, gioiosa e viva.

La teologia si trasforma molto rapidamente in chiacchiere inutili se non fa nascere nel cuore la dossologia. L’erudizione biblica che non condivide questo obiettivo funziona male per due motivi: alcuni spengono i bagliori delle loro emozioni a causa di una frigida indifferenza e altri si alienano poiché non spengono il fuoco delle proprie emozioni.

Tutto questo non sarà vero se l’esegesi biblica è trattata per quello che è veramente, ovvero funzionare come catalizzatore cognitivo che innesca una combustione di gioia divina nel cuore umano.

Il significato originario e il significato attuale

Comprendere un testo significa «farlo parlare», ossia renderlo capace di rispondere; ma a tale scopo occorre saper porre al testo le domande giuste, cioè farlo reagire attraverso i modelli culturali propri al testo e all’interprete.

L’attenzione ai modelli culturali propri al testo orienta l’esegesi verso il metodo storico; l’orizzonte attuale dell’interprete quale destinatario del testo è ciò che fa diventare la lettura un compito ermeneutico.

L’espressione «esegesi integrale» designa la lettura che coniuga insieme «ciò che il testo significava» e «ciò che il testo significa oggi».

L’attualizzazione, che completa il processo ermeneutico, è avviata dall’esegesi quando questa mostra le implicanze concrete di un testo e quando dà gli orientamenti giusti, perché si proceda con fedeltà al testo e non con attualizzazioni arbitrarie.

L’esegesi non è applicazione meccanica di regole

Affermando che l’interpretazione di un testo è un’arte, non si intende suggerire che l’esegesi sia un atto arbitrario, soggettivo e privo di regole.

Il testo scritto, anche nel caso della Bibbia, impone l’osservanza rigorosa di criteri obiettivi senza i quali esso non svela il suo segreto significato.

I metodi di lettura sono molteplici e differenti, e l’applicazione cumulativa, sebbene rigorosa e puntigliosa, su un testo di tutti i metodi di cui dispone l’esegesi scientifica non risolve automaticamente il problema dell’interpretazione.

Essa rimane un’arte irriducibile a una mera applicazione di regole; quest’ultima è necessaria, ma non sufficiente. Leggere e capire un testo è più che la meccanica attivazione di uno o più metodi.

Non è difficile leggere la Bibbia, ma saper leggere; non è difficile leggere semplicemente, ma l’arte del leggere. L’arte dipende dalla genialità, ma il metodo dall’uso della ragione.

La Bibbia non è un formulario

La Bibbia non è un formulario di sentenze, o teologiche o ascetiche, già pronte, così come giacciono, ad essere utilizzate e applicate.

Che essa contenga principi teologici e ascetici e prescrizioni di vario genere è evidentissimo; ma ben di rado li contiene così nettamente formulati e così pronti ad essere utilizzati come li conterrebbe un codice legale o un sillabo.

In primo luogo, bisogna fissare esattamente il senso letterale. La Bibbia non è né va trattata come un formulario, sotto pena di cadere in errori gravi e grossolani.

La Bibbia è tutta quanta ispirata, secondo la dottrina cattolica; ma, secondo la stessa dottrina, contiene anche le testimonianze di due periodi ben differenti della rivelazione divina: il periodo di preparazione, o imperfetto, che si riferisce all’ebraismo, ed è contenuto nell’Antico Testamento; e il periodo di adempimento, o perfetto, che si riferisce al cristianesimo, ed è contenuto nel Nuovo Testamento.

Non per questo la teologia e l’ascesi dell’Antico Testamento valgono anche per il Nuovo: alcuni elementi sono passati dal primo al secondo, altri furono inesorabilmente abrogati.

È il fallace principio della Bibbia-formulario: «scriptum est» nella Bibbia, è ispirato, quindi deve servire a qualche cosa. Deve servire a qualche cosa, ma questa qualche cosa non è sempre l’obbligatorietà di quella norma, l’efficacia di quell’esempio o la fondatezza di quel principio trasportato all’economia del cristianesimo.

Può essere, ed è in realtà assai più spesso, un semplice monumento del passato, conservato nell’ispirata Bibbia, con cui Dio vuol ricordare ai figli della rivelazione perfetta per quali ascensionali vie Egli ha voluto elevare l’umanità intera alla vetta del cristianesimo.

La Bibbia non è un libro magico

La Bibbia, se non è un formulario, tanto meno è un libro magico. Nessun cristiano sincero la considererebbe certamente oggi come tale.

Non si attribuiscono a parole bibliche scelte con misteriosa sapienza e trascritte con regole speciali infallibili virtù benefiche in certe occasioni della vita. Non si praticano più per mezzo della Bibbia le sorti divinatorie, con arcani computi sulla prima lettera a sinistra di un Salterio aperto a caso.

Può essere lontanamente ricordato da un certo vezzo, ancora oggi qua e là in onore, di ritrovare nella Bibbia l’arcano, il misterioso, il recondito, là dove non c’è affatto.

La realtà è che, se moltissime volte la Bibbia è oscura, ciò avviene per varie ragioni, nelle quali la misteriosità dell’argomento non entra necessariamente. Quando poi l’argomento stesso è misterioso, evidentemente esso rimarrà sempre tale, sia nella Bibbia sia fuori di essa.

Quando infine la Bibbia è limpidamente chiara, se vi si ritrova dentro ciò che essa non dice, è puro effetto dell’ignoranza. Ad ogni modo, se prendendo lo spunto da un testo biblico si vuole ricamarvi sopra ed elevarsi ad altre considerazioni, ciò è possibile, ma bisogna presentare tali considerazioni come ricami, non come autentica stoffa biblica.

In tal caso si fa della mistica o dell’ascetica, ma non della genuina esegesi.

La formazione dell’esegeta

È abbastanza diffusa fra cattolici l’opinione che una buona preparazione teologica sia sufficiente per trattare della Bibbia. L’errore è grossolano, perché confonde il fattore «sufficiente» con il fattore «necessario».

Che la preparazione teologica sia necessaria, la Chiesa l’ha affermato in molti documenti; ma non ha mai affermato che tale preparazione sia sufficiente.

Oltre al fondamento necessario ci vogliono molte altre cose al teologo, e assai di più al biblista, per essere veramente tali: se è vero che le fondamenta dei due edifici sono uguali, è pure vero che l’edificio teologico è ad un solo piano, quello biblico è a due.

Sommariamente parlando, il biblista è un teologo, ed è in più un paleografo, un filologo ed uno storico-critico.

La scienza esegetica richiede la conoscenza dell’autore dell’opera sotto ogni rispetto, dello stile di comporre o usus scribendi dell’autore e degli altri autori del suo tempo storico e del suo territorio, dei modi in cui l’opera è stata tramandata e della storia esterna, culturale, religiosa, sociale, politica, economica e militare nella quale si è andato sviluppando il testo esaminato.

Le tappe operative dell’esegesi integrale

Anzitutto occorre esaminare il testo nella lingua originale per essere sicuri di leggere ciò che l’autore ha scritto inizialmente.

Si procede intanto alla versione, che è il primo e l’ultimo momento dell’interpretazione, per acquisire la familiarità necessaria col testo.

L’esame delle strutture del testo preso in considerazione parte dalle strutture esterne, cioè dal contesto prossimo o remoto, grammaticale, logico o storico.

È importante anche la struttura di superficie, segnalata da elementi letterari formali, quali le inclusioni, i parallelismi, gli annunci dei temi e la presenza di «termini uncinetto».

Questa struttura spesso rivela una corrispondenza con la struttura profonda, che si raggiunge con l’analisi strutturale.

L’analisi letteraria si interessa dei singoli termini, della loro storia e del loro significato, in seguito dello stile e del genere letterario di un testo, per avere notizie sull’autore e sulle sue intenzioni.

L’analisi delle fonti o della tradizione indaga sui caratteri letterari che permettono di stabilire quanto, di un testo, è stato trasmesso all’autore e quanto è sua composizione.

L’analisi storica rincorre da una parte gli usi, le istituzioni, la storia e le tradizioni del momento e delle realtà a cui si riferisce un testo e dall’altra l’intenzione storiografica con cui l’autore presenta le sue narrazioni.

La sintesi propone il messaggio globale del testo: dottrina e impegno di vita. Esige sempre un confronto con l’intero pensiero dell’autore e con l’analogo insegnamento presente altrove nella Bibbia.

Momento complementare è quello della verifica dei documenti che possono avere influito sul pensiero biblico e anche del modo in cui l’esegesi ha accolto e interpretato un determinato testo.

L’attualizzazione completa il processo ermeneutico quando mostra le implicanze concrete di un testo e offre orientamenti fedeli al testo, evitando attualizzazioni arbitrarie.

Una sintesi dei codici dell’esegesi biblica

  • Codice testuale: stabilisce la lezione più affidabile attraverso il confronto dei manoscritti, dei papiri, dei codici, delle citazioni e delle traduzioni antiche.
  • Codice filologico: interpreta ebraico, aramaico e greco, considerando grammatica, sintassi, lessico, stile e traduzione.
  • Codice letterario: riconosce generi, forme, fonti, tradizioni, strutture e procedimenti compositivi.
  • Codice redazionale: osserva come l’autore o il redattore finale seleziona, ordina e struttura il materiale ricevuto.
  • Codice storico: colloca il testo nel suo contesto culturale, sociale, politico, religioso e istituzionale.
  • Codice narrativo: analizza tempo, spazio, personaggi, narratore, intreccio e sviluppo della storia raccontata.
  • Codice strutturale e semiotico: individua segni, opposizioni, relazioni interne e sistemi di significato.
  • Codice teologico: interpreta il testo nell’unità della Scrittura, nella tradizione viva della Chiesa e nell’analogia della fede.
  • Codice ermeneutico: mette in rapporto ciò che il testo significava con ciò che significa oggi.
  • Codice pastorale: considera il modo in cui la Parola può istruire, correggere, consolare, suscitare speranza e orientare la vita.

L’esegesi completa non assolutizza nessuno di questi codici. La critica testuale non sostituisce la teologia, la ricostruzione storica non sostituisce la lettura della Scrittura, la critica delle fonti non esaurisce l’interpretazione e l’attualizzazione non può prescindere dal senso originario.

Il testo biblico deve essere studiato nella sua forma, nella sua storia, nella sua lingua, nella sua struttura, nel suo contesto e nella sua unità teologica. Solo così l’esegesi può contribuire alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della sacra Scrittura.

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