La Decapoli era un insieme di dieci città di cultura ellenistica situate principalmente a est del Giordano, nella regione compresa fra l’attuale Giordania, la Siria e il territorio dell’odierno Israele. Nei Vangeli essa appare come uno spazio non giudaico, legato alla cultura greca e all’Impero romano, attraversato da Gesù e raggiunto dal primo annuncio del Vangelo.
Gesù entrò nella regione della Decapoli almeno in due momenti ricordati dai Vangeli: quando liberò un indemoniato nel territorio dei geraseni o dei gadareni e quando guarì un sordomuto dopo il viaggio nella regione di Tiro e Sidone. Le folle della Decapoli seguirono inoltre Gesù all’inizio del suo ministero pubblico.
Che cos’era la Decapoli
Decapoli deriva dal greco antico déka, “dieci”, e pólis, “città”. Il nome indicava una regione del Medio Oriente composta da un gruppo di dieci città collocate presso la frontiera orientale dell’Impero romano.
Le dieci città non erano una lega ufficiale e non costituivano un corpo politico unitario, ma erano comunemente raggruppate sotto la denominazione di Decapoli per le loro affinità linguistiche, culturali e politiche. Erano tutti centri di cultura greca e romana in un territorio principalmente semitico, formato da Aramei, Nabatei ed Ebrei.
La Decapoli era un territorio non giudeo della Palestina, a sud del mare di Galilea e quasi tutto all’oriente del fiume Giordano. Eccezion fatta per Damasco, la Decapoli si estendeva nell’attuale Giordania e in parte del moderno Israele.
La maggior parte delle città si trovava oltre il Giordano, nella zona a nord-est del lago di Galilea, mentre Scitopoli era l’unica città collocata a ovest del fiume. I confini della regione non erano tuttavia rigidamente definiti e l’egemonia delle città della Decapoli si estendeva soprattutto ai territori circostanti ciascun centro urbano.

Le origini ellenistiche delle città
Le città della Decapoli, salvo Damasco, furono fondate durante il periodo ellenistico, fra il 323 a.C., data della morte di Alessandro Magno, e il 63 a.C., quando i Romani conquistarono la Siria e la Giudea. Alcune risalivano alla dinastia dei Tolomei, che regnò sulla Giudea fino al 198 a.C., mentre altre furono fondate durante il dominio dei Seleucidi.
Dopo la conquista da parte di Alessandro Magno, avvenuta verso il 332 a.E.V., colonie greche si formarono in Siria e in Palestina, popolate a quanto pare da veterani degli eserciti di Alessandro, seguiti poi da immigranti di lingua greca.
In molti casi queste colonie sorsero al posto di precedenti città ebraiche, mentre in altri casi furono costruite in località nuove, specie a est del Giordano. Furono pianificate secondo i modelli greco-romani della polis, con strade regolari, edifici pubblici, templi, teatri e spazi destinati alle attività commerciali.
Le condizioni storiche e urbanistiche produssero l’incontro fra le civiltà dei colonizzatori greci e delle popolazioni semitiche indigene, provocando spesso tensioni e conflitti. Le città della Decapoli divennero comunque la base della diffusione della cultura greca in Medio Oriente e favorirono anche forme di mediazione fra tradizioni religiose diverse.
La conquista romana e l’autonomia urbana
Nel 64-63 a.C. il generale romano Pompeo conquistò la regione, che fu annessa all’Impero romano, e restituì Gadara e le altre città ai loro abitanti, togliendo il vincolo giudaico. Per intervento di Pompeo, le città della Decapoli raggiunsero la libertà dalle autorità locali e ottennero l’autonomia urbana, pur dipendendo direttamente dal procuratore romano della Siria.
Quando nel 63 a.E.V. Pompeo conquistò e riorganizzò la Palestina, queste città ellenistiche ottennero la protezione di Roma e una condizione privilegiata. Era consentito loro di battere moneta e, in larga misura, di autogovernarsi, anche se dovevano rimanere fedeli a Roma e al governo provinciale della Siria, pagare le tasse e provvedere uomini per il servizio militare.
Il governo romano mirò a incentivare lo sviluppo delle città della Decapoli per favorire l’adozione della cultura romana nelle regioni più lontane dell’Impero, fra cui la Palestina orientale, dove garantì sempre l’autonomia alle città filo-imperiali.
La Decapoli era strutturata in città-stato, ciascuna con un circondario amministrativo e la facoltà di emettere moneta propria. I Romani lasciarono fortemente il segno del loro dominio culturale su tutte le città: ognuna fu ricostruita secondo la pianificazione romana a cardo e decumano, arricchita da numerosi templi ed edifici pubblici in uno stile celebrativo.
Le città dovevano avere forti legami commerciali, incoraggiati dal sistema viario delle nuove strade romane. Simile a una moderna confederazione o federazione, la Decapoli non fu però mai un’unione politica o mercantile ufficiale.
Le dieci città della Decapoli
Il numero e il nome delle città non rimasero sempre costanti. In seguito a cambiamenti politici, alcune città uscirono dalla confederazione mentre altre vi entrarono, anche se il nome “Decapoli” rimase immutato.
Secondo Plinio il Vecchio, le dieci città erano Damasco, Filadelfia, Rafana, Scitopoli, Gadara, Ippo, Dione, Pella, Gerasa e Canata. La stessa enumerazione è riportata nella tradizione biblica e negli scritti di Giuseppe Flavio.
| Città antica | Identificazione moderna | Collocazione o caratteristica |
|---|---|---|
| Damasco | Damasco | Capitale della moderna Siria e importante centro commerciale |
| Filadelfia | Amman | La più meridionale delle dieci città |
| Rafana | Identificazione discussa | Talvolta identificata con Capitolias |
| Scitopoli | Beit She’an | L’unica città a ovest del Giordano |
| Gadara | Umm Qays | Città dell’altopiano nord-occidentale della Giordania |
| Ippo | Hippos o Sussita | Città situata presso il lago di Galilea |
| Dione | Identificazione discussa | Indicata anche come Dio o Dium |
| Pella | Tabaqat Fahil | Città della regione montuosa di Galaad |
| Gerasa | Jerash | Uno dei principali centri ellenistico-romani della Giordania |
| Canata | Qanawat | Città vicina alla regione del monte Hawran |
Altre fonti propongono elenchi differenti. Alcuni studiosi propendono per l’inclusione di Abila al posto di Rafana, mentre Tolomeo nel II secolo d.C. menziona diciotto città facenti parte della “Decapoli”. Questo indica che il nome finì per essere usato in senso più generico e che il numero delle città poteva variare.
Fra le città spesso associate alla Decapoli sono ricordate anche Arbila, identificata con Irbid, e altre località di cultura greco-romana. Gerusalemme e Nazareth, invece, non facevano parte della Decapoli.
Le città della Decapoli nei Vangeli
La Decapoli è ricordata nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca. I riferimenti principali sono Mt 4,25, Mc 5,20 e Mc 7,31, ai quali si aggiungono i racconti paralleli dell’indemoniato nei Vangeli di Matteo e Luca.
Nei Vangeli si incontrano i nomi di molti luoghi legati al passaggio di Gesù in un determinato territorio. Alcuni di quei luoghi non si trovano più nella Terra Santa comunemente intesa, ma in Paesi vicini del Medio Oriente.
I Vangeli testimoniano infatti alcuni viaggi di Gesù di Nazareth in città o regioni che oggi appartengono al Libano o alla Giordania. La Decapoli costituisce uno degli esempi più significativi di questa dimensione geografica più ampia del ministero di Gesù.
Le folle della Decapoli seguono Gesù
All’inizio del suo ministero pubblico, Gesù fu seguito da folle provenienti dalla Decapoli. Il Vangelo di Matteo colloca queste folle tra quelle che accorrevano dalla Galilea, dalla Giudea, da Gerusalemme, dalla regione oltre il Giordano e dalla Decapoli.
Anche se alcune persone provenienti dalla Decapoli si trovavano in mezzo alla folla accorsa ad ascoltare l’insegnamento di Gesù in Galilea, non è specificato che egli abbia trascorso del tempo in tutte queste città ellenistiche.
Il territorio dei geraseni o dei gadareni
Il primo episodio direttamente collegato alla Decapoli è la liberazione di un uomo posseduto dai demoni. Gesù attraversò il lago di Galilea e giunse nel paese dei geraseni, chiamato “paese dei gadareni” nel Vangelo di Matteo.
Un famoso brano del Vangelo di Matteo inizia collocando il racconto nel “Paese dei gadareni”, il territorio circostante la città di Gadara, dove oggi si trova la cittadina giordana di Umm Qays. Marco parla invece del paese dei geraseni, mentre Luca utilizza una formulazione analoga a quella di Marco.
La differenza fra le denominazioni può essere collegata alla complessità geografica della regione e alla distanza fra le città e il luogo concreto dell’episodio. Gadara e Gerasa appartenevano entrambe alla Decapoli, ma si trovavano in aree differenti del territorio.
Il racconto evangelico narra di Gesù che scaccia il demonio chiamato “Legione” da un uomo, o da due uomini secondo Matteo. Al demonio viene concesso di entrare in un branco di maiali che si trovava nei dintorni; gli animali si gettano quindi nel mare di Galilea e annegano.
La presenza dei maiali è stata interpretata come un indizio dell’influenza non ebraica prevalente nella regione. Il territorio dei gadareni, come tutta la Decapoli, era abitato da popolazioni di cultura ellenistica, insediate in quelle terre fin dal tempo della conquista di Alessandro Magno.
I gadareni potevano quindi allevare maiali, diversamente dagli Ebrei, che secondo le norme alimentari dell’Antico Testamento consideravano il maiale un animale immondo. Non è difficile immaginare che i gadareni fossero anche fornitori di carne suina alle truppe romane di occupazione.
Agli occhi dei Giudei del tempo, gadareni, geraseni e decapolitani in genere erano pagani imbevuti di ellenismo e collaborazionisti del “nemico” romano. La Decapoli rappresentava dunque un ambiente culturalmente e religiosamente distante dal mondo giudaico nel quale Gesù aveva iniziato la sua missione.
L’indemoniato diventa missionario
Nonostante Gesù venga invitato dalla popolazione della regione e della città vicina ad andare via dai loro territori, egli non si sottrae al dialogo con l’uomo che ha liberato. Al contrario, gli affida una missione.
Gesù gli ordina di tornare dai suoi parenti e di annunciare ciò che il Signore aveva fatto per lui. L’uomo ubbidisce e proclama nella Decapoli le guarigioni compiute da Gesù.
Il liberato diventa così il primo missionario della Decapoli. Il Vangelo non descrive una predicazione iniziale di Gesù in tutte le città della regione, ma mostra come il suo annuncio raggiunga la Decapoli attraverso la testimonianza di una persona trasformata dalla sua liberazione.

La guarigione del sordomuto nella Decapoli
Il secondo episodio evangelico esplicitamente ambientato nella Decapoli è la guarigione di un uomo sordo, che aveva anche un impedimento della parola. Marco colloca l’episodio in questo modo: “Di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decapoli”.
Nel Vangelo di questa domenica Marco descrive una guarigione operata da Gesù in territorio pagano. Il testo si situa in un contesto più ampio, che vede Gesù “in trasferta”: “In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decapoli”.
La Decapoli era una confederazione di dieci città di cultura ellenistica. Difficilmente un rabbi si sarebbe recato su quella riva, appartenente alla tetrarchia di Filippo, dove erano numerosi i pagani.
Queste informazioni aiutano a capire che la presenza di Gesù in quel luogo era quantomeno insolita. La sua presenza diventa comprensibile alla luce dell’episodio immediatamente precedente, l’incontro con una donna “di lingua greca e di origine siro-fenicia” nella regione di Tiro.
Il passaggio da Tiro e Sidone
La donna siro-fenicia aveva incontrato Gesù e gli aveva chiesto di liberare sua figlia da un demonio. Il dialogo, dai toni abbastanza forti, spinge Gesù ad allargare il suo raggio d’azione e il suo annuncio messianico anche ai pagani.
Per questo motivo, sulla strada del ritorno, anziché scendere direttamente verso la Galilea, Gesù compie un giro più lungo passando per la Decapoli. La sua presenza nella regione non appare quindi casuale, ma esprime la volontà di ampliare i confini e anche i destinatari dell’annuncio messianico.
Il percorso indicato da Marco è difficile da spiegare e anche abbastanza improbabile, ma la geografia e la storia dei luoghi rappresentano spesso un elemento importante per comprendere il testo evangelico.
La presenza di Gesù nella Decapoli manifesta il Messia non soltanto di Israele, ma anche delle genti e dei pagani. Il viaggio attraverso un territorio ellenistico e non giudaico diventa così un segno dell’universalità della sua missione.
Il significato simbolico della guarigione
L’incontro con il sordomuto assume un valore particolare. Si tratta di una persona incapace di udire e di parlare, un po’ come erano i pagani agli occhi degli Ebrei: lontani dalla Parola del Signore e impossibilitati a ricevere la salvezza.
Per sciogliere la lingua e attivare l’udito dell’uomo, Gesù usa un terzo senso: il tatto. “Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua”.
È una scena che descrive la delicatezza di Gesù. Per guarire il sordomuto gli sarebbe bastato pronunciare qualche parola, come già era avvenuto in altri casi, ma la persona che gli stava di fronte non avrebbe potuto udirla e non avrebbe potuto neanche rispondergli.
Per il Maestro non è importante soltanto raggiungere il risultato e guarire il malato, ma renderlo partecipe della guarigione. Gesù entra in “con-tatto” con lui perché possa percepire l’azione, diventando un soggetto attivo e non passivo di quanto gli sta accadendo.
La reazione finale degli astanti è un riferimento al profeta Isaia: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto”.
Con queste parole il profeta indicava i segni che annunciavano la venuta di Dio stesso: “Egli viene a salvarvi”. Nel racconto di Marco, Gesù compie proprio quei segni annunciati dal profeta, non soltanto verso Israele, suo popolo, ma anche verso tutti gli altri popoli.
L’incontro con una donna straniera apre i confini della salvezza e permette anche a chi è “culturalmente” sordo e muto di essere “toccato” dalla salvezza. La guarigione nella Decapoli mostra quindi lo scardinamento di chiusure e convinzioni religiose che tendevano a trattenere la volontà salvifica di Dio all’interno di schemi limitati.
Gadara: la città dei gadareni
Gadara è stata identificata con il villaggio di Umm Qays, situato sull’altopiano nord-occidentale della Giordania, circa 30 chilometri a nord-ovest di Irbid. La città antica sorgeva su un colle di pietra calcarea, posto su un altopiano che domina la pianura di Ard al-Ula e i versanti delle valli del Giordano e dello Yarmuk.
Da Gadara, in condizioni climatiche favorevoli, si gode una splendida vista panoramica del Golan, del monte Hermon, del lago di Galilea e di Tiberiade, della Galilea con il monte Tabor e dell’antica regione collinare del Galaad.
Il nome Gadara è di origine semitica e fu ellenizzato. Gadar può significare “muro” oppure “muro di recinzione di una vigna”, da cui si deduce che la località ebbe origini agricole.
L’altopiano era abitato fin dal periodo del Bronzo, grazie alla presenza di sorgenti d’acqua e alla fertilità del terreno. L’insediamento di Gadara fu poi costruito durante il periodo ellenistico dai Tolomei come località di frontiera e colonia militare in opposizione ai Seleucidi.
La storia di Gadara
Nel 218 a.C. Gadara fu conquistata dai Seleucidi con Antioco III. Verso la fine del II secolo a.C. Alessandro Ianneo conquistò la città e impose agli abitanti la giudaizzazione oppure l’esilio.
Poco tempo dopo, Alessandro Ianneo dovette abbandonare la conquista insieme ai territori della Transgiordania a causa dell’offensiva di Oboda, re dei Nabatei. Nel 64-63 a.C. Pompeo conquistò la regione e restituì Gadara ai suoi abitanti, togliendo il vincolo giudaico.
In onore di Demetrio, gadareno e liberto di Pompeo, il generale romano si interessò direttamente alla riedificazione della città. Gadara divenne quindi uno dei principali centri ellenistici della Transgiordania e una delle città della Decapoli.
Gadara nella cultura ellenistica
Gadara era famosa nell’antichità per aver dato i natali ad alcuni illustri scrittori, tra i quali il filosofo cinico Menippo, il poeta satirico Meleagro e il poeta e filosofo epicureo Filodemo.
Filodemo visse per molti anni a Ercolano, dove sono state ritrovate copie di molte sue opere nella biblioteca della Villa dei Papiri, la sontuosa dimora dei Pisoni distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
Le rovine dell’antica Gadara mostrano la ricchezza della città: sono conservati terme, teatri, attività commerciali affacciate sul decumano e una splendida necropoli. Poco oltre le mura, sulla strada che scende verso il lago di Galilea, si trovano i resti di un’imponente basilica a cinque navate risalente al IV secolo.
È abbastanza evidente che i costruttori bizantini intendessero segnalare e onorare in questo modo il luogo del miracolo descritto dai Vangeli.
Lo sviluppo urbanistico di Gadara
L’insediamento di Gadara conobbe diverse fasi di sviluppo, che trasformarono progressivamente il nucleo primordiale in un affermato centro urbano destinato a diventare una polis della Decapoli.
Nella seconda metà del I secolo a.C. fu realizzata una terrazza a nord-est dell’acropoli, dove si trovava la porta orientale, detta anche porta di Abila. In questo settore fu costruito il tempio principale di Gadara, probabilmente dedicato a Zeus Olimpio.
All’inizio del I secolo d.C. fu costruito il teatro nord o est, realizzato di fronte al tempio e a ridosso del muro cittadino. L’edificio sfruttava il pendio dell’acropoli.
Verso la metà del I secolo d.C. la città si espanse e fu circondata da una fortificazione. L’estensione di Gadara raggiunse quasi 30 ettari, cinque volte l’area dell’insediamento ellenistico.
Alla fine del I secolo d.C. il tempio fu distrutto e non fu più ricostruito. In questo periodo la città si ingrandì ulteriormente, fu completata la strada colonnata e venne realizzata la porta occidentale, o porta di Tiberiade.
Nel II secolo d.C. la nuova politica urbanistica degli imperatori romani favorì la crescita di Gadara e delle altre città della Decapoli. Furono costruiti numerosi edifici lungo la via colonnata, nuovi quartieri, la terrazza della basilica, il teatro ovest e il ninfeo.
All’inizio del III secolo la città raggiunse il massimo sviluppo. La via colonnata raggiunse 1,7 chilometri di lunghezza e arrivava alla porta monumentale costruita all’esterno delle mura. Nella zona adiacente alla porta furono realizzati l’ippodromo e un centro destinato al commercio.
All’inizio del IV secolo il teatro nord fu trasformato in anfiteatro. Con l’arrivo del cristianesimo, Gadara fu innalzata a sede vescovile e diocesi.
La transizione al cristianesimo comportò l’abbandono del tempio, la realizzazione di un bagno pubblico e la costruzione della basilica cristiana. Tra il IV e il V secolo l’intera regione subì alcuni terremoti che danneggiarono gli edifici, in seguito ricostruiti.
Nel V secolo Gadara visse un nuovo periodo di espansione, riconoscibile soprattutto negli edifici cristiani e nella chiesa costruita lungo il cardo nei pressi del teatro sud.
Nel 636 d.C. i Bizantini furono sconfitti dagli Arabi. La nuova amministrazione consentì alla popolazione di continuare a professare la propria fede e di prosperare. Il terremoto del 749 d.C. colpì però severamente la regione, provocando la distruzione e l’abbandono di Gadara e di molte altre città e villaggi.
Gli edifici cristiani di Gadara
Il complesso della basilica cristiana è particolarmente notevole. L’edificio di culto è costruito sopra un podio visibile da quasi tutti i punti della città, mentre l’area absidale fu intagliata nella roccia a ridosso dell’acropoli.
A causa del pendio del colle, la parte occidentale del podio è sostenuta da strutture e contrafforti. Nella parte inferiore e sotto le volte furono ricavati ambienti chiamati “negozi”, allineati per una lunghezza di 97 metri.
La navata della basilica ha pianta quadrata, l’abside è rivolta a est e il pavimento è realizzato in opus sectile. Ai quattro angoli furono costruite altrettante cappelle, una delle quali servì come cappella funeraria.
Al centro della navata si trovava una sala ottagonale, della quale sono sopravvissute le colonne. Sotto l’altare furono trovate le reliquie di un anonimo martire cristiano.
Nel VII secolo fu costruita un’altra chiesa a pianta basilicale, edificata nella parte meridionale, a ridosso del teatro adiacente. A sud della basilica lungo il cardo si trova il teatro sud, interamente costruito in basalto, che poteva ospitare fino a 3.000 spettatori.
Gerasa: la grande città della Decapoli
Gerasa, identificata con l’odierna Jerash, era una delle principali città della Decapoli. Le sue rovine mostrano l’importanza raggiunta dai centri ellenistico-romani della regione.
La città conservava il caratteristico foro ovale e il cardo, insieme a teatri, templi, terme, acquedotti e altri edifici pubblici. L’evidenza della forte influenza greca e della ricchezza delle città della Decapoli si vede ancora oggi nelle imponenti rovine di Gerasa e di altri centri della regione.
Nei Vangeli il territorio di Gerasa è collegato al racconto dell’indemoniato liberato da Gesù. La denominazione “geraseni” utilizzata da Marco e da Luca si riferisce al territorio nel quale si svolge l’episodio, mentre Matteo parla del paese dei gadareni.
Il sordomuto e la missione verso i pagani
Il racconto della guarigione nella Decapoli non è soltanto la narrazione di un miracolo individuale. La persona incapace di udire e parlare rappresenta simbolicamente chi è lontano dalla Parola del Signore e non riesce ancora a entrare in dialogo con lui.
Gesù si accosta all’uomo con gesti concreti e personali: lo prende in disparte, gli pone le dita negli orecchi e gli tocca la lingua. Il miracolo coinvolge così il corpo e la relazione, non soltanto la parola pronunciata da Gesù.
La guarigione si collega alle promesse profetiche di Isaia e annuncia la venuta salvifica di Dio. Il fatto che essa avvenga in un territorio pagano mostra che i segni messianici non sono riservati esclusivamente a Israele.
La Decapoli diventa quindi, nel Vangelo di Marco, il luogo in cui la salvezza oltrepassa i confini etnici, religiosi e culturali. L’annuncio messianico raggiunge popolazioni di lingua greca e di cultura ellenistica, considerate estranee e spesso ostili dal mondo giudaico.
Il significato della Decapoli nel ministero di Gesù
La presenza di Gesù nella Decapoli manifesta il superamento di una visione ristretta dei destinatari della salvezza. Gesù Cristo e i suoi Apostoli non predicarono soltanto ai poveri e alla gente semplice, ma dovettero anche confrontarsi con la cultura più alta del tempo.
Le città della Decapoli erano fedeli all’Impero romano e caratterizzate da una cultura ellenistica. Proprio per questo rappresentavano un ambiente nel quale il messaggio di Gesù entrava in contatto con una società urbana, cosmopolita e profondamente diversa da quella dei villaggi della Galilea.
Nel territorio della Decapoli il Vangelo si confronta con il mondo pagano, con le strutture politiche romane, con l’ellenismo e con una concezione religiosa diversa da quella giudaica. Il confronto non si traduce però in un semplice rifiuto delle persone, ma nell’incontro con uomini e donne concreti.
L’indemoniato liberato viene inviato ad annunciare ciò che gli è accaduto, mentre il sordomuto viene restituito all’ascolto e alla parola. In entrambi i casi, la guarigione produce una possibilità di testimonianza e di relazione.
La Decapoli dopo il periodo evangelico
Nel II secolo d.C., con l’incorporazione di Gerasa e Filadelfia nella provincia romana dell’Arabia, la Decapoli si sciolse e ne rimase il ricordo presso gli scrittori ecclesiastici, tra i quali Eusebio ed Epifanio.
Il termine Decapoli fu progressivamente abbandonato dopo che l’imperatore Traiano istituì nel II secolo la provincia romana dell’Arabia, estesa immediatamente a est della Palestina. Alcune città furono incluse nella nuova provincia, mentre altre entrarono a far parte della Siria o della Palestina Secunda.
Le città conservarono tuttavia una forte identità romana ed ellenica, insieme al calendario dell’Era Pompeiana. Gli storici e gli archeologi continuano per questo a denominare Decapoli la stessa regione anche nei periodi successivi allo smembramento della confederazione.
Durante l’Impero bizantino il territorio fu progressivamente influenzato e convertito al cristianesimo. In alcune città il processo fu più rapido che in altre, ma la maggior parte dei centri ospitò una sede vescovile cristiana.
Pella divenne una base importante della cristianizzazione. Secondo Eusebio di Cesarea, gli apostoli vi emigrarono per sfuggire alla prima guerra giudaica. La chiesa della Giudea avrebbe trovato rifugio nella città prima della guerra del 66 d.C., conclusa con la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C.
Altre città conservarono invece culti pagani durante tutto il dominio bizantino, pur partecipando alla trasformazione cristiana della regione. Le basiliche, le diocesi e gli edifici cristiani sorti in diversi centri testimoniano la progressiva ridefinizione religiosa dell’antica Decapoli.
Le città della Decapoli, nate dall’ellenismo e protette da Roma, sono così ricordate nei Vangeli come luoghi nei quali Gesù attraversò i confini del mondo giudaico, liberò un uomo dal potere dei demoni, guarì un sordomuto e aprì l’annuncio messianico alle genti.