I cinema parrocchiali di una volta erano molto più che semplici luoghi destinati alla proiezione di film: erano spazi di incontro, educazione, svago e partecipazione collettiva, spesso collegati alla chiesa, all’oratorio o alle associazioni cattoliche. La loro massima diffusione avvenne dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando contribuirono alla rinascita culturale e sociale di città, paesi e piccoli borghi italiani.
Negli Anni Cinquanta e Sessanta queste sale costituivano circa la metà di tutti i cinema esistenti in Italia. Erano spesso gestite da parroci, giovani dell’Azione Cattolica, volontari e gruppi dell’oratorio; proponevano film per ragazzi e famiglie, spettacoli teatrali, conferenze, cineforum e iniziative educative. Con il tempo molte sale scomparvero, ma alcune si trasformarono in sale della comunità, conservando la funzione di presidio culturale e luogo di aggregazione.
La nascita dei cinema parrocchiali in Italia
La storia delle sale cinematografiche parrocchiali in Italia inizia già dai primi decenni del Novecento, ma la loro diffusione è massima dopo la Seconda Guerra Mondiale: negli Anni Cinquanta - Sessanta costituiscono infatti circa la metà di tutti i cinema esistenti. La gestione fa capo ad alcune associazioni, quali ACEC (Associazione Cattolica Esercenti Cinema) e ANCCI (Associazione Nazionale Circoli Cinematografici Italiani), e ovviamente esistono regole precise: l’ente denominato CCE (Consorzio Cinema Educativo) cura la revisione dei film per definire se siano moralmente accettabili e a quali fasce di pubblico possano essere proposti.
Nel 1949, quando si forma l’Acec - l’Associazione Cattolica Esercenti Cinema, che le rappresenta - le sale parrocchiali in Italia sono più di 3000, nel 1953 diventano 4000, nel 1955 crescono a 5500. Attraverso le sale parrocchiali, comunque, vengono diffuse opere di qualità, talora con un’attenzione a prodotti ignorati da altri circuiti, come alcuni film del Neorealismo.
| Periodo | Diffusione delle sale |
|---|---|
| 1949 | Più di 3000 cinema parrocchiali in Italia |
| 1953 | 4000 sale |
| 1955 | 5500 sale |
| Anni Cinquanta - Sessanta | Circa la metà di tutti i cinema esistenti |
Il legame con gli oratori e con il mondo salesiano
Negli anni Venti il cinema instaura un rapporto proficuo con il mondo cattolico torinese, in particolare con quello salesiano, che nel 1923 mette in piedi l’Ufficio Films Missioni Don Bosco diretto da don Molfino: le pellicole prodotte sono per lo più documentari sulla vita missionaria (ad esempio «La terra che vide Gesù») proiettati nelle sale generiche, ma pure lungometraggi come «Terre magellaniche» (1933), presentato al Politeama Chiarella.
Negli anni Trenta si inizia ad avvertire l’esigenza di inaugurare spazi cinematografici a carattere parrocchiale, dedicati in particolare ai giovani: ecco dunque comparire nuovi cinema un po’ in tutti i borghi, per lo più dentro o accanto agli oratori. Nella sola Barriera di Milano ne erano in funzione ben quattro: il Lanteri di corso Giulio Cesare 80, il Monterosa di via Brandizzo 65, il Rebaudengo, al numero 22 dell’omonima piazza e il Chatillon presso la parrocchia N.S. della Speranza, al civico 41 della medesima via.
È in particolare grazie alla spinta della nostra città che nel 1935 nasce a livello nazionale il Consorzio del Cinematografo Educativo, che da lì in avanti indirizzerà la scelta delle pellicole da proiettare. Un’iniziativa che porterà in breve all’apertura di 64 sale parrocchiali in tutto il Piemonte (per una capienza di quasi 15 mila posti), e di queste dieci si trovavamo a Torino.
Le sale dopo la guerra: svago, educazione e vita collettiva
Poi la guerra e i bombardamenti non ebbero pietà di nulla. A farne le spese furono anche numerosi teatri e i cinema. Tra cui il Michele Rua di via Paisiello, andato totalmente distrutto dopo l’incursione aerea del novembre del 1942: questa sala parrocchiale aveva rappresentato un formidabile richiamo per bambini e ragazzi del quartiere Barriera di Milano.
Finisce il conflitto, la vita culturale del capoluogo piemontese è ricca di fermenti e di iniziative. La gente ha voglia di svago, dopo anni tanto bui, e prende d’assalto le sale da ballo e quelle filmiche di ogni ordine e genere. Tanto che all’inizio degli anni Cinquanta le sale torinesi legate alle parrocchie salgono a 23, alternando spesso proiezioni e spettacoli sul palcoscenico: da lì la doppia scritta esterna «Cine e teatro».
Di solito la loro funzione era limitata a due o tre giorni la settimana. Facevano eccezione il cinema San Felice di via Giusti (che poi diventerà Movie Club, il primo cineforum della città) diretto da don De Bon e l’Alfa Teatro del SS. Sacramento di via Casalborgone, nel quartiere Madonna del Pilone, curato da don Gorgellino, le cui attività erano permanenti.
Chi ha visto il film “Nuovo cinema Paradiso” di Tornatore o ha vissuto il periodo del dopoguerra, può, meglio di altri, comprendere il ruolo sociale ed educativo svolto in quegli anni dalle sale cinematografiche e dagli oratori presenti in tutte le città, in tutti i paesi e nei più sperduti borghi italiani.

La domenica al cinema parrocchiale
Pensi ai cinema parrocchiali, e ti viene in mente la fanciullezza, ma anche «Nuovo cinema Paradiso», il meraviglioso film di Giuseppe Tornatore vincitore del premio Oscar nel 1990, incentrato sull’amicizia tra il piccolo Totò e il proiezionista Alfredo. Pensi a quelle piccole sale accanto alle chiese, e ti ricordi quando ce ne era almeno una in ogni quartiere.
La visione di una pellicola costituiva il premio per l’essersi comportati bene tutta la settimana. Di solito ci si andava la domenica pomeriggio: all’uscita da Messa si guardava il cartellone appeso all’esterno, e si decideva se ne valeva la pena.
Se la risposta era affermativa, da lì a poche ore scattava il piano familiare di preparativi che coinvolgeva padre, madre ed eventuali fratelli e sorelle, tutti rigorosamente con il vestito della festa o quasi, perché all’ingresso si poteva incontrare il vicino di casa oppure un collega d’ufficio, e bisognava essere in ordine.
I più grandicelli potevano anche andarci da soli, non necessariamente comportandosi male (oggi si direbbe facendo casino) come raccontato in molte pellicole. Tra l’altro, anziché le maschere, qualche volta c’erano i preti che giravano in platea e in galleria… Era un mondo, con le sue regole, che non esiste quasi più, e non solo a Torino.
Sale ricavate in ogni spazio disponibile
In genere si trattava di sale dalla capienza piuttosto limitata. Faceva eccezione il San Paolo, costruito nel 1929 su progetto dell’ingegner Remo Locchi all’interno dell’oratorio salesiano di via Luserna di Rorà, che accoglieva - tra platea e galleria - quasi 1.300 spettatori.
I problemi di spazio nei borghi centrali il più delle volte imponevano di ricavare le aree di spettacolo nei sottochiesa dotati di cripta, come nel caso del cinema Santa Giulia e del Cravesana dei SS. Angeli in via Avogadro. Ogni piccolo spazio viene adibito a sala di proiezione.
C’era il cinema del Collegio degli Artigianelli in corso Palestro e dell’Oratorio Casermette di Borgo San Paolo, della parrocchia di San Secondo e persino dell’Ospedale delle Molinette. Come al santuario di Santa Maria di Piazza (dietro via Barbaroux), in cui una stanzetta di una trentina di metri quadri diventa cinema grazie a qualche panca di legno e a un telo tirato contro il muro.
Lo spirito cattolico aveva promosso pure l’apertura di alcune sale presso luoghi di cura e carceri. Si pensi a quelle annesse al San Luigi, alle Molinette, alle Nuove e all’ospedale psichiatrico.
Il cinema parrocchiale come luogo di incontro
A metà del decennio Cinquanta anche le sale parrocchiali il sabato sera venivano prese d’assalto da chi voleva vedere il quiz di Mike Bongiorno «Lascia o raddoppia?». Tra i film che andavano per la maggiore c’erano ovviamente i grandi classici, come «Cime tempestose», «I dieci comandamenti» e «La valle dell’Eden».
Ai tempi d’oro venivano proiettati in genere a cinque anni di distanza dalla loro uscita in prima visione, però il tutto esaurito era quasi sempre assicurato. «Ai tempi d’oro i film arrivavano da noi a cinque anni di distanza dalla loro uscita in prima visione, però le nostre sale erano sempre piene.
In platea si fumava e si mangiavano i panini. E poteva anche capitare che al termine della visione si riproiettassero per i ritardatari i primi 15 minuti di pellicola.
Il boom degli anni Cinquanta e Sessanta
A cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e la metà del decennio successivo si assiste ad un vero e proprio boom: a Torino le sale parrocchiali salgono a 47, molte delle quali avevano aumentato i posti a sedere, apportando al contempo migliorie tecniche (come le proiezioni in cinemascope) ed estetiche.
Queste ultime si concretizzavano nella sostituzione delle vecchie sedie in legno con comode poltrone e nell’apertura di piccoli punti di ristoro interno. Intanto nel 1961 aveva aperto i battenti il cine-teatro Cuore di via Nizza, collegato alla parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, con 271 posti.
Il 1948 quando l’allora parroco don Sante Petrelli fece realizzare dall’imprese edile di Mario Foresi il cinema parrocchiale denominato “Don Bosco”. Aveva una capienza di 130 posti tra platea e galleria.
La costruzione risale agli anni ’50. Fu inaugurata nel 1956 con una rappresentazione teatrale piena di “effetti speciali” con fondale e luci colorate, miriadi di stelline luminose, nuvole colorate… il tutto comandato da un regolatore meccanico di intensità a 18 canali.
Il Cinema Teatro Don Bosco
Iniziarono subito le proiezioni cinematografiche domenicali per i ragazzi dell’oratorio. Mancava solo l’apertura al pubblico. Nel febbraio del 1963 si aprì al pubblico con la prima proiezione.
Ebbe da subito un buon successo di pubblico sia per la programmazione sia per il costo del biglietto. Dalla programmazione domenicale si passò a proiettare i film anche quattro volte volte la settimana.
Negli anni ’70 con la crisi del cinema, come tutte le sale, per qualche anno la sala “Don Bosco” rimase chiusa. Riprese l’attività nel 1986 con la collaborazione dei CGS prima e di amici volontari dopo.
Dopo 40 anni di attività la struttura necessitava di una radicale ristrutturazione che si concluse fra il 1988 e il 1989. Da allora le attività cinematografiche e teatrali non si sono più interrotte e sono andate via via crescendo le iniziative, le presenze e la simpatia per l’accogliente struttura.
Una sala parrocchiale tra cinema e teatro
Il locale, però, venne sempre utilizzato in parallelo anche per spettacoli teatrali e talora per conferenze; e alla programmazione cinematografica ordinaria si affiancò ben presto quella dei cineclub.
La polifunzionalità era una caratteristica tipica di queste strutture: la stessa sala poteva ospitare proiezioni cinematografiche, rappresentazioni teatrali, conferenze, incontri educativi e iniziative dell’oratorio.
La sala dispone adesso di un proiettore 4k, di un nuovo impianto audio 7.1 e di un nuovo sistema di fruizione cinematografica per disabili sensoriali.
Il cinema Cuore e la programmazione dei volontari
La programmazione fu sempre curata con passione ed equilibrio dal gruppo dei volontari, come abbiamo modo di capire sfogliando, a campione, le pagine degli spettacoli dei quotidiani cittadini o i notiziari parrocchiali, che registrano le proiezioni settimana per settimana.
Fra i volontari che fin dalla prima ora gestirono l’attività spicca la figura di Ennio Barbieri, che per quarant’anni, fino alla morte nel febbraio 2003, fu la vera colonna portante del cinema Cuore.
In un articolo de La Voce del Popolo Ennio è ricordato come “anima e motore infaticabile delle attività del Cuore” e paragonato affettuosamente al personaggio interpretato da Philippe Noiret in Nuovo cinema Paradiso per aver accompagnato “la formazione di tanti sinceri appassionati della Settima Arte”.
La gestione era affidata alla parrocchia che si avvaleva della collaborazione dei giovani che ruotavano intorno all’oratorio “Don Bosco” e che tutti i sabati erano invitati da don Bernardo a partecipare alle “adunanze” (momenti di riflessione e preghiera), nei locali dell’ex asilo di via IV Novembre.
Quali film venivano proiettati
I film proposti spaziano dal Western all’avventura, dai classici della comicità (Stanlio e Ollio, Chaplin, Don Camillo) alla commedia all’italiana, dai musical ai cartoni animati e altri film per ragazzi, senza trascurare scelte più impegnative.
Ennio stesso, in un bollettino parrocchiale del 1975, si dichiara consapevole, e anche fiero, che sia una “programmazione a volte difficile e non commerciale”, come Il Gattopardo, Il giorno della civetta, Sacco e Vanzetti, Il colore viola.
Non mancano, naturalmente, grandi film di argomento religioso come La Bibbia, Bernadette, Marcellino pane e vino, Fratello Sole Sorella Luna, Jesus Christ Superstar. Questi, in particolare, ma anche numerosi classici verranno riproposti anche più volte negli anni.
Si tratta spesso di film di alcuni anni prima, certamente anche perché il vecchio sistema delle varie categorie di cinema (prima, seconda, terza visione…) poneva le sale parrocchiali in fondo alla gerarchia; e del resto la preoccupazione non era quella di proiettare opere recenti quanto piuttosto opere di un certo valore artistico e di offrire agli spettatori, oltre al divertimento, “un discorso serio e ragionato”.
Educazione, qualità e controllo della programmazione
Fin dai primi Anni Settanta, esprimendo un parere sullo scarso valore educativo di tanti film proiettati in sale parrocchiali, Ennio sottolineava la necessità di andare oltre la logica del “fare cassetta” e l’importanza di affidare la gestione delle sale a un gruppo qualificato, con l’appoggio dell’ACEC che, “nella contrattazione con le case di noleggio, può scegliere e consigliare i film più adatti”.
Nonostante la grande attenzione e consapevolezza dimostrata in questo intervento e in altri simili nei notiziari parrocchiali, Barbieri non riuscì a evitare polemiche da parte di qualche parrocchiano quando, nel 1973, fu proiettato il film di Lina Wertmüller Mimì metallurgico ferito nell’onore che, pur proposto con alcune scene tagliate e con l’avvertenza che non era consigliato ai ragazzi, qualcuno giudicò sconveniente.
Anni dopo, ci fu qualche critica persino per la proiezione de Il nome della rosa. In altre occasioni il pubblico venne preparato, attraverso schede di presentazione sempre sul notiziario parrocchiale, alla visione di film importanti, ma che per il loro contenuto avrebbero potuto urtare o comunque suscitare reazioni negative.
È il caso del Messia di Rossellini che potrebbe non soddisfare “sia quelli che vorrebbero un Gesù più oleografico e più «straordinario», sia quelli che lo vorrebbero ancora più «umano»”, ma presenta Gesù come “maestro di umanità e dell’umanità intera”; o de L’esorcista che, “essendo un film vietato ai minori, potrebbe portare anche qualche voce di dissenso”, ma costituisce “un contributo, anche se pur limitato ad una rappresentazione cinematografica, dell’eterno conflitto umano fra bene e male”.
I cineforum e il cinema d’autore
Alla programmazione ordinaria si affiancò ben presto, a partire dal 1964, l’attività del Cineclub CSS, che si svolgeva in parallelo in diversi cinema parrocchiali, inizialmente al Cuore e al San Secondo.
L’iniziativa aveva uno scopo benefico, cioè sovvenzionare gli studi a giovani bisognosi, ed era caratterizzata da una scelta di film di alto livello, dal cinema d’autore a tematiche storico - politiche.
Il Cuore, però, tornò anni dopo a riproporre esperienze di cineclub. Oltre al Cinecircolo Il raggio verde, rassegna di cinema d’autore documentata fra il 1999 e il 2000, per anni la nostra sala fu sede di rassegne di cinema in lingua inglese.
Inizialmente con il titolo Stars Stripes and Movies (1982 - 1996), poi English and Movies (1996 -2001), in collaborazione con gli Oxford Institutes Italiani e l’International Club Oxford.
È stato in un cinema parrocchiale (il San Felice) che è nato il primo cineforum torinese, il Movie Club, da cui è transitata una generazione di futuri critici cinematografici, da Alberto Barbera a Sergio Toffetti. E sempre le nostre sale sono state le prime a presentare rassegne di film in lingua originale inglese, come lo Stand In e il View Point».
Il cineforum come strumento educativo
Quante volte in parrocchia, a scuola, in un campo estivo o all’oratorio capita di usare un film per stimolare la discussione? Il cinema è un mezzo usato spesso da insegnanti, catechisti, animatori.
Non sempre però si hanno strumenti e competenze per farlo nel modo giusto. Tanti gli aspetti da tenere presenti: la scelta del film, i criteri per valutare un’opera cinematografica, l’individuazione di tematiche e valori espressi dall’autore.
In pratica, si tratta di imparare a organizzare e condurre cineforum, ma anche più semplicemente a usare un film come strumento educativo. Il corso si è aperto con una introduzione sul magistero ecclesiale sui mezzi di comunicazione di massa e una breve storia del cinema.
Prosegue quindi con le tecniche di conduzione di un dibattito, i criteri per la valutazione di un film e la scelta del titolo giusto ad ogni occasione. Si arriverà poi ai vari generi: dal cinema religioso (racconti biblici, film su Gesù, vite dei santi. ) al cinema «di contrapposizione» o al cinema «di impegno».
Il dialogo dopo la proiezione
Ci sono tanti modi per approcciarsi al cinema: c’è chi ci va per distrarsi, chi per vedere all’opera un certo attore, chi per gustarsi l’opera più recente del regista preferito, chi per vedere gli effetti speciali… Ogni spettatore ha una sensibilità diversa e ciascuno di essi durante la visione del film è attratto e colpito da qualcosa di diverso, dialoghi, simboli, inquadrature, suoni, montaggio.
Se all’uscita dalla sala fosse possibile ricomporre il puzzle dei pensieri degli spettatori e in qualche modo restituirlo a tutti loro, ciascuno potrebbe scoprire molti altri significati, linguaggi, attenzioni proposti dal film, che da solo non aveva colto.
Per questo ogni proiezione è accompagnata da una scheda di presentazione del film e preceduta da una breve introduzione a cura degli organizzatori; al termine, per chi lo gradisce, è possibile scambiarsi opinioni sul film.
I film vengono selezionati cercando di proporre alcuni dei migliori film della stagione precedente e non solo, privilegiando pellicole che offrano spunti di riflessione interessanti collegati a temi attuali e rilevanti.
La crisi degli anni Settanta e Ottanta
Nel 1970 inizia il lento declino: se ne contano 39. Però andavano forte Bruce Lee, la coppia Bud Spencer-Terence Hill e le commedie popolari.
Negli anni ’70 con la crisi del cinema, come tutte le sale, per qualche anno la sala “Don Bosco” rimase chiusa. Anche le sale più frequentate iniziarono a confrontarsi con la concorrenza della televisione, con la trasformazione delle abitudini familiari e con la progressiva crescita dei cinema commerciali.
Queste scelte si rivelarono vincenti in un momento di grave crisi per le sale parrocchiali (e in genere per cinema piccoli o periferici), quei primi Anni Ottanta in cui le TV private iniziavano a proporre “abbuffate di film - in maggioranza poi scadenti”.
Ma non fu solo la qualità della programmazione a garantire la sopravvivenza del Cuore: come spiega Ennio Barbieri, oltre a “puntare sui programmi”, i cinema parrocchiali devono “rinnovarsi, fare pubblicità, non nascondersi, dare un minimo di confort alle sale”.
La tragedia dello Statuto e le nuove norme di sicurezza
In seguito alla tragedia dello Statuto (13 febbraio 1983, 64 vittime), si assiste ad una vera e propria decimazione. Sorte inevitabile per quelli situati nei locali sotto le chiese.
Non tutti i locali furono in grado di affrontare le ingenti spese per i lavori di adeguamento alla nuove rigorose norme di sicurezza. Risultato: nel 1985 risultavano attivi soltanto l’Agnelli, il Cuore e il Santa Rita.
Nella nostra sala, invece, contestualmente alla realizzazione dei lavori per la messa in sicurezza (maniglioni antipanico, scala antincendio sul cortile, nuove poltrone e rivestimenti ignifughi…), si riuscì anche ad aumentare il numero dei posti a sedere, da 150 a più di 200.
È stata ampliata la pubblicità con cartelloni esterni, scritte e volantini; si è affrontata, pochi anni prima, una spesa impegnativa, ma pienamente ripagata, per la sostituzione delle vecchie sedie in legno con confortevoli poltrone; sono state inoltre aggiunte tre nuove macchine da proiezione.
Le riaperture e la trasformazione delle sale
Anche se l’anno dopo, invertendo parzialmente la tendenza, riaprì l’Araldo presso la chiesa di San Bernardino e nel 1989 - grazie ad una colletta tra i parrocchiani - riprese l’Esedra di via Bagetti (Gesù Nazareno).
Esempio poi seguito dal Fregoli, dal Santa Teresa, dal Lanteri, dal Monterosa (700 posti) e dal Valdocco. Il Valdocco, insieme all’Agnelli, all’Esedra, al Monterosa e al Baretti (via Baretti), è uno dei cinque cinema ancora attivi oggi, in cui spesso vengono proposte pure rassegne tematiche, dibattiti e cineforum.
Con il Baretti che rappresenta un esempio particolarmente virtuoso, essendo nato a San Salvario nel 2002 come «presidio culturale» in risposta al movimento contro l’immigrazione. A dimostrazione della funzione più che socializzante del cinema.
Ora la società è cambiata e anche la nostra sala cinematografica non può più assolvere al ruolo che aveva prima. Per questo motivo la nostra parrocchia ha pensato di riconvertirla e destinarla a sala polivalente per attività di carattere sociale, educativo e ricreativo, mettendola anche a disposizione di chiunque ne faccia richiesta.
Dal cinema Don Bosco all’oratorio
Negli ultimi anni i giovani del locale cineclub “Amici miei” si sono autotassati e fatti promotori di iniziative finalizzate alla raccolta fondi da destinarsi al finanziamento di opere per la messa a norma e riqualificazione dell’edificio (porte, impianti ecc.) oltre che lavorato attivamente per smontare le poltroncine, richiedere preventivi, vendere manifesti e quadri, sensibilizzare e coinvolgere le attività commerciali e l’intera cittadinanza montecosarese.
Da “cinema don Bosco” negli anni siamo passati ad “Auditorium don Bosco”, per divenire poi “Oratorio San Lorenzo” ed oggi 2018 “Oratorio Metteo Farina“.
Si è cancellata la vecchia nomenclatura per adeguarsi anche ai tempi e far in questo modo conoscere ai giovani un modello di vita cristiana quale è stato questo nostro fratello il cui nonno era di Montecosaro.
Dopo l’imbiancatura dei locali e l’acquisto di alcuni giochi, Domenica 18 marzo 2018 c’è stata l’ inaugurazione e la benedizione del rinnovato locale.
Gli ultimi anni del cinema Cuore
Con i primi Anni Duemila si conclude l’era di Ennio Barbieri; e per il Cinema Cuore iniziano gli anni più difficili. L’anno della morte di Ennio la sala non riaprì per la nuova stagione, e rimase chiusa fino al periodo natalizio dell’anno successivo.
In quei mesi furono eseguiti alcuni lavori di ristrutturazione, in particolare nell’atrio, con lo spostamento della cassa presso la porta d’ingresso, all’interno di un box a vetri.
Alla riapertura, la gestione venne presa in carico da Vittorino Minetti, che se ne occupò fino alla definitiva chiusura, sempre coadiuvato da un gruppo di volontari nella scelta dei film, per la proiezione e la biglietteria.
Per alcuni anni la programmazione ordinaria procedette regolarmente e ripresero, in parallelo, le rassegne dei film in lingua inglese; nel 2009 fu creato anche un sito internet per diffondere informazioni relative agli orari e ai film proposti.
Fra il 2010 e il 2011 si eseguirono nuovi importanti lavori di adeguamento alle norme di sicurezza, con la sostituzione del pavimento, del sipario e delle poltrone (ridotte a un totale di 186), e fu acquistato un nuovo proiettore digitale.
Dal cinema parrocchiale alla sala della comunità
Una volta li chiamavamo cinema parrocchiali. Oggi sono le sale della comunità, ma la sostanza non cambia. Fedeli allo slogan «uno schermo per ogni campanile», dal dopoguerra hanno accompagnato l’alfabetizzazione di un paese che rinasceva.
Un tempo si chiamavano “cinema parrocchiali”, oggi “sale della comunità”, e nonostante gli anni, le crisi, le trasformazioni tecnologiche, i cambiamenti degli spettatori, il circuito delle sale cattoliche sta vivendo un momento di rinnovata centralità come presidio culturale di tante piccole comunità italiane e mostra una grande capacità di rigenerare la propria esperienza.
In un quadro di contrazione dell’esercizio cinematografico, le sale della comunità sembrano aver trovato un equilibrio, un modello di sostenibilità che si manifesta sia nella resistenza nel tempo (il 33% delle Sale opera da 41-60 anni e addirittura il 17% è attivo da più di 60 anni), sia in un’estensione della rete: l’11% delle Sale censite sono state aperte (o riaperte) negli ultimi 10 anni.
La polifunzionalità delle sale della comunità
Il secondo tratto è la polifunzionalità, l’uso di spazi, strutture, idee ed energie personali per una molteplicità di attività diverse: il cinema, certo, ma anche (in quasi il 60% dei casi) il teatro, gli spettacoli musicali dal vivo e i cicli di conferenze, spesso dedicate a temi emergenti, importanti dal punto di vista civile e in grado di suscitare dibattito.
In questa prospettiva il digitale è stato certamente un’occasione di cambiamento obbligato, colta rispondendo alla mutazione del paesaggio mediale. Ma ha assunto anche il ruolo di un vero e proprio volano che ha permesso alle Sale di concretizzare quella sollecitazione alla «polivalenza» e all’uso di «ogni strumento di comunicazione» che gli veniva anche dai documenti ecclesiali costituitivi.
Il cinema parrocchiale, quindi, non coincideva necessariamente con una sala destinata soltanto ai film: spesso era un ambiente condiviso, nel quale convivevano proiezioni, teatro, conferenze, musica, attività per ragazzi e momenti di socializzazione.
La presenza sul territorio e il ruolo dei volontari
Il primo è la distribuzione sul territorio. I cinema parrocchiali funzionano infatti in chiave compensativa, andando a collocarsi in aree spesso sprovviste di sale e in cui la domanda di cultura e di momenti di incontro e di socializzazione si esprime con maggiore forza: nei paesi con meno di 5.000 abitanti (che ospitano in 19% delle Sale della Comunità) o nelle periferie dei grandi centri urbani (dove sono ubicate il 13% delle Sale).
Il terzo tratto è l’ascolto e il dialogo con gli altri operatori sociali e culturali. Anche per ragioni pratiche, le Sale si mostrano disponibili a collaborare con le amministrazioni pubbliche, con le scuole, con le associazioni che operano sul territorio, partendo dal più semplice gesto di ospitare nei propri spazi le iniziative lanciate da altri, fino alla progettazione comune, soprattutto con scuole e con altre sale.
Il dialogo e l’apertura emergono anche dalle modalità di gestione della Sala improntate alla partecipazione. Il 96% della Sala è diretto da un gruppo di gestione: vere e proprie comunità, ampie (nel 50% dei casi con più di 10 persone) e aperte al contributo anche di chi non frequenta la parrocchia e dei giovani.
Luoghi dunque di dialogo, di scambio e di confronto: culturale, intergenerazionale, sociale.
La crisi, il digitale e la sopravvivenza delle piccole sale
È stato travolto dalla fruizione diversa (leggasi televisione, Internet e on demand) del prodotto cinematografico. Oggi i cinema cattolici in Piemonte sono rimasti 45, di cui solo 4 a Torino: Agnelli, Baretti, Esedra e Monterosa.
Paradossalmente, però, sono state proprio le sale della comunità a reggere meglio la crisi e lo switch off del 2014, con il passaggio alle proiezioni digitali. «In regione hanno chiuso solo il Cuore e il Piccolo Valdocco a Torino e Saluggia nel cuneese. Sono stati gli unici che non sono riusciti a far fronte alle spese di ammodernamento.
Le altre sale invece ce l’hanno fatta, attingendo ai finanziamenti pubblici e appoggiandosi ai gruppi di volontari che le gestiscono. Il digitale sembrava la fine di tutto, in realtà non è stato così».
Molti meno ma molto più agguerriti, i cinema cattolici sono entrati quasi ovunque a far parte del circuito di prima visione. In questi anni mordi e fuggi le nostre sale sono gli ultimi punti rimasti di aggregazione cinematografica.
Certo, i tempi in cui si andava nella sala parrocchiale per guardare tutti insieme “Lascia o raddoppia?” non torneranno più, però oggi c’è una parte del pubblico dei più giovani e delle famiglie che preferisce le mono-sale ai multiplex. E la maggior parte di quelle rimaste - sia in Piemonte sia nel resto d’Italia - sono cattoliche.
Le sale della comunità oggi
Anche nell'epoca del digitale, anzi grazie al digitale, i vecchi cinema parrochiali non solo sono sopravvisuti, ma sono anche in crescita e stanno rafforzando la loro presenza sul territorio, confermandosi come vitale punto di riferimento per la gente e polo positivo per il tessuto sociale.
È il risultato di una ricerca condotta dalla Università Cattolica, "I nuovi cinema paradiso", presentata oggi. Ecco i dati più significativi dell'indagine.
Questi cinema sono stati analizzati dai ricercatori dell’Università Cattolica Maria Grazia Fanchi e Alberto Bourlot. Lo studio, promosso dall’Associazione Cattolica Esercenti Cinema (Acec), è stato pubblicato da Vita e Pensiero nel volume “I nuovi Cinema Paradiso.
Lo studio ha coinvolto 272 responsabili di Sale della Comunità e 168 parroci in tutta Italia, offrendo un’immagine ricca e aggiornata di questa realtà paradigmatica e analizzando le sue attività, le reti di relazioni attivate e i servizi resi alla comunità civile ed ecclesiale.
| Elemento | Dato |
|---|---|
| Sale operative da 41-60 anni | 33% |
| Sale attive da più di 60 anni | 17% |
| Sale aperte o riaperte negli ultimi 10 anni | 11% |
| Sale situate in paesi con meno di 5.000 abitanti | 19% |
| Sale situate nelle periferie dei grandi centri urbani | 13% |
| Sale con teatro, musica dal vivo o conferenze | Quasi il 60% |
| Sale dirette da un gruppo di gestione | 96% |
| Gruppi di gestione con più di 10 persone | 50% |
La loro storia mostra come il cinema parrocchiale sia passato da semplice sala per le proiezioni domenicali a spazio articolato per la cultura e la vita sociale. Le vecchie panche, i sedili di legno, i cartelloni esposti dopo la Messa e le pellicole arrivate anni dopo la prima visione appartengono a un’epoca ormai lontana, ma la funzione dell’incontro può continuare nelle sale della comunità, nei cineforum, nei teatri parrocchiali e negli spazi polivalenti.
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