Il cardinale Pietro Parolin ha visitato l’Iraq dal 24 al 28 dicembre 2018 per celebrare il Natale con le comunità cristiane, incontrare le autorità locali e portare la vicinanza di Papa Francesco alle popolazioni colpite dalla guerra, dal terrorismo e dall’esilio.
Il viaggio ha avuto come tappe principali Baghdad, Erbil e la Piana di Ninive, con la celebrazione della Messa nella cattedrale caldea di San Giuseppe e nella cattedrale siro-cattolica di Altahera a Qaraqosh. La visita ha rappresentato una testimonianza concreta della vicinanza del Pontefice alle Chiese del Medio Oriente e un appello alla riconciliazione, alla ricostruzione e alla collaborazione tra cristiani e musulmani.
Il programma della visita di Parolin in Iraq
Il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, sarà in Iraq dal 24 al 28 dicembre. A Baghdad il cardinale incontrerà rappresentanti del governo e, come è ovvio, rappresentanti delle chiese d’Oriente.
Con il cardinale patriarca della chiesa caldea, Mar Louis Raphael Sako, concelebrerà infatti la Santa Messa della vigilia di Natale che si terrà alle 20.30 presso la cattedrale caldea di San Giuseppe nel quartiere di Karrada.
Prima di allora il cardinale Parolin ha visitato la chiesa siro cattolica di Nostra Signora della Salvezza, luogo in cui nel 2010 decine di fedeli e due sacerdoti vennero massacrati da un commando terroristico penetrato nel luogo di culto al momento della messa pomeridiana.
Lì Parolin ha assistito anche al rito dell’accensione del fuoco che simboleggia la nascita di Gesù. Il giorno successivo erano in programma visite a luoghi simboli della capitale irachena e ad organizzazioni caritatevoli.
Il giorno 26 il cardinale Parolin si è recato ad Erbil, dove ha incontrato esponenti del governo della provincia autonoma del Kurdistan iracheno, e da dove è partito per visitare la Piana di Ninive e celebrare, insieme al patriarca della chiesa siro-cattolica, Mar Ignatius Yousif III Yonan, la santa Messa nella cittadina di Qaraqosh prima di tornare a Roma.
| Tappa | Significato della visita |
|---|---|
| Baghdad | Incontri con il governo e con le Chiese d’Oriente; celebrazione della Messa di Natale |
| Erbil | Incontro con le autorità del Kurdistan e con le comunità cristiane che hanno accolto gli sfollati |
| Piana di Ninive | Visita alle aree storicamente abitate dai cristiani e incontro con le comunità rientrate dall’esilio |
| Qaraqosh | Messa nella cattedrale siro-cattolica di Altahera, gravemente danneggiata dall’ISIS |

La celebrazione del Natale a Baghdad
L’alto prelato ha trascorso il Natale in Iraq, celebrando una Messa nella cattedrale di San Giuseppe a Baghdad, nel quartiere di Karrada, assieme al patriarca della Chiesa caldea, il cardinale Louis Raphael Sako.
La celebrazione della vigilia di Natale nella cattedrale caldea di San Giuseppe ha riunito la comunità cristiana irachena in un momento particolarmente significativo, segnato dal ricordo delle persecuzioni e dalla speranza di una nuova stagione di pace.
La visita alla chiesa siro-cattolica di Nostra Signora della Salvezza ha avuto un valore particolare per la memoria della comunità cristiana. Nel 2010 decine di fedeli e due sacerdoti vennero uccisi durante un attacco terroristico compiuto all’interno del luogo di culto.
La presenza di Parolin in quel luogo ha collegato la celebrazione del Natale alla memoria dei martiri e alla solidarietà della Chiesa universale verso i cristiani iracheni.
La visita a Erbil e l’accoglienza degli sfollati
Il 26 dicembre, il cardinale Parolin si è spostato ad Erbil, nella regione del Kurdistan, lì dove sono arrivati la maggior parte dei profughi fuggiti dalla Piana di Ninive.
La cattedrale caldea di San Giuseppe è ad Ankawa, nella zona cristiana. Dopo aver portato i saluti di Papa Francesco, il cardinale Parolin ha ricordato “il virtuoso gesto di accoglienza che avete compiuto, specialmente in questi ultimi anni”.
Il cardinale ha ricordato in particolare l’estate del 2014, quando “tante persone, forzate a fuggire dalle loro case, hanno bussato alle vostre porte, trovandovi ammirevole ospitalità”.
In questo modo, “all’odio e all’intolleranza si sono opposte la solidarietà e la prossimità di tanta gente qui sul posto e della Chiesa universale”, che ha sostenuto le azioni di accoglienza con aiuti e volontari.
Il cardinale Parolin ha sottolineato che molti profughi sono già tornati nelle loro case e ha espresso la speranza che molti altri possano seguirli presto, perché “è responsabilità di tutti favorire questo ritorno, assicurando le condizioni adeguate affinché si possa riprendere una vita normale e tranquilla”.
Il messaggio ai cristiani iracheni
Il cardinale Parolin ha ricordato che “Gesù, il Figlio di Dio, Dio lui stesso, è venuto a condividere tutto con noi, tranne il peccato”. Non ha “eliminato il dolore, ma lo ha trasformato con la forza di un amore più grande”.
Nel giorno della festa dei Santi Innocenti, il cardinale Parolin si è detto “senza parole” di fronte al dolore innocente, ma ha anche sostenuto che è in questo dolore che si trova la Buona Novella dell’amore di Cristo.
Per questo “il sangue dei vostri martiri e la testimonianza di fede di tanti vostri fratelli e sorelle sono un tesoro per la Chiesa e un seme di nuova vitalità”.
Il cardinale ha invitato gli iracheni ad essere “artefici di comunione, fuggendo come peste le divisioni, le contese, le rivalità all’interno delle comunità”, per diventare piuttosto “operatori di riconciliazione e di pace in un mondo frantumato”.
Secondo Parolin, i cristiani possono portare un “contributo fondamentale alla costruzione della società e del Paese insieme agli altri vostri concittadini”.
Il cardinale Parolin ha chiesto ai fedeli di essere spronati dal mistero del Natale a “offrire con generosità il vostro contributo a questo Paese che amate, a questa società alla quale appartenete come membri a pieno titolo e al mondo intero”.
La presenza dei cristiani in Iraq e in Medio Oriente, ha aggiunto, deve continuare ad essere “la presenza di Gesù”.
La Messa a Qaraqosh
Qaraqosh è una delle città liberate dall’ISIS, che l’ha occupata per molti anni. La Messa celebrata lì dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, nella cattedrale siro-cattolica di Altahera ha dunque avuto un forte significato simbolico.
La cattedrale era stata completamente distrutta. La celebrazione ha assunto così il significato di un segno di ritorno, di ricostruzione e di continuità della presenza cristiana nella Piana di Ninive.
Nella sua omelia, il cardinale ha messo in luce di trovarsi in una città “dove, dai tempi antichi, la comunità cristiana ha sempre vissuto la fede con intensità, anche in mezzo a difficoltà di ogni genere e persecuzioni”.
Agli abitanti di oggi non sono state risparmiate “tribolazione, ingiustizia, tradimento, e la distruzione di quanto avevate di più caro, come questa cattedrale”.
Il cardinale Parolin ha lodato gli sforzi della comunità cristiana, che non ha rinnegato la fede e ha piuttosto preso la strada dell’esilio, come fece la Santa Famiglia di Nazareth.

Perdono, fiducia e ricostruzione sociale
Il cardinale Parolin ha assicurato che “i sacrifici non rimarranno senza frutto”, ma allo stesso tempo ha chiesto di perdonare, perché “così fa Dio e vivere il perdono avvicina l’uomo a Dio”.
“Attraverso il perdono, vinciamo il male con il bene e trasformiamo l’odio in amore e rendiamo così più pulito il mondo”.
Il cardinale ha sottolineato che i cristiani sono “chiamati a offrire il loro valido contributo non solo alla Chiesa, ma a tutta la società, essendo artefici di riconciliazione e di pace”.
Per questo sono chiamati a “chiedere e offrire perdono, iniziando dalle nostre stesse case, dalle nostre famiglie, in seno ai presbiteri e alle parrocchie”.
È il momento “del ritorno dall’esilio”, quello della ricostruzione, e la cosa più difficile “non è la riedificazione materiale, ma la ricostruzione della fiducia, la ricomposizione del tessuto sociale lacerato dai tradimenti, dal rancore e dall’odio”.
Il cardinale Parolin ha concluso sottolineando che la presenza dei cristiani in Medio Oriente è “la presenza di Gesù” e che si tratta di una missione “insostituibile e importantissima”.
Il significato politico e diplomatico della visita
La visita del segretario di Stato porta in questo modo una testimonianza concreta della vicinanza del Pontefice alle terre del Medio Oriente martoriate dalla guerra, portando altresì un valore politico non indifferente, vista l’agenda di Parolin che si presenta piena di incontri con le autorità locali, tanto a Baghdad che a Erbil.
A Baghdad il cardinale ha incontrato rappresentanti del governo e delle Chiese d’Oriente. A Erbil ha incontrato esponenti del governo della provincia autonoma del Kurdistan iracheno.
Già lo scorso 24 novembre il presidente curdo Barham Salih si era recato in Vaticano per incontrare il cardinale Parolin. In quei colloqui si è discusso tanto delle “sfide del processo di riconciliazione per favorire l’unità nazionale” quanto della “questione della presenza dei cristiani” e della possibilità di un loro ritorno nel Paese.
La visita alla Piana di Ninive è significativa visto che si tratta dell’area dove storicamente erano presenti i cristiani e dove, dalla sconfitta dell’ISIS, alcune famiglie hanno cominciato a tornare.
L’incontro con il presidente Barham Salih
Prima di partire per Erbil, il 26 dicembre, il cardinale Parolin ha incontrato il presidente della Repubblica Barham Salih. All’incontro, il cardinale Parolin era accompagnato dal cardinale Sako.
Salih ha invitato Papa Francesco a visitare la città irachena di Ur per un summit interreligioso, che era poi il viaggio che San Giovanni Paolo II avrebbe desiderato fare già nel 2000.
Secondo un comunicato dell’ufficio del presidente, Salih e il cardinale Parolin hanno discusso dell’importanza che hanno religioni di tipo differente nel lavorare insieme per combattere l’ideologia estremista.
L’ideologia estremista, secondo il comunicato, “non riflette il credo e i valori del nostro messaggio divino e le norme sociali”.
Il comunicato sottolinea anche che i due leader hanno discusso la situazione dei cristiani in Iraq e hanno parlato di un possibile accordo che permetta di mantenere la loro presenza nella nazione.
Tra gli obiettivi indicati figuravano l’aiuto alla ricostruzione delle loro case e dei luoghi di culto e la ricostituzione delle loro attività.
La speranza di una visita di Papa Francesco
La visita di Parolin ha acceso le speranze per una visita di Papa Francesco in Iraq. “Preghiamo per il successo di questa prima visita di un alto funzionario vaticano in Iraq”, si leggeva sul sito della Chiesa irachena, “e speriamo che sia una premessa per una visita di Papa Francesco”.
La gente è stata molto contenta per questa presenza. Ha sentito anche nella presenza del segretario di Stato la presenza del Papa, perché Parolin è andato in Iraq a nome del Papa per portare la vicinanza del Papa.
“Proprio tutti, ad una sola voce, sperano che lui possa al più presto visitare l’Iraq e confortarli personalmente”, ha raccontato il cardinale.
“E a questa speranza dei cristiani iracheni mi unisco anch’io: che si creino le condizioni naturalmente per cui il Santo Padre possa recarsi in Iraq e possa condividere momenti di preghiera e di incontro con questi nostri fratelli”.
Secondo Parolin, una visita del Papa sarebbe “un grandissimo incoraggiamento” per le comunità cristiane nelle difficoltà che si trovano ancora ad affrontare.
In un’intervista rilasciata al suo ritorno, tuttavia, il cardinale ha dichiarato che “per un viaggio del Papa in Iraq ci devono essere quel minimo di condizioni che permettano al viaggio stesso di realizzarsi ma che attualmente non esistono”.
Parolin ha aggiunto che esiste “una grandissima attesa da parte di tutti: autorità, alcuni musulmani che ho avuto occasione di incontrare e soprattutto comunità cristiane che sentono il bisogno di avere il Papa per essere confermati nella fede e incoraggiati nella loro situazione”.
Il cardinale ha espresso la speranza che queste condizioni possano realizzarsi e che il Papa possa andare al più presto anche in Iraq.
Il terrorismo e il dialogo tra cristianesimo e islam
Nell’intervista, Parolin ha parlato anche del fenomeno del terrorismo, affermando che “non è stato superato”.
“Dal mio viaggio in Iraq l’impressione che ho avuto e che mi è stata confermata da autorevoli interlocutori è che ancora sono presenti le radici di questo fenomeno”, ha dichiarato.
L’attenzione del Papa verso il mondo arabo è dovuta alle difficoltà che oggi si riscontrano nelle relazioni tra Cristianesimo e Islam, con le derive tragiche del terrorismo e del fondamentalismo religioso.
Di fronte a questa situazione, il Papa fin dall’inizio del suo pontificato ha cercato di promuovere l’incontro. Papa Francesco si caratterizza infatti per questa volontà di promuovere l’incontro contro ogni indifferenza.
Il cardinale ha indicato nella collaborazione tra cristiani e musulmani una condizione importante per il futuro del Paese. Durante la visita a Mosul, il governatore della città ha voluto salutare Parolin e a un certo punto lo ha preso per mano.
“L’ho sentito come un momento molto bello che dovrebbe essere simbolico di quella che è la collaborazione tra cristiani e musulmani: prendersi per mano e aiutarsi a vicenda”.
In quel momento stava piovendo a dirotto ed è apparso un arcobaleno nel cielo. Parolin lo ha descritto come “il simbolo della pace, dell’alleanza”.

La testimonianza della Chiesa irachena
Parolin ha definito la visita “un incontro con le comunità cristiane dell’Iraq” segnato da “una grande emozione, una grande commozione” e da “una grande gioia”.
Il cardinale ha spiegato di essersi sentito contento di poter portare la vicinanza del Papa, il suo affetto, la sua benedizione e l’attenzione con cui ha sempre seguito le vicende delle comunità cristiane irachene.
Il viaggio si è svolto durante il Natale, “un tempo speciale” nel quale vi è “un clima di festa e di gioia”. È stata naturalmente anche un’occasione per condividere le sofferenze degli anni recenti e le incertezze del presente, ma nello stesso tempo le speranze per il futuro.
Parolin ha definito il viaggio “veramente un momento di grazia”, per il quale si è detto “immensamente grato al Signore”.
Negli interventi e soprattutto nelle omelie, il cardinale ha insistito sul fatto che i cristiani iracheni sono una testimonianza per la Chiesa universale.
“La Chiesa universale vi è grata per quello che avete vissuto, per come lo avete vissuto e deve prendere esempio proprio da voi, da questa capacità di sopportare patimenti, sofferenze, afflizioni per il nome di Gesù”.
Secondo Parolin, questa è un’esemplarità che la comunità irachena propone a tutta la Chiesa che, come dice il Concilio, “vive tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”.
Ciò che lo ha particolarmente colpito è stata la fierezza con cui i cristiani iracheni vivono la loro fede: si sentono fieri di essere cristiani e di continuare ad esserlo in mezzo a tante difficoltà, prove e patimenti.
La distruzione di Mosul e il ritorno della vita
Tra le immagini che hanno colpito maggiormente il cardinale vi è stata la distruzione di Mosul.
“Vedere le chiese, ma anche le case, i palazzi, tutta la parte della città che più ha sofferto per le vicende belliche” ha rappresentato per Parolin un’esperienza profondamente dolorosa.
Il cardinale ha ricordato anche le chiese caldee e siro-cattoliche piene di uomini, donne, bambini e giovani, tutti impegnati a cantare e pregare.
“Ti sentivi trasportato dal loro modo di pregare”, ha raccontato.
Le immagini della distruzione e quelle delle chiese affollate hanno mostrato due aspetti della situazione irachena: da una parte le ferite lasciate dalla guerra, dall’altra la vitalità di comunità che continuano a pregare, celebrare e ricostruire.
Il Natale riconosciuto come festa nazionale
Proprio durante il viaggio del cardinale Parolin in Iraq, il Consiglio dei Ministri iracheno ha stabilito che il 25 dicembre sarà festa nazionale.
All’epoca si attendeva l’approvazione del Parlamento. Si trattava di una decisione storica per il Paese, visto che per la prima volta veniva riconosciuta una festa dei cristiani, che in Iraq sono minoranza.
Solo nel Kurdistan il Natale era già considerato una festività.
La decisione è stata presentata come un riconoscimento pubblico della presenza cristiana nel Paese e come un segnale di apertura in una fase segnata dalla ricostruzione delle comunità e dalla ricerca dell’unità nazionale.
La visita nel contesto della diplomazia vaticana
“Dialogo” e “incontro” sono due degli obiettivi principali della politica diplomatica vaticana di Parolin.
Per lui, “la ragione per cui la Santa Sede ha un corpo diplomatico è per sforzarsi di promuovere la pace. La diplomazia vaticana si occupa del bene comune dell’umanità”.
Inoltre, ritiene che “la diplomazia dovrebbe avere come obiettivo il bene dell’umanità”.
Parolin ha frequentemente sottolineato che la diplomazia della Chiesa è una “diplomazia di pace” e che non ha “interessi di potere, né politici, economici o ideologici”.
Per questo, secondo il cardinale, essa ha “maggiore libertà di rappresentare le ragioni di una parte all’altra e di rendere entrambe consapevoli dei rischi che una visione autoreferenziale può comportare per tutti”.
La visita in Iraq ha unito la dimensione pastorale, rappresentata dalle celebrazioni natalizie e dagli incontri con le comunità, alla dimensione diplomatica, espressa nei colloqui con il governo iracheno e con le autorità del Kurdistan.
Il viaggio ha inoltre mostrato il ruolo della Santa Sede nel sostenere il ritorno dei cristiani, la ricostruzione dei luoghi di culto, la riconciliazione nazionale e il dialogo interreligioso.
La presenza cristiana e la ricostruzione dell’Iraq
La questione della presenza dei cristiani è stata al centro degli incontri politici e delle celebrazioni religiose.
Il possibile accordo discusso con le autorità irachene avrebbe dovuto contribuire a mantenere la presenza cristiana nella nazione, aiutando la ricostruzione delle case, dei luoghi di culto e delle attività.
Il ritorno dei profughi non riguarda soltanto la ricostruzione materiale degli edifici. Secondo il messaggio di Parolin, richiede anche la ricostruzione della fiducia e la ricomposizione del tessuto sociale.
La ricostruzione della fiducia è resa difficile dai tradimenti, dal rancore e dall’odio, ma il cardinale ha indicato nel perdono una via per vincere il male con il bene e trasformare l’odio in amore.
In questo percorso, i cristiani sono chiamati a contribuire non soltanto alla vita della Chiesa, ma anche alla costruzione della società e del Paese insieme agli altri cittadini.
La loro missione, ha sottolineato Parolin, è quella di essere artefici di comunione, riconciliazione e pace.
La visita di Parolin come segno di vicinanza del Papa
Il segretario di Stato ha portato in Iraq il saluto, l’affetto e la benedizione di Papa Francesco.
La sua presenza è stata percepita dai cristiani iracheni come una forma concreta di vicinanza del Pontefice alle comunità che hanno subito persecuzioni, espulsioni, distruzioni e anni di esilio.
Il cardinale ha incontrato una Chiesa che, tra patimenti e tribolazioni, testimonia la gioia e la bellezza del Vangelo.
La celebrazione del Natale con le comunità cristiane ha permesso di condividere le sofferenze degli anni recenti, le incertezze del presente e le speranze per il futuro.
Attraverso la visita a Baghdad, Erbil, Mosul e Qaraqosh, Parolin ha trasmesso un messaggio fondato sulla memoria dei martiri, sull’accoglienza degli sfollati, sul ritorno nelle terre d’origine, sulla ricostruzione delle città e sulla collaborazione tra le diverse comunità religiose.