Levitico, tradimento e adulterio: «chi tradisce deve morire» e il significato della norma biblica

In Levitico 20,10 si legge: «Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adùltera dovranno esser messi a morte». La pena di morte prevista per l’adulterio apparteneva alla legge dell’Antica Alleanza, data all’antico Israele in un regime teocratico, e non costituisce oggi un comando rivolto ai cristiani o alle società moderne.

Il testo non significa quindi che ogni persona che tradisce debba essere uccisa nel presente, ma mostra quanto l’adulterio fosse considerato una grave violazione dell’alleanza coniugale, dell’ordine familiare e della relazione con Dio. La Bibbia continua a giudicare l’adulterio come peccato, ma il Nuovo Testamento ne presenta le conseguenze soprattutto sul piano morale e spirituale, insieme alla possibilità del pentimento e del perdono.

Che cosa dice Levitico 20,10 sull’adulterio

La legge dell’Antico Testamento elenca una serie di comportamenti punibili con la morte, tra cui l’adulterio. «Se uno commette adulterio con la moglie di un altro, se commette adulterio con la moglie del suo vicino, l’adultero e l’adultera saranno messi a morte» (Levitico 20:10).

La prescrizione riguarda entrambe le persone coinvolte: «l’adultero e l’adultera dovranno esser messi a morte». È importante notare che la punizione era la stessa per entrambe le parti coinvolte. Non c’era un doppio standard che facesse sconti per le scappatelle di un uomo; egli veniva punito insieme alla donna.

Levitico 20 collega la norma sull’adulterio a una serie di prescrizioni riguardanti la famiglia, i rapporti sessuali proibiti, l’idolatria, la divinazione e la separazione d’Israele dalle altre nazioni. Il capitolo si apre con la condanna di chi offre i propri figli a Moloch e prosegue con l’invito alla santità: «Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono il Signore, vostro Dio».

La conclusione del capitolo riprende lo stesso tema: «Sarete santi per me, poiché io, il Signore, sono santo e vi ho separati dagli altri popoli, perché siate miei» (Levitico 20,26). La punizione dell’adulterio deve quindi essere letta all’interno di un sistema religioso, giuridico e sociale complessivo, fondato sull’alleanza tra Dio e Israele.

Levitico 20 adulterio legge mosaica

La pena di morte vale ancora oggi?

Prima di rispondere a questa domanda, è importante chiarire una differenza tra l'Antico Testamento e il Nuovo Testamento. Secondo la legge dell'Antica Alleanza, data all'antico Israele in un regime teocratico, la punizione per l'adulterio era la morte (Levitico 20:10).

Nel Nuovo Testamento, Gesù ha introdotto una nuova legge. Il salario del peccato è ancora la morte eterna (Romani 6:23), ma l'adulterio non comporta più la pena di morte dal punto di vista civile. I cristiani moderni non vivono sotto l'antica teocrazia e non hanno il comando di fare del male a coloro che peccano.

Ancora una volta, questa legge fu data a Israele come parte dell’Alleanza mosaica. La chiesa non è Israele, e noi non viviamo sotto l’Antico Patto. Oggi, la Bibbia non raccomanda alcuna punizione di questo tipo per l’adulterio.

Il settimo comandamento è formulato in modo molto breve: «Non commettere adulterio». In ebraico è ancora più breve che in italiano. Come il sesto e l’ottavo, è composto da due sole parole: lo’ thin’af (לֹא תִּנְאָֽף), la particella negativa lo’, che si usa per i divieti di legge, e l’imperfetto/futuro di na’af, un verbo la cui radice ha a che fare con il volgersi da un’altra parte, e che significa specificamente “commettere adulterio”.

Perché la legge antica era così severa

Le prescrizioni della legge antico-testamentaria erano molto severe. Esse erano anche molto particolareggiate, e penetravano nei più minuziosi dettagli concreti della vita.

Si può presumere che quanto più la legalizzazione della poligamia effettiva si faceva evidente in questa legge, tanto più cresceva l’esigenza di sostenere le sue dimensioni giuridiche e di premunire i suoi limiti legali. Di qui il grande numero di prescrizioni, ed anche la severità delle pene previste dal legislatore per l’infrazione di tali norme.

Queste norme proteggevano l’identità religiosa e sociale d’Israele. Le prescrizioni di Levitico 20 sono legate alla necessità di una completa separazione morale di Israele dalle altre nazioni. I Cananei erano noti, tra le altre cose, per la loro licenziosità sessuale, e Dio voleva che Israele fosse santo, o “separato”, da loro (versetti 22-24).

Il capitolo stesso presenta questa separazione come una condizione dell’appartenenza al popolo: «Io il Signore vostro Dio vi ho separati dagli altri popoli». La santità non indica soltanto una disposizione interiore, ma anche un ordinamento concreto della vita familiare, religiosa e comunitaria.

Il linguaggio di Levitico e il significato di «scoprire la nudità»

Occorrerebbe forse porre in rilievo il linguaggio di questa legislazione, il quale, come sempre in tal caso, è un linguaggio oggettivizzante della sessuologia di quel tempo. E anche un linguaggio importante per l’insieme delle riflessioni sulla teologia del corpo.

Vi incontriamo la specifica conferma del carattere di pudore che circonda ciò che, nell’uomo, appartiene al sesso. Anzi, ciò che è sessuale, viene in certo senso considerato come «impuro», specialmente quando si tratta delle manifestazioni fisiologiche della sessualità umana.

Lo «scoprire la nudità» (cfr. Lev 20,11.17-21) è stigmatizzato come l’equivalente di un illecito atto sessuale compiuto; già la stessa espressione sembra qui abbastanza eloquente. Non vi è dubbio che il legislatore ha cercato di servirsi della terminologia corrispondente alla coscienza e ai costumi della società contemporanea.

Così dunque il linguaggio della legislazione antico-testamentaria ci deve confermare nella convinzione che non soltanto sono note al legislatore e alla società la fisiologia del sesso e le manifestazioni somatiche della vita sessuale, ma anche che queste sono valutate in modo determinato.

La legge di Levitico 20 non riguarda soltanto l’adulterio

Levitico 20 comprende molte norme diverse, che non possono essere confuse tra loro. Dopo la condanna dell’idolatria e della negromanzia, il capitolo tratta le colpe contro la famiglia e i rapporti sessuali proibiti.

PassoCondotta descrittaConseguenza indicata nel testo
Levitico 20,2-5Offrire figli a MolochMorte e lapidazione
Levitico 20,6.27Negromanzia e divinazioneEliminazione dal popolo e lapidazione
Levitico 20,9Maledire o maltrattare il padre o la madreMorte
Levitico 20,10Adulterio con la moglie del prossimoMorte per l’adultero e l’adultera
Levitico 20,11-21Rapporti sessuali vietati in ambito familiare e altre condotte proibiteMorte, eliminazione dal popolo o assenza di figli, secondo il caso

Il testo distingue quindi tra diverse forme di trasgressione e attribuisce loro conseguenze differenti. Non ogni frase del capitolo parla di adulterio e non ogni pena indicata ha lo stesso significato giuridico o rituale.

Adulterio, matrimonio e alleanza

Nella Bibbia con il termine adulterio in genere ci si riferisce al rapporto sessuale volontario fra una persona sposata, uomo o donna, e un’altra che non sia il suo coniuge (Giobbe 24:15; Proverbi 30:20).

Chi commette adulterio infrange il voto solenne che ha fatto al coniuge al momento del matrimonio. Commettere adulterio equivale anche a “peccare […] contro Dio” (Genesi 39:7-9).

Nonostante si faccia un gran parlare della fedeltà coniugale come di una virtù, l’adulterio continua a distruggere molte famiglie. L’adulterio è crudele perché può separare i figli dai genitori.

«Sia il matrimonio tenuto in onore da tutti, e sia il talamo incontaminato; poiché Dio giudicherà i fornicatori e gli adulteri» (Ebrei 13:4). Il matrimonio sia onorevole fra tutti, e il letto matrimoniale sia senza contaminazione.

Il significato del tradimento: che cosa muore con l’adulterio

A maggior ragione, anche l’adulterio è, in sé, un atto di violenza. La storia dell’adulterio di Davide con Batsheba è una chiara illustrazione di come questo peccato sia strettamente collegato all’omicidio oltre che ai peccati vietati dai tre comandamenti che seguono sulla stessa tavola della Legge: non rubare, non dire bugie e non desiderare le cose del tuo prossimo.

Come con l’omicidio, anche con l’adulterio c’è infatti qualcosa che muore e c’è qualcuno che causa questa morte. Anche se, nel caso dell’adulterio, normalmente a morire non è una persona fisica.

Muore comunque una realtà personale: il rapporto di fiducia tra i due coniugi, la loro unione, che è una realtà complessa e vivente, superiore a quella della somma delle due vite che si sono unite in matrimonio.

Il tradimento della promessa matrimoniale è la rottura di un’unità che corrisponde a una condivisione non solo fisica, ma anche e soprattutto di conoscenza: una nuova coscienza, una nuova persona. E questo peccato è innanzitutto un peccato contro Dio e contro il suo piano per l’uomo.

Il matrimonio come «una sola carne»

Discutendo con i farisei che erano venuti a metterlo alla prova per dimostrare che insegnava cose diverse da Mosè, Gesù si è riferito a questa unità, e all’importanza che le è data proprio nell’insegnamento di Mosè, in particolare all’inizio del libro della Genesi.

Infatti «egli rispose loro: Non avete letto che il Creatore, da principio, li creò maschio e femmina e che disse: Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre, e si unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi» (Matteo, 19:4-6).

Essi gli dissero: «Perché dunque Mosè comandò di scriverle un atto di ripudio e di mandarla via? Gesù disse loro: Fu per la durezza dei vostri cuori che Mosè vi permise di mandare via le vostre mogli; ma da principio non era così» (Matteo, 19:7-8).

Il ripudio infatti doveva essere un fondamentale strumento di controllo sulle mogli, oltre che un facile modo di disfarsene quando diventavano vecchie. Gesù ci ricorda che il ripudio è un gesto che viene dalla durezza del cuore dell’uomo, cioè dal nostro egoismo, non dal SIGNORE.

Infatti così era considerato già negli scritti dell’Antico Testamento: «Poiché io odio il ripudio, dice il SIGNORE, Dio d’Israele; chi ripudia copre di violenza la sua veste, dice il SIGNORE degli eserciti. Badate dunque al vostro spirito e non siate sleali» (Malachia, 2:16).

Adulterio fisico e infedeltà del cuore

Quando Cristo nel discorso della montagna pronunzia le parole: «Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio», e immediatamente aggiunge: «Ma io vi dico…», è chiaro che Egli vuole ricostruire nella coscienza dei suoi ascoltatori il significato etico proprio di questo comandamento, distaccandosi dall’interpretazione dei «dottori», esperti ufficiali della legge.

Nel discorso della montagna Cristo svela nuovamente quel senso, oltrepassandone cioè le ristrettezze tradizionali e legali. In questo modo il comandamento non viene ridotto soltanto all’atto fisico, ma viene riportato alla responsabilità della persona, del desiderio e dell’intenzione.

Gesù disse che i suoi seguaci dovevano astenersi dal commettere adulterio (Matteo 5:27, 28; Luca 18:18-20). Il comandamento riguarda quindi anche il modo in cui una persona guarda, desidera e coltiva interiormente un rapporto contrario alla fedeltà promessa.

Questo non significa che ogni sentimento involontario equivalga automaticamente a un adulterio compiuto. Significa che il desiderio coltivato consapevolmente può diventare un’infedeltà morale, soprattutto quando una persona alimenta fantasie, segretezza e coinvolgimento affettivo contro l’impegno matrimoniale.

Il tradimento affettivo o «platonico»

L’adulterio è un grave peccato che consiste nel desiderare o nell’avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio o, nel caso di una persona libera, averli con un’altra persona già sposata.

Nel caso in cui Tizio proseguisse su questa strada, anche in assenza di qualsiasi rapporto fisico, si viene a ledere la moglie di Tizio la quale non ha solo un diritto esclusivo sul corpo di Tizio, ma anche sul suo “cuore”.

Il matrimonio oltre ad essere un impegno davanti al coniuge è innanzitutto un impegno davanti a Dio. E questo impegno obbliga i coniugi alla fedeltà, sottolineo non solo del corpo ma anche dello spirito, “nella buona o nella cattiva sorte”.

Per quanto riguarda la fedeltà coniugale, anche per Caio, dal momento che davanti a Dio è sposato, vige il comandamento che obbliga alla fedeltà coniugale. Non dobbiamo dimenticare che il matrimonio è un sacramento, e cioè un segno dell’amore sempre fedele di Dio per l’uomo e di Gesù Cristo per la Chiesa.

Chi si sposa col sacramento si impegna a vivere questo amore sempre fedele tanto nella buona quanto nella cattiva sorte. E per vivere così trae forza e ispirazione da Gesù, il quale rimane sempre fedele anche se noi gli siamo infedeli.

Pertanto anche l’innamoramento di Caio è un’infedeltà, e se questo innamoramento viene coltivato diventa peccaminoso, sebbene sia più comprensibile per la situazione che sta vivendo. Se invece Caio coltiva solo un’amicizia spirituale, allora non vi è infedeltà.

Del resto anche le persone sposate, dal momento che si sposano, continuano giustamente a conservare le amicizie che avevano prima. La distinzione decisiva è quindi tra un’amicizia leale e un coinvolgimento affettivo coltivato come alternativa al coniuge o al matrimonio.

L’adulterio nella predicazione dei profeti

Ma, oltre all’interpretazione proveniente dalla tradizione, l’Antico Testamento ci offre ancora un’altra tradizione per comprendere il comandamento «non commettere adulterio». Ed è la tradizione dei Profeti.

Questi, facendo riferimento all’«adulterio», volevano ricordare «ad Israele e a Giuda» che il loro peccato più grande era l’abbandono dell’unico e vero Dio in favore del culto a vari idoli, che il popolo eletto, a contatto con gli altri popoli, aveva fatto propri facilmente e in modo sconsiderato.

Così dunque è caratteristica propria del linguaggio dei Profeti piuttosto l’analogia con l’adulterio anziché l’adulterio stesso; e tuttavia tale analogia serve a comprendere anche il comandamento «non commettere adulterio» e la relativa interpretazione, la cui carenza è avvertita nei documenti legislativi.

Negli oracoli dei Profeti, e particolarmente di Isaia, Osea ed Ezechiele, il Dio dell’Alleanza-Jahvè viene rappresentato spesso come Sposo, e l’amore con cui egli si è congiunto ad Israele può e deve immedesimarsi con l’amore sponsale dei coniugi.

Ed ecco che Israele, a causa della sua idolatria e dell’abbandono del Dio-Sposo, commette davanti a lui un tradimento che si può paragonare a quello della donna nei riguardi del marito: commette, appunto, «adulterio».

I Profeti con parole eloquenti e, sovente, mediante immagini e similitudini straordinariamente plastiche, presentano sia l’amore di Jahvè-Sposo, sia il tradimento di Israele-Sposa che si abbandona all’adulterio.

Se, da una parte, Isaia (cfr. Is 54; 62,1-5) nei suoi testi si presenta nell’atto di porre in risalto soprattutto l’amore di Jahvè-Sposo, che, in ogni circostanza, va incontro alla Sposa, oltrepassando tutte le sue infedeltà, dall’altra parte Osea e Ezechiele abbondano di paragoni, che chiariscono soprattutto la bruttezza e il male morale dell’adulterio commesso dalla Sposa-Israele.

Profeti Israele sposa infedele Dio sposo

Davide, Betsabea e le conseguenze del tradimento

La storia dell’adulterio di Davide con Batsheba mostra come il peccato possa coinvolgere desiderio, abuso di potere, menzogna, appropriazione e violenza. «L’anno seguente, nella stagione in cui i re cominciano le guerre, Davide mandò Ioab con la sua gente e con tutto Israele a devastare il paese dei figli di Ammon e ad assediare Rabba; ma Davide rimase a Gerusalemme».

«Una sera Davide, alzatosi dal suo letto, si mise a passeggiare sulla terrazza del palazzo reale; dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno. La donna era bellissima» (2Samuele, 11:1-2).

Davide era diventato re, aveva compiuto abbastanza imprese da rimanersene a casa, mentre i suoi uomini erano alla guerra. Aveva tutto quello che un uomo poteva desiderare.

Ma tutto ciò, evidentemente, non lo appagava, o non sempre, almeno. L’adulterio viene dalla solitudine e dall’insoddisfazione di quello che si ha, cioè dal desiderio di avere di più di quello che Dio ci ha dato, perché ciò che abbiamo non ci emoziona più.

La vicenda culmina nella morte di Uria e nella denuncia profetica di Natan: «Perché dunque hai disprezzato la parola del SIGNORE, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai fatto uccidere Uria, l’Ittita, hai preso per te sua moglie e hai ucciso lui con la spada dei figli di Ammon» (2Samuele, 12:9).

«Ora dunque la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché tu mi hai disprezzato e hai preso per te la moglie di Uria, l’Ittita» (2Samuele, 12:10). Il racconto mette in evidenza che il tradimento non rimane confinato all’intimità di due persone, ma può produrre conseguenze sulla famiglia, sulla comunità e sulle persone più vulnerabili.

Le conseguenze dell’adulterio secondo i Proverbi

L’atto di adulterio comporta una punizione intrinseca. Il peccato sessuale è un’offesa commessa contro il proprio corpo (1 Corinzi 6:18).

Il libro dei Proverbi mette in guardia dalle conseguenze dell’adulterio: perdita di onore e di forza (Proverbi 5:9-11), reputazione rovinata (Proverbi 5:14), schiavitù e morte (Proverbi 5:22-23), l’autodistruzione (Proverbi 6:32) e la vendetta di un marito geloso (Proverbi 6:34).

«Può un uomo portare fuoco nel suo seno senza bruciarsi gli abiti? O può un uomo camminare su carboni accesi senza bruciarsi i piedi? Così è di chi va dalla moglie di un altro; chi la tocca non rimarrà impunito» (Proverbi 6:27-29).

I Proverbi descrivono anche il carattere dell’adultero: viene definito semplice e insensato (Proverbi 7:7) e paragonato a un animale intrappolato in una rete e poi massacrato (Proverbi 7:22-23).

«Ma chi commette adulterio con una donna è privo di senno; chi fa questo distrugge la sua stessa vita» (Proverbi 6:32). La conseguenza non è presentata soltanto come una sanzione esterna, ma come una distruzione progressiva della persona e dei rapporti.

Infine, l’autore dei Proverbi giunge a questa conclusione terribilmente cupa sull’adulterio: «Ne ha fatti cadere molti feriti a morte, e tutti quelli da lei uccisi erano uomini forti. La sua casa è la via dello Sceol, che scende ai penetrali della morte» (Proverbi 7:26-27).

Adulterio e divorzio

La Bibbia permette a chi è sposato di porre fine al matrimonio in caso di immoralità sessuale da parte del coniuge (Matteo 19:9). Questo significa che in seguito a un atto di infedeltà, il coniuge innocente ha il diritto di decidere se rimanere con il coniuge che è stato infedele o chiedere il divorzio.

Si tratta di una decisione personale (Galati 6:5). D’altra parte agli occhi di Dio il matrimonio è un legame sacro e permanente (1 Corinti 7:39).

Dio odia l’atteggiamento di chi cerca ogni pretesto per chiedere il divorzio, come ad esempio il semplice fatto di non sentirsi soddisfatti del proprio coniuge. Quindi il divorzio non è una decisione da prendere con leggerezza (Malachia 2:16; Matteo 19:3-6).

«Vi dico che chiunque divorzia da sua moglie, se non a causa di fornicazione, la rende soggetta all’adulterio» (Matteo 5:32). La norma sul divorzio deve quindi essere distinta sia dalla pena di morte prevista in Levitico sia dalla responsabilità concreta di proteggere la persona tradita.

L’adulterio è un peccato imperdonabile?

No. La Bibbia dice che Dio mostra misericordia a coloro che si pentono e abbandonano le loro azioni sbagliate, tra cui l’adulterio (Atti 3:19; Galati 5:19-21).

Infatti parla di uomini e donne che smisero di commettere adulterio e in seguito divennero amici di Dio (1 Corinti 6:9-11). Dio mostrò misericordia a Davide, re dell’antico Israele, che commise adulterio con la moglie di un suo ufficiale dell’esercito (2 Samuele 11:2-4).

La Bibbia afferma chiaramente che dal punto di vista di Dio «ciò che Davide aveva fatto era male» (2 Samuele 11:27, CEI). Dopo essere stato ripreso, Davide si pentì e Dio lo perdonò. Ciò nonostante, dovette subire le tristi conseguenze delle sue azioni (2 Samuele 12:13, 14).

Davide, parlando a Dio di quello che aveva fatto, l’ha confessato apertamente: «Ho peccato contro di te, contro te solo…» (Salmi 51:4). Perciò l’adulterio non è soltanto la scelta di un altro coniuge, ma innanzitutto la scelta di non considerare il progetto di Dio.

Gesù e la donna sorpresa in adulterio

Per fortuna, il peccato dell’adulterio non è escluso dalla promessa di perdono di Gesù. Basta guardare alla storia in Giovanni 8 sull’interazione di Gesù con un’adultera - colta in flagrante e trascinata davanti a Lui dai farisei - per vedere il cuore di Dio verso chi è intrappolato nella rete del peccato.

I farisei sono pronti e desiderosi di infliggere una punizione spietata alla donna, ma non all’uomo, e Gesù li rimprovera ricordando loro che sono peccatori proprio come lei.

Poi, quando tutti se ne sono andati, le chiede gentilmente: «Donna, dove sono quelli che ti accusavano? Nessuno ti ha condannata?» E lei risponde: «Nessuno, Signore», al che Lui risponde: «Neppure io ti condanno; va' e non peccare più» (Giovanni 8:10-11).

Gesù è pieno di grazia e di verità (Giovanni 1:14). Egli dice alla donna di smettere di commettere adulterio e la perdona.

Questa è una meravigliosa illustrazione di Giovanni 3:17: «Dio infatti non ha mandato il proprio Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma affinché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

La punizione per l’adulterio, o per qualsiasi altro peccato, viene cancellata quando accettiamo che Cristo si assuma quella punizione al posto nostro.

Che cosa comporta il pentimento

Se hai commesso adulterio, è necessario che chiedi perdono sia a Dio che al tuo coniuge (Salmo 51:1-5). Devi imparare a odiare l’adulterio come fa Geova (Salmo 97:10).

Evita con decisione la pornografia, non indugiare in fantasie sessuali e stai alla larga dai flirt e da qualsiasi cosa possa portarti a provare interesse sessuale per una persona che non è il tuo coniuge (Matteo 5:27, 28; Giacomo 1:14, 15).

Il pentimento non consiste soltanto nel riconoscere che una regola è stata infranta, ma nel cambiare orientamento, interrompere la condotta infedele e assumere la responsabilità del male commesso. Il profeta Natan disse al pentito Davide: «Geova […] fa passare in effetti il tuo peccato» (2 Samuele 12:13).

Se sei vittima di un tradimento una cosa è certa: Dio capisce i tuoi sentimenti (Malachia 2:13, 14). Chiedigli conforto e guida, ed «egli stesso ti sosterrà» (Salmo 55:22).

Se decidi di perdonare il tuo coniuge e quindi di non porre fine al matrimonio, entrambi dovete impegnarvi per ricostruire il vostro rapporto (Efesini 4:32). Il perdono non elimina automaticamente le conseguenze del tradimento e non obbliga la persona ferita a ignorare la realtà del danno subito.

Il matrimonio come segno dell’amore fedele

Non dobbiamo dimenticare che il matrimonio è un sacramento, e cioè un segno dell’amore sempre fedele di Dio per l’uomo e di Gesù Cristo per la Chiesa.

Paolo approfondisce questo tema in un passo della Lettera agli Efesini, in cui il rapporto tra marito e moglie è ricondotto a quello tra Cristo e la Chiesa.

«Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della chiesa, lui, che è il Salvatore del corpo. Ora come la chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti in ogni cosa» (Efesini, 5:22-24).

«Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile» (Efesini, 5:25-27).

«Allo stesso modo anche i mariti devono amare le loro mogli, come la loro propria persona. Chi ama sua moglie ama se stesso. Infatti nessuno odia la propria persona, anzi la nutre e la cura teneramente, come anche Cristo fa per la chiesa, poiché siamo membra del suo corpo» (Efesini, 5:28-30).

«Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diverranno una carne sola. Questo mistero è grande; dico questo riguardo a Cristo e alla chiesa. Ma d’altronde, anche fra di voi, ciascuno individualmente ami sua moglie, come ama se stesso; e altresì la moglie rispetti il marito» (Efesini, 5:31-33).

La Bibbia in sostanza ci dice che il matrimonio è una realtà infinitamente più grande di quanto gli stessi coniugi possano capire, perché è innanzitutto un’incarnazione del rapporto tra Dio e il suo popolo, tra Cristo e la sua Sposa, nella quale siamo chiamati ad amarci gli uni gli altri per amore dello Sposo, che ci ha detto di amarci dello stesso amore con cui lui ha amato noi (Giovanni 13:34).

Perché l’adulterio nasce e come si sviluppa

L’adulterio nasce dall’immaginazione, che cerca una via di fuga da una realtà che appare come una prigione, e a volte lo è davvero. La “donna estranea” è qualcuno che non conosciamo ancora, ma che immaginiamo possa emozionarci di più e meglio di colei che crediamo di conoscere già.

Un’illusione che viene anche dal fatto che ci appoggiamo sulle nostre idee e sui nostri sentimenti più che sulla realtà della parola, quella di Dio e anche la nostra, che abbiamo dato come promessa di fedeltà quando ci siamo sposati.

Comunque sia, il desiderio che ha portato Davide all’adulterio appare rientrare nella categoria che Paolo identifica con l’idolatria, un desiderio che nasce dall’immaginazione e che parte da ciò che abbiamo già visto e provato, e che vogliamo provare ancora.

Nel caso dell’adulterio, normalmente, si vogliono riprovare le emozioni che si sono provate la prima volta che ci si è innamorati, e che con il coniuge non si provano più, o non si sono mai provate.

In cerca di qualcosa che possa appagare il nostro bisogno insoddisfatto, ci rivolgiamo altrove, fuori del matrimonio. Cosa che la sapienza di Dio ci consiglia caldamente di non fare.

«Sia benedetta la tua fonte, e trova gioia nella sposa della tua gioventù. Cerva d’amore, capriola di grazia, le sue carezze t’inebrino in ogni tempo, e sii sempre rapito nell’affetto suo. Perché, figlio mio, ti innamoreresti di un’estranea, e abbracceresti il seno della donna altrui?» (Proverbi, 5:18-20).

Il significato complessivo della frase «chi tradisce deve morire»

La frase «chi tradisce deve morire» riassume in modo immediato la pena stabilita da Levitico 20,10, ma non esaurisce il significato del testo. Nel contesto originario, la pena di morte era una sanzione della legge dell’Antica Alleanza per il popolo d’Israele, organizzato come comunità teocratica.

Il testo comunica anzitutto la gravità dell’adulterio: il tradimento non è una semplice scappatella priva di conseguenze, perché infrange una promessa, ferisce il coniuge, destabilizza la famiglia e viola l’ordine dell’alleanza.

Nel Nuovo Testamento la pena civile prevista da Levitico non viene applicata ai cristiani. Rimangono però la gravità morale dell’infedeltà, il giudizio di Dio, le conseguenze umane del tradimento e la necessità del pentimento.

La prospettiva biblica tiene insieme due affermazioni: l’adulterio è un male grave e il peccatore pentito può ricevere misericordia. Per questo il testo di Levitico non autorizza la violenza contro chi tradisce, ma richiama alla santità della fedeltà e alla serietà delle conseguenze del peccato.

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