Angelo Maria Porfirio e le reliquie di San Venanzio

La vicenda delle reliquie di San Venanzio a Piedimonte Matese è legata all’azione del vescovo Angelo Maria Porfirio, che resse la cattedra vescovile dal 1703 al 1730 e introdusse il culto del santo nel paese casertano nel 1707. Il ritrovamento di una parte del cranio del martire, avvenuto nel 2017 nei locali parrocchiali sopra la chiesa di Ave gratia plena, ha riportato l’attenzione su questa storia di devozione e sulle relazioni tra i diversi luoghi italiani legati a San Venanzio.

La reliquia fu trovata in una scatola con un cartiglio recante la scritta latina “San Venanzio martire”. A Camerino, invece, i resti del santo sono custoditi in un’urna all’interno della basilica dedicata al patrono della città, mentre altre tradizioni cultuali sono presenti in provincia dell’Aquila, in provincia di Terni e in diverse zone d’Italia.

Il ritrovamento della reliquia a Piedimonte Matese

CAMERINO - Rinvenuta a Piedimonte Matese in provincia di Caserta una parte del cranio del patrono. Sarà esposta pubblicamente al culto nella parrocchia Ave gratia plena dal 28 ottobre al 26 novembre.

La notizia del ritrovamento fu resa pubblica il 24 ottobre 2017. Il ritrovamento è avvenuto lo scorso 18 agosto, secondo quanto riportato, in alcuni locali parrocchiali sopra la chiesa, che i giovani della parrocchia avevano chiesto al parroco, per organizzare una mostra sui santi.

Esaminando la reliquia, trovata in una scatola, il parroco ha notato un cartiglio con la scritta latina San Venanzio martire, attribuendo il teschio al santo patrono di Camerino, il cui culto fu introdotto a Piedimonte Matese nel 1707 dall’allora vescovo monsignore Angelo Maria Porfirio, che resse la cattedra vescovile dal 1703 al 1730, sepolto nella chiesa parrocchiale.

La notizia ufficiale del ritrovamento è stata data a settembre, dopo aver avuto il permesso dal vescovo di Alife Caiazzo. Il parroco don Emilio Salvatore si era messo alla ricerca del prezioso reperto sacro, sin dal suo insediamento, senza mai riuscire a trovarlo. E’ stato trovato per caso dai ragazzi, probabilmente nel tempo se ne erano perse le tracce.

Reliquia del cranio di San Venanzio

La sacra reliquia sarà esposta pubblicamente al culto, dal 28 ottobre prossimo al 26 novembre, con una serie di celebrazioni in suo onore. A Camerino nessuno degli esperti di storia locale sarebbe a conoscenza dell’esistenza di questa reliquia.

La scoperta non riguarda soltanto un oggetto devozionale, ma riapre il tema della circolazione delle reliquie, della fondazione dei culti locali e del ruolo svolto dai vescovi nella diffusione della venerazione dei martiri. In questo quadro, Angelo Maria Porfirio rappresenta il punto di collegamento tra il culto di San Venanzio e la comunità di Piedimonte Matese.

Angelo Maria Porfirio e l’introduzione del culto a Piedimonte Matese

Il culto di San Venanzio fu introdotto a Piedimonte Matese nel 1707 dall’allora vescovo monsignore Angelo Maria Porfirio. Il presule resse la cattedra vescovile dal 1703 al 1730 ed è sepolto nella chiesa parrocchiale.

La presenza della reliquia a Piedimonte Matese deve dunque essere considerata nel contesto dell’organizzazione della devozione locale promossa durante il suo episcopato. Il cartiglio che accompagnava il cranio forniva un’indicazione precisa sull’identità attribuita al reperto, mentre la tradizione del culto collegava il santo a Camerino, sua città d’origine e principale centro della sua venerazione.

La documentazione relativa al ritrovamento non chiarisce il percorso attraverso il quale la reliquia giunse a Piedimonte Matese né il momento preciso in cui fu collocata nei locali parrocchiali. Il parroco aveva cercato a lungo il reperto senza riuscire a trovarlo, finché furono alcuni giovani a individuarlo casualmente durante la preparazione di una mostra sui santi.

San Venanzio: il martire e il suo culto

Si rimane meravigliati di fronte all’enorme ed antichissimo culto tributato a questo santo martire, a Camerino come in tutta l’Italia Centrale. Come pure si rimane interdetti alla lettura dei martìri subiti.

Venanzio giovanetto di quindici anni apparteneva ad una nobile famiglia di Camerino, fattosi cristiano, lasciò tutte le comodità in cui era vissuto ed andò a vivere presso il prete Porfirio. Venne ricercato dalle autorità pagane della città e minacciato di tormenti e di morte se non fosse ritornato al culto degli dei, in esecuzione degli editti imperiali.

Venanzio adolescente per età, ma dalla forte personalità per la fede ricevuta, si rifiuta e quindi viene sottoposto a flagellazioni, pene di fumo, fuoco, eculeo (cavalletto), ne esce sempre incolume e per questo raccoglie conversioni fra i pagani curiosi e gli stessi persecutori.

Resta imprigionato e viene ancora tormentato con i carboni accesi sul capo, gli vengono spezzati i denti e mandibola, gettato in un letamaio, Venanzio resiste ancora, allora viene dato in pasto a cinque leoni affamati, ma questi gli si accucciano inoffensivi ai suoi piedi.

Ancora incarcerato, può accogliere ammalati di ogni genere che gli fanno visita ammirati ed imploranti, ed egli ridona a loro la salute del corpo e dell’anima, convertendoli al cristianesimo.

Ormai esasperato, il prefetto della città lo fa gettare dalle mura, ma ancora una volta lo ritrovano salvo, mentre canta le lodi a Dio. Viene legato e trascinato attraverso le sterpaglie della campagna e anche in questa occasione opera un prodigio, facendo sgorgare una sorgente da uno scoglio per dissetare i soldati, operando così altre conversioni.

Il 18 maggio del 251, sotto l’imperatore Decio o nel 253 sotto l’imperatore Valeriano, viene decapitato insieme ad altri dieci cristiani, mettendo così fine a tanti orrori, messi in atto da un popolo che dominava il mondo di allora, con la forza ma al contempo generando cultura, arte, diritto, civiltà.

Le diverse tradizioni sulla vita di Venanzio

San Venanzio di Camerino, martire e patrono di Camerino, Camerino (Macerata), 235 ca. - Camerino, 250 ca. Proviene da una nobile famiglia. Viene convertito alla fede cristiana dal sacerdote San Porfirio, che è stato il primo a predicare il Vangelo in quella zona dell’appennino marchigiano.

Quando nel 250 l’imperatore Decio inizia a perseguitare i cristiani, il prefetto di Camerino Antioco, dopo aver tentato inutilmente e con insistenza di far abiurare a Venanzio la fede cristiana, lo condanna a terribili torture: flagellazione, carboni accesi sul capo, rottura dei denti e della mandibola.

Come se non bastasse, Venanzio viene gettato in una cloaca ed è lasciato in pasto a leoni affamati, che si accoccolano ai suoi piedi. Fatto cadere dalle mura, viene trovato indenne in preghiera.

Dopo esser stato trascinato tra i rovi, Venanzio fa sgorgare da una roccia una sorgente, per dissetare i suoi persecutori: questi si accorgono che la pietra dove il Santo si è inginocchiato porta le impronte delle sue ginocchia. Molti di loro si convertono alla fede cristiana.

Venanzio, risultato illeso dalle torture, è attorniato dai vari soldati che, assistendo ai prodigi con cui ha superato le terribili prove, si sono convertiti alla fede cristiana. Antioco lo accusa di averli sedotti e, poiché non riesce a farli desistere dal loro proposito di seguire il Cristo, condanna dieci di loro, insieme a Venanzio, alla decapitazione.

All’alba del 18 maggio Venanzio, che ha condotto i soldati alla fede, guida gioiosamente al martirio, inteso come suprema testimonianza di fedeltà al Signore, i convertiti. Dice ai compagni che Dio li sta per accogliere con una ricompensa infinita di gioia e di gloria, ed è il primo ad abbassare il capo per offrirsi al carnefice.

Dopo la sua uccisione un violento terremoto distrugge la dimora del prefetto Antioco, che viene seppellito dalle macerie.

Secondo la legenda, San Venanzio nacque a Camerino nell'anno 238 da Soprino, senatore, e da Benedetta o Deodata che morì poco dopo aver dato alla luce il figlio. Entrambi erano cristiani e cristianamente fu educato il fanciullo.

Sua guida spirituale e maestro fu il sacerdote Porfirio che Venanzio seguì, per volere paterno, quando su di loro si profilava il pericolo della persecuzione. Maestro ed alunno lasciarono allora Camerino e vagarono senza meta precisa.

Porfirio, maestro di Venanzio e figura della tradizione agiografica

Il sacerdote Porfirio occupa un posto centrale nella tradizione relativa a San Venanzio. Egli è presentato come il maestro che convertì il giovane alla fede cristiana, lo guidò nella formazione religiosa e lo accompagnò durante la fuga dalle persecuzioni.

Finalmente pervennero presso il Fiume Aterno, dove “osservarono due altissimi colli […] che dopo aver ristrette le acque tra fauci anguste, danno adito ad una lunga valle rivolta verso oriente […]. Determinarono quivi i novelli anacoreti fermarsi per esercizi d'orazione”. Erano arrivati nelle gole che, poi, saranno dette di san Venanzio.

Nella memoria cultuale di Camerino, Venanzio e Porfirio restano legati anche dopo il martirio. Il luogo del martirio è poco fuori la città, dove poi viene edificata la basilica in onore del Santo e dove sono venerate le sue reliquie e quelle del suo maestro Porfirio.

La basilica e la custodia delle reliquie a Camerino

Il martire venne sepolto fuori della Porta Orientale sul declivio est del colle a 500 metri dalle mura, sul quale venne edificata una basilica (sec. V), più volte riedificata nei secoli successivi, che è tuttora custode dell’Arca del santo, meta di secolare devozione.

La chiesa di San Venanzio, costruita fuori dalle mura cittadine di Camerino in epoca medievale, fu poi inclusa all´interno della nuova cinta muraria voluta da Giovanni Varano nel 1384. L´ubicazione extra-moenia, probabilmente in una zona cimiteriale romana, vista la fitta presenza di tombe romane sotto la pavimentazione, fa pensare ad una prima costruzione in periodo romano, forse dopo il martirio di san Venanzio (251-253 d. C. ca).

Il nucleo più consistente della chiesa risale, comunque, al periodo romanico, del quale si conservano tuttora molti resti, dalle fondazioni, venute alla luce nei recenti scavi (1963, 1968-72), alle scale a chiocciola del campanile, dai torrioncini posti ai lati del presbiterio alle volte in pietra site ai lati della chiesa.

Durante il sacco di Manfredi del 1259 la cassettina in cui erano conservate le reliquie di San Venanzio venne trasferita a Bari e restituita, poi, nel 1269, dopo la disfatta dell´imperatore. Nel 1259 durante la distruzione e il saccheggio di Camerino da parte delle truppe di Manfredi, le reliquie di san Venanzio furono asportate e depositate nel Castel dell’Ovo a Napoli; furono restituite alla devozione della città nel 1269 per ordine del papa Clemente IV.

La restituzione delle reliquie consolidò il rapporto tra il santo e la comunità camerinese. Con la Signoria dei Da Varano, fin dalla fine del 1200, san Venanzio subentrò come protettore della città di Camerino al santo vescovo Ansovino (m. 868).

L’architettura della chiesa di San Venanzio

Proprio nei decenni successivi alle distruzioni risalenti al sacco svevo si colloca un´intensa attività costruttiva della chiesa, durante la quale viene anche ricostruito il mausoleo del santo in tre ordini sovrapposti, alcuni elementi della facciata e il portale, da collocare tra la fine del ´300 e il 1412, data di un documento di pagamento di due statue con l´Angelo annunciante e la Vergine annunciata da collocare ai lati del portale, che ormai era in via di completamento.

Un altro momento di rinnovamento si ha in epoca rinascimentale, soprattutto per ciò che riguarda la facciata, il portale della sagrestia, commissionato a Polidoro di Stefano da Perugia, e il timpano, che si presenta ora con l´iscrizione mutila “Iulii Caesaris auspicio pinnaculum templi positum fuit anno MCCCCLXXX”, riferita al pinnacolo crollato durante il terremoto del 1799.

Risale, invece, al 1558 la sistemazione del coro, durante la quale viene ritrovata la cassettina con le reliquie del santo all´interno del mausoleo. Pur mantenendo la struttura gotica del presbiterio, su commissione del cardinale Mariano Pierbenedetti, alla fine del Cinquecento, viene distrutta l´abside medievale con lo scopo di ampliarla, su probabile disegno di Domenico Fontana, e si ottiene una cripta sotto il presbiterio dove è incluso il mausoleo del santo.

All´epoca barocca risale la cupola emisferica, iniziata nel 1673 e terminata nel 1677 dall´architetto Bernardino Bianchini di Camerino, poi ornata di dipinti. Il terremoto del 1799 distrusse parzialmente la chiesa, sebbene le strutture principali rimasero intatte.

La facciata gotica, in gran parte conservata, è scandita in tre zone da ampie lesene, con un portale con ampia strombatura ad arco a tutto sesto, impostato su pilastri che recano decorazione fogliacea e colonnine tortili alternate a tralci di vite, mentre sugli stilobati e tutto intorno si ha una centina di marmo bianco intarsiata di pietre dure in parte asportate.

L´architrave è ornato con un fregio col Cristo e gli Apostoli e nella lunetta domina la Madonna col Bambino al centro e San Porfirio a sinistra, statue attribuite alla scuola di Giovanni Pisano da Lionello Venturi, che assimila il portale a quello del Palazzo dei Priori di Perugia, mentre la statua di San Venanzio si è persa.

Risalgono, invece, alla fine del XV secolo la riquadratura orizzontale del portale, il rosone, che conteneva i simboli dei quattro Evangelisti, abbattuti nel terremoto e conservati in frammenti nella sagrestia, il timpano e i leoni, simboli del potere guelfo, posti sopra alle mensole, davanti alle due grandi lesene, opera di Polidoro di Stefano da Perugia che li eseguì tra 1476 e 1477 e commissionati dal priore della chiesa Ansovino di Angeluccio Baranciano de´ Pierleoni e da Giulio Cesare da Varano, signore di Camerino.

Interno, cripta e arca del santo

L´interno, a croce latina, è quindi ricostruito in pieno stile neoclassico, diviso in tre navate da due ordini di colonne a base attica e capitello corinzio a sostenere un'architravatura rettilinea.

La copertura è a volta a botte nella navata centrale, con una serie di cornici a stucco a formare delle riquadrature che scandiscono il ritmo man mano che si avanza verso il presbiterio, mentre le navate laterali sono coperte da soffitti cassettonati riquadrati, in un insieme di grande equilibrio e proporzione.

L´illuminazione è data dall'apertura di sei grandi finestroni nella volta a botte centrale, tre per lato, e da due finestre affrontate per ciascun braccio del transetto e nell´abside, mentre la cupola, fonte di illuminazione principale, è costruita in perfetta semicircolarità.

Nella cripta l´altare è costituito dal Sarcofago di San Porfirio, del II secolo d. C., sarcofago romano in marmo bianco realizzato per contenere le reliquie di San Porfirio, martire nel 253 d. C., e decorato tra la fine del XIII e l´inizio del XIV secolo su un lato a fingere un tempietto gotico.

L'epigrafe, che si trova sul lato addossato al muro, è stata abrasa e si leggono solo D. M. (Dis Manibus). Al di sopra di questo sarcofago, sostenuta da quattro grifoni accovacciati in marmo nero nei quattro angoli, è collocata l´arca di San Venanzio, attribuita da Venturi ad artista toscano, costruita in calcare con colonne tortili sotto Berardo da Varano (1310-1327), che custodisce l´urna con le reliquie del martire, in legno ricoperto da lamine d´argento, decorata con graffiti raffiguranti episodi della sua vita, databile tra X e XIII secolo.

La cripta conserva anche un´edicola riccamente decorata con cornice a candelabri, forse opera di Rocco da Vicenza. La statua argentea del Santo fu fatta fondere dal vescovo Francesco Vivani nel 1764 e donata con sei candelabri d´argento.

Arca delle reliquie di San Venanzio

La memoria del santo nelle celebrazioni e nell’arte

Nel corso della storia millenaria della città, il suo nome e il suo culto, sono presenti dappertutto; nelle formule d’invocazione e nelle litanie dei santi dei vescovi camerinesi del 1235 e 1242, libri liturgici locali dei sec. XIV e XV, sigilli e monete coniate con la figura del santo, nella chiesa eretta presso la sorgente che sgorgò miracolosamente, a cui sono collegate due vasche, nelle quali venivano immersi lebbrosi e ulcerosi per impetrare la guarigione.

La vicenda terrena dell’adolescente Venanzio suscitò una fioritura letteraria, drammi, oratori musicali, poemi, poemetti e carmi latini ed italiani. Solenni manifestazioni religiose, con toni oggi diremmo di folklore, sin dal 1200 si svolgevano a Camerino il 18 maggio, data della sua festa, e nei giorni vicini, coinvolgendo tutta la città con un palio, sfilata delle autorità e delle corporazioni, giostra della Quintana e altre corse, fiere, falò, processioni con la statua d’argento.

In campo artistico, sono innumerevoli le opere d’arte che lo raffigurano in affreschi, stampe, monete, sigilli, incisioni, medaglie, ricami, arazzi, statue, polittici, ecc. a cui si dedicarono tutta una serie di artisti dal Medioevo ai giorni nostri. La bibliografia legata al santo martire, al suo culto e alle manifestazioni celebrative, è enorme, come pochissimi altri santi.

Con la Signoria dei Da Varano, fin dalla fine del 1200, san Venanzio diventa protettore della città di Camerino. E’ anche protettore dalle cadute, sia spirituali che materiali, dal mal di testa e dei giovani delle Marche.

La festa del 18 maggio e la venerazione delle reliquie

Coraggio e aspettative nell’omaggio al patrono della città di Camerino. Dopo la cornice inusuale della vigilia di festa e il quadro ricco di profonde sfumature dell’Offerta dei ceri, la messa celebrata dall’arcivescovo Francesco Brugnaro, all’interno della tensostruttura in località Le Mosse, alla presenza delle autorità civili e militari e di numerosi fedeli.

Un anno particolare per la festa di San Venanzio, sottolineato dalla presenza eccezionale dell’urna delle reliquie, uscite per la prima volta dalla basilica. Vigilia e ricorrenza hanno registrato un grande afflusso di gente.

Più forte della distruzione e dello sconforto l’energia della comunità, riappropriatasi delle sue tradizioni vive, religiose e civili, decisa ad andare avanti nonostante il dramma. Ai piedi della città ferita, le lingue di fuoco del falò si sono portate via lacrime e sofferenze di un popolo tenacemente raccolto, nell’omaggio al Patrono e nel desiderio di rinascita.

“Che San Venanzio Martire- ha detto l’arcivescovo aprendo la liturgia del 18 maggio- ci aiuti a crescere nel bene comune, a passare attraverso le difficoltà della vita, soprattutto quelle che non dipendono da noi, mossi da quel dono che è la fede che sviluppa in noi la carità ed è capace di cementare tutti e soprattutto coloro che soffrono, per poter uscire dalle difficoltà che il Signore ci permette ancora di vivere.

Con questi sentimenti, rinnoviamo la nostra fiducia e la nostra devozione al Patrono, San Venanzio- ha sottolineato- ci chiede di domandare perdono delle nostre fragilità e dei nostri peccati, quelli pubblici e quelli privati, quelli dei credenti e dei non credenti, perché la vita degli uomini di oggi, la vita dei nostri giovani e il loro futuro, sia vivibile e serena”.

“Quest’anno la festa - ha dichiarato il parroco don Marco Gentilucci- assume un significato ancora più profondo rispetto al passato. Abbiamo bisogno di stringerci intorno a quello che fa la storia della nostra terra e della nostra gente, riscoprendo quei segni vivi di fede che sono centrali.

Non possiamo vivere le festività nello splendore della basilica di San Venanzio eppure anche un tendone può essere luogo d’incontro e di speranza. Sento sempre nel cuore- ha rimarcato don Marco- l’augurio che a Cremona mons. Antonio Napoilioni ha rivolto a noi tutti, con un pensiero particolare dedicato a Camerino: “Il popolo di Israele aveva più fede sotto una tenda che quando costruì il tempio”.

Non importa dunque il luogo in cui ci ritroviamo- ha concluso- ma è importante avere tanta fede e uno spirito di comunione. Viviamo queste feste con profonda emozione, perché rappresentano un passo di rinascita.

Il culto di San Venanzio nell’eremo dell’Aterno

Nei pressi del paese, nella suggestione di una natura qui davvero incontaminata, la Valle dell’Aterno crea una gola stretta e selvaggia che separa, sui due versanti, i monti Mandra Murata e Mentino da un lato, e le Spugne e monte Urano dall’altro.

Incastrato tra le due sponde rocciose del fiume sorge, quasi sospeso su di un ardito ponte ad arco, l’eremo di San Venanzio. La chiesa, meta ancora oggi di frequenti pellegrinaggi, è dedicata al giovane Venanzio.

Egli si convertì al Cristianesimo e decise di ritirarsi in queste remote lande con il maestro Porfirio, ma nel 259 fu arrestato e martirizzato a Camerino, sua città d’origine, dopo aver appreso della morte del padre.

Al culto di questo Santo martire, ancora oggi molto sentito dai fedeli che qui accorrono un po’ da tutto l’Abruzzo, si lega un’antica tradizione che vuole riconoscere in alcuni segni impressi nella roccia le impronte stesse del Santo.

Eremo di San Venanzio nella Valle dell’Aterno

Le impronte, la pietra e l’acqua nella devozione popolare

In una perfetta simbiosi tra la religiosità popolare ed il contesto naturale, la festa di San Venanzio, celebrata il 18 maggio, si radica nei cosiddetti patronati delle pietre, dell’acqua e della vegetazione.

Ripercorrendo le orme della vita di San Venanzio e ripetendo un tipico rituale detto della pietra, i pellegrini si sdraiano su quella che si crede sia l’impronta del corpo lasciata dal Santo, detta letto di San Venanzio, e prendono poi posto sul sedile di Santa Rina per ottenere la guarigione da vari mali fisici.

Arrampicandosi poi sulla parete rocciosa che si erge sulla sponda opposta, essi raggiungono la grotta della Crocetta nella quale si crede che Venanzio si ritirasse in solitudine.

La loggia esterna si affaccia sul fiume e da qui parte la Scala Santa, scavata nella roccia, che porta fino all’acqua del fiume e viene percorsa in salita dai pellegrini.

Questi gesti rituali sono legati all’evocazione della discesa agli inferi, dai quali si risale purificati, ma anche alle pratiche religiose per mezzo delle quali i pellegrini invocano la guarigione dai loro mali attraverso i riti con la pietra, detta litoterapia, e l’acqua.

Un esempio è l’immersione degli arti doloranti o malati nelle acque del fiume Aterno e la benedizione dei malati con l’acqua di San Venanzio, alla quale si riconoscono poteri curativi.

La storia dell’eremo e le opere conservate

Sebbene la più antica notizia di una chiesa dedicata al Santo risalga ad una bolla di papa Adriano IV del 1156, nel circondario di Raiano il culto del martire doveva essere vivo e sentito già secoli prima, sorto in parallelo a quello per altre vittime delle persecuzioni contro i primi Cristiani.

In passato qualche studiosi aveva avanzato l’ipotesi che l’eremo fosse stato costruito attorno al XII secolo, ma la mancanza di resti medievali e l’analisi della configurazione del luogo sacro lascia invece supporre che sia nato nel Quattrocento o forse nel secolo successivo.

Se la più antica traccia databile con certezza è infatti fornita dagli affreschi che risalgono al XV e XVI secolo, tra cui spicca la raffigurazione degli Evangelisti, la chiesa è stata snaturata da vari restauri e rifacimenti del Seicento, come svelano il soffitto e i tre altari, uno maggiore e due laterali.

Usciti dalla chiesa si segue il camminamento che la fiancheggia e, passando per le celle anticamente abitate dagli eremiti, si arriva ad una grotta detta cappella delle Sette Marie, dove si conserva una pregevole opera d’arte che raffigura il Compianto sul Cristo morto, per la quale è stata individuata la data del 1510.

Se si è appassionati di arte, lo si può confrontare con un opera simile che si trova nella vicina Pratola Peligna, nell’Oratorio della Madonna delle Grazie. Essa è più recente, risale infatti al 1540, ed è composta da ben 17 figure in terracotta che, secondo gli storici dell’arte, sarebbero opera dello scultore Gian Francesco Gagliardelli da Città Sant’Angelo.

La diffusione del culto tra Camerino, Abruzzo e Campania

Questa ‘passio’, riportata negli ‘Acta SS.’ già nel secolo XI, è stata integrata nei secoli successivi, inserendo anche una fuga di Venanzio da Camerino, per sottrarsi ai persecutori, attraverso la Valnerina a Rieti e di lì a Raiano (L’Aquila), dove si trova una chiesa a lui dedicata.

Il culto del martire si sviluppò quindi attraverso una rete di luoghi associati alla sua vita, alla predicazione di Porfirio, al martirio, alle sorgenti miracolose e alla venerazione delle reliquie. Camerino rimase il centro principale, ma la devozione si estese anche in Abruzzo e in altre aree dell’Italia centrale.

Il ritrovamento di Piedimonte Matese aggiunge un ulteriore punto a questa geografia devozionale. La presenza di una parte del cranio attribuita a San Venanzio, custodita per lungo tempo nella parrocchia e riscoperta soltanto nel 2017, mostra come le reliquie potessero essere conservate in luoghi diversi e come la memoria del culto potesse sopravvivere anche quando se ne perdevano le tracce materiali.

La traslazione delle reliquie e il significato della memoria

Nel 1259 durante il saccheggio di Camerino da parte delle truppe di Manfredi, le reliquie di San Venanzio vengono trafugate e portate nel Castel dell’Ovo a Napoli. Vengono restituite a Camerino nel 1269 per ordine del Papa Clemente IV.

La vicenda della traslazione e della restituzione si inserisce nella storia più ampia delle reliquie cristiane, spesso trasferite durante guerre, saccheggi e crisi politiche per proteggerle o per controllare il prestigio religioso dei luoghi che le custodivano.

A Camerino, le reliquie furono conservate nell’urna collocata nella basilica, all’interno del mausoleo del santo. A Piedimonte Matese, la parte del cranio fu invece ritrovata in una scatola accompagnata da un cartiglio identificativo, dopo essere rimasta dimenticata nei locali parrocchiali.

La memoria di San Venanzio non dipende dunque soltanto dalla presenza delle reliquie, ma anche dalle chiese, dalle feste, dalle iscrizioni, dalle immagini, dalle preghiere e dai racconti che ne hanno trasmesso il culto attraverso i secoli.

La devozione contemporanea e la riscoperta della reliquia

La reliquia sacra del cranio di San Venanzio, patrono di Camerino, morto martire a soli 15 anni, il 18 maggio del 250, perché si rifiutava di tornare al culto degli dei pagani, dopo essersi convertito al cristianesimo, fu destinata all’esposizione pubblica nella parrocchia Ave gratia plena.

La sacra reliquia sarebbe stata esposta dal 28 ottobre al 26 novembre, con una serie di celebrazioni in suo onore. L’esposizione pubblica trasformava il ritrovamento in un momento di partecipazione comunitaria, consentendo ai fedeli di conoscere un reperto collegato al patrono di Camerino e al culto introdotto a Piedimonte Matese da Angelo Maria Porfirio.

La vicenda conserva anche un valore storico: a Camerino nessuno degli esperti di storia locale sarebbe stato a conoscenza dell’esistenza di questa reliquia, mentre i resti umani del santo sono custoditi in un’urna all’interno della basilica dedicata al patrono di Camerino.

La riscoperta del cranio attribuito a San Venanzio riunisce così diversi aspetti della tradizione: il martirio del giovane camerinese, la figura del sacerdote Porfirio, il ruolo pastorale di Angelo Maria Porfirio, la storia della parrocchia di Piedimonte Matese e la persistente vitalità del culto del santo tra Marche, Abruzzo, Campania e altre zone d’Italia.

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